Expat a Parigi: la fuga dei cervelli dall’Italia verso la Francia

Expat a Parigi: la fuga dei cervelli dall’Italia verso la Francia

Percorrendo la lunga Rue de la Glacière, nel XIII arrondissement di Parigi, ci s’imbatte, al numero 24, in una vecchia targa di marmo affissa sul muro, al lato di un vecchio portone. Una scritta piazzata lassù ricorda che in quel luogo abitavano Pierre e Marie Curie nel 1898 quando scoprirono il radio. L’edificio storico dove i coniugi Curie scoprirono la radioattività, l’École Supérieure de Physique et de Chimie Industrielles de la Ville de Paris (ESPCI), sorge soltanto alcune centinaia di metri più in là, sulla rue Vauquelin, che è già V arrondissement. È in questo complesso storico che incontro Giovanni Chiappetta, chimico, ricercatore che ha lasciato l’Italia e la sua università (la Federico II di Napoli) per trasferirsi qui a Parigi dove è sposato e ha un figlio. Mi racconta della difficoltà di fare ricerca in Italia ed il percorso che ha seguito in Francia dove ha invece trovato condizioni ottimali di lavoro e dove lo stato francese, nonostante la crisi, continua ad investire nella ricerca mettendoti anche in condizione di tirare sù famiglia, predisponendo benefits ed alleggerimenti fiscali per trovare casa o quando hai un figlio.

«Il mio percorso in realtà è stato multiplo — mi racconta nel Laboratorio di Spettrometria di Massa Biologica e di Proteomica diretto da Joëlle Vinh — la mia ragazza (sua attuale moglie ndr) è franco-italiana. Dopo essersi laureata in biologia, voleva fare un dottorato nello stesso laboratorio dove aveva fatto la tesi, ovvero presso la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli. È rimasta due anni senza essere pagata nel laboratorio, nell’attesa di avere un dottorato. Dopo due anni di «volontariato» s’è stancata ed ha deciso di provare in Francia ed ha ottenuto un dottorato al prestigioso Institut Pasteur».

Il percorso di Giovanni inizialmente sembra procedere senza intoppi ma alcuni ostacoli sopraggiungono e lo spingono a cambiare strada e anche prospettive di vita. «Io inizialmente mi sentivo fortunato — racconta — perché ho ottenuto un dottorato in biotecnologie con borsa a Napoli pur dovendo sottomettermi anch’io a questo noto sistema di rotazione. Neanche il tempo di mettere piede nel laboratorio però che già mi si faceva capire che per me non c’era futuro. Allora ho riflettuto e visto che mia moglie già era a Parigi, chiesi di fare un anno di dottorato in cotutela in Francia, nel laboratorio dove sono adesso, nel Laboratoiro di Spettrometria di Massa Biologica e di Proteomica dell’ESPCI di Parigi. Nonostante le sirene di un possibile progetto al CNR di Napoli (che poi puntualmente non si è concretizzato) ho capito subito l’andazzo e ho deciso di lasciar perdere l’Italia e di puntare all’estero. Prima che finissi la tesi di dottorato già avevo trovato un post dottorato al Centro per l’Energia Atomica (CEA) di Saclay, vicino Parigi. In seguito ho fatto il concorso al CNRS e sono divenuto «ingegnere di ricerca» (ruolo che non esiste in Italia ma che nel CNR potrebbe essere equiparato a quello di «tecnologo») a tempo indeterminato. Con la sicurezza di una posizione stabile qui a Parigi ho avuto finalmente la sicurezza che avrei potuto metter su famiglia. Oggi ho un bellissimo figlio che si chiama Gabriel».

In Francia chiunque si può iscrivere alle Scuole Dottorali basta che il progetto sia realmente valido. C’è meritocrazia scientifica insomma, in Italia no.

Le differenze tra il fare un dottorato in Italia e farlo invece in Francia saltano immediatamente agli occhi di Giovanni negli anni della cotutela. Meccanismi diversi, obbiettivi diversi, metodi quasi agli antipodi. «Il dottorato in Italia — mi spiega — è un concorso teoricamente più difficile perché c’è da fare un concorso scritto su un soggetto che è ignoto al momento della prova e un orale con una prova d’inglese. Il problema è che il sistema è gestito in maniera molto poco trasparente. Nel senso che negli anni i professori che gestiscono i dottorati fanno sorta di “rotazione” per chi deve ottenerlo in modo che siano «equamente» distribuiti. Insomma vige il famoso detto “Chi deve vincere non può perdere” che è emblematico perché se salta questo concetto salta tutto il feudalesimo universitario ed il sistema su cui si poggia. In Francia chiunque si può iscrivere alle Scuole Dottorali basta che il progetto sia realmente valido. C’è meritocrazia scientifica insomma, in Italia no. In Francia un numero più ridotto di dottorati sono finanziati dal ministero, per il resto sono i laboratori stessi che finanziano le borse».

In Italia il dottorando è bassa manovalanza fa un lavoro oscuro che nessuno conosce. In Francia è l’esatto opposto.

Gli chiedo come la figura del dottorando sia vista nei due paesi. La sua risposta la dice lunga sul modo in cui l’Italia e la Francia tengano diversamente in considerazione la ricerca ed il suo sviluppo nel futuro. «In Italia il dottorando è bassa manovalanza – mi dice Giovanni – fa un lavoro oscuro che nessuno conosce. Il ricercatore, una volta raggiunta una certa posizione, si mette dietro una sedia e dirige. Il concetto è che tu dottorando devi pregare per avere il primo nome in un articolo o per apparire da qualche parte. Questo provoca molta sfiducia e frustrazione nei dottorandi. I tuoi capi si prendono tutta la scena e tu sei lì a lavorare in maniera praticamente anonima. In Francia è l’esatto opposto. Il dottorando è messo nelle condizioni di emergere nel mondo scientifico ed il direttore rafforza come può la posizione del proprio studente. Ad una conferenza in Francia ad esempio viene preferito che sia il dottorando a presentare i lavori e viene da sé che chi lo segue, il suo direttore di ricerca, si prenda anche lui i suoi meriti per come lo dirige. In Italia è sempre e solo il professore che occupa tutta la scena ed il dottorando vive costantemente nell’ombra. Altra differenza è quella legata al concetto di mobilità. In Francia è mal visto fare un dottorato nello stesso laboratorio dove hai fatto la tesi. Le borse di post-dottorato non sono disponibili per lo stesso laboratorio dove hai fatto il dottorato. Questo vuol dire che devi saperti muovere, avere più esperienze in altri laboratori, dimostrare di saperti mettere sempre in gioco. In Italia invece devi solo scaldare la sedia per fare anzianità per un eventuale concorso».

Giovanni mi racconta poi degli strumenti messi a disposizione dallo stato francese per mettere il ricercatore in condizioni scientifiche ottimali anche dal punto di vista sociale e personale. «Dovendo lasciare Napoli mi sono reso conto che dovunque andassi in Italia non avrei trovato le stesse condizioni che ho trovato in Francia. Anche la percezione è diversa. In Italia c’è una classe dirigente corrotta, che spoglia i cittadini. Qui anche esiste la corruzione ma almeno i politici sembrano più puliti, ci mettono ancora la faccia, il mandato degli elettori ha ancora un certo valore. Poi c’è uno stato che ti mette in condizione di farti una famiglia con diversi benefits come aiuti per l’alloggio e alleggerimenti fiscali o aiuti economici quando hai un figlio. Anche le tasse, che qui sono alte, sai che pagandole avrai dei servizi che in Italia puoi solo sognarti. Insomma vedi i frutti tangibili di un sistema che funziona a tutti i livelli. Strade ben fatte, giardini curati, mezzi che funzionano. Senza parlare poi di ciò che lo stato ti offre per mettere su famiglia. Noi abbiamo avuto un bonus di 800 euro per comprare tutto il necessario per nostro figlio (passeggino, vestitini etc), alleggerimenti fiscali (le tasse sono molto meno elevate se hai un bambino) e vari aiuti per pagare la casa o la possibilità di entrare in programmi per avere una casa grande ad un prezzo minore rispetto a quello del mercato (dato che a Parigi c’è penuria di alloggi ed intra muros_ sono carissimi). Mia moglie, tornata al lavoro dopo il parto, si è messa al lavoro all’80%, ovvero quattro giorni a settimana, per occuparsi di Gabriel. La differenza che avrebbe dovuto percepire, per i primi sei mesi, è stata messa dallo stato. Una cosa inconcepibile in Italia».

Il cuore mi dice che mi piacerebbe un giorno tornare a Napoli, ma sono sicuro che non troverei le condizioni giuste

Nonostante ciò c’è anche chi ritorna o almeno prova a tornare. Nostalgia di casa, del proprio paese. Gli chiedo «se ci fosse la possibilità torneresti a lavorare in Italia?». La sua risposta mi fa capire come l’Italia abbia dilapidato il suo più grande patrimonio: le intelligenze di tutti i campi, che fuggono via appena possono. «Difficile – mi dice con un tono di amarezza – mi piacerebbe tornare, il cuore mi dice che mi piacerebbe un giorno tornare a Napoli, ma sono sicuro che non troverei le condizioni giuste. Ovvero uno stipendio garantito, un sistema sociale ed un servizio sanitario che mi permetta di andare all’ospedale quando ne ho bisogno (a Napoli i pazienti nel Cardarelli stanno nelle corsie) e condizioni lavorative umane. Poi c’è una cosa che me lo impedisce più di tutto: io non lavorerei mai gratis (cosa che avviene puntualmente in Italia). In Francia è severamente vietato lavorare gratis. Il direttore del tuo laboratorio rischia il posto se ti fa lavorare gratis e dunque t’impedisce di farlo. In Italia spesso grandi progetti scientifici si basano sul lavoro non pagato. Ma soprattutto io non ritornerei mai a lavorare in un sistema, quello italiano, dove impera la figura patriarcale, onnipresente del professore universitario. Il professore in Italia è in fondo come un papà autoritario. Puoi essere anche un genio nel tuo campo ma alla fine resti un subordinato, uno che non è considerato all’altezza di discutere di progetti scientifici, di esprimere le proprie opinioni personali e scientifiche, un sottomesso senza diritto di parola».

@marco_cesario

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