Il fallimento dei nostri 007 nelle carceri con i boss

Il fallimento dei nostri 007 nelle carceri con i boss

Nel 2004 alcuni agenti dei servizi segreti italiani cercarono di entrare in contatto con esponenti di spicco della criminalità organizzata. Un’azione di intelligence, gestita assieme ai responsabili del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, per ottenere informazioni da alcuni capimafia detenuti e sottoposti al 41bis. Nome in codice, operazione Farfalla. A dieci anni di distanza una lunga indagine del Copasir – il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – fa luce su quella vicenda. I risultati ottenuti dall’organismo bicamerale sono a tratti inquietanti. Dopo aver ascoltato ventuno personalità coinvolte a vario titolo, la relazione finale fotografa una lunga serie di anomalie. I parlamentari descrivono «un quadro complessivo caratterizzato da una gestione superficiale e da carenze organizzative aggravato da un’assenza di tracciabilità documentale che, oltre a non aver condotto a risultati di qualche utilità, ha reso possibili letture dietrologiche della vicenda». Un’operazione fallimentare, condotta dai soggetti istituzionali coinvolti attraverso una interpretazione «strumentale e arbitraria» della normativa allora vigente. E ancora oggi scandita dai troppi «non so» e «non ricordo». 

I fatti sono piuttosto recenti. L’operazione Farfalla viene avviata nel giugno del 2003. Alla ricerca di fonti privilegiate, il Sisde, allora guidato dal generale Mario Mori, decide di entrare nelle carceri italiane. Assieme al Dap vengono individuati otto soggetti che sembrano essere funzionali all’operazione. Otto potenziali informatori rinchiusi in diverse case circondariali, sei dei quali in regime di 41 bis. L’obiettivo è «raccogliere informazioni da detenuti che, sentendosi abbandonati dalle proprie famiglie o dalle organizzazioni criminali di appartenenza, avrebbero potuto manifestare la disponibilità a fornire informazioni di natura fiduciaria subordinata a vantaggi anche di natura economica per se stessi o per i loro parenti».

I contatti vengono stabiliti dal generale Mori con Giovanni Tinebra, il direttore del Dap. Anche se in realtà un ruolo centrale viene subito affidato a Salvatore Leopardi, responsabile dell’Ufficio ispettivo e di controllo del Dap. È lui, così scrive il Copasir, ad essere incaricato «delle prime acquisizioni generali di informazioni finalizzate a verificare l’incidenza esterna di alcuni soggetti criminali e le strategie delle organizzazioni criminali». Ed è sempre lui, a operazione avviata, a tenere i contatti con il Sisde, attraverso due funzionari ancora in servizio. «Secondo le risultanze delle audizioni presso il Copasir – si legge – i funzionari dei Servizi tratteggiarono con il dottor Leopardi l’impostazione operativa in almeno cinque incontri presso l’ufficio del Dap, per delineare i profili degli otto detenuti individuati ed ipotizzare i temi sui quali accertare la loro attendibilità».

Eppure di quell’operazione non restano troppe tracce. La documentazione sull’operazione Farfalla giunta in Parlamento «risulta composta da soli tredici documenti, tra quelli generati all’interno del Sisde ed inviati a soggetti esterni e quelli generati per il Servizio stesso». Nelle considerazioni l’organismo bicamerale ammette che lo scambio informativo tra il Sisde e il Dap è avvenuto quasi sempre «tramite comunicazioni date a voce, non codificate e non protocollate». Non solo. «Il rapporto informativo instaurato tra i due organismi nell’operazione Farfalla è stato costruito solo sulla base di conoscenze personali tra i rispettivi dirigenti e direttori degli enti e non sulla base di regole precise, concordate e codificate».

Il Copasir punta il dito contro «la struttura amicale» data all’operazione. Mori, Tinebra e Leopardi «erano stati colleghi ed avevano collaborato a Caltanissetta e poi, una volta ritrovatisi a Roma ai vertici del Sisde e del Dap, avevano ricostruito un gruppo di lavoro che operava con modalità di funzionamento che sfuggivano alle norme e che tutt’ora rimangono sconosciute anche a causa dei “non so”, “non mi ricordo”, e “nulla di scritto”». Del resto, ascoltato dal Comitato parlamentare, l’ex direttore del Dap Tinebra ha confermato di non avere molto da dire in proposito. «Il ruolo del dottor Tinebra – si legge nella relazione del Copasir –  a capo del Dap tra il 2001 e il 2006, ne esce oscurato da un secco “non so e non sapevo” e da una frase, riferita in sede di audizione: “Il direttore si deve accontentare di farsi raccontare il succo, dare una delega e sorvegliare che tutto vada bene e pregando Iddio che tutto vada bene”».

A questo si aggiunge una critica all’operato dei dirigenti del Dap coinvolti. «Pur non rientrando nei compiti di questa indagine – si legge ancora nel documento parlamentare – risulta evidente che il Dap ha svolto un ruolo non consono alle sue prerogative e fuori dal perimetro assegnato – ruolo assimilabile a quello di una vera e propria struttura parallela di intelligence – con l’ulteriore aggravante di una carenza professionale di ricerca informativa e di una carenza organizzativa nel rapporto con i fiduciari e con il Sisde».

«Dal punto di vista giudiziario l’operazione “Farfalla” non ha condotto ad alcuna condanna né ad altra sanzione», precisano i parlamentari che hanno seguito l’indagine. «Si sottolinea che gli organi giudiziari non hanno riscontrato elementi per promuovere azione penale». Intanto a leggere la relazione si resta colpiti dalle dichiarazioni dei ministri all’epoca competenti. Anche loro all’oscuro di tutto, o quasi. Ascoltato dal Copasir, l’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu rivela la sua estraneità alla vicenda. Ammettendo non solo l’oggetto «misterioso» di quell’attività di intelligence, ma anche di non aver «mai sentito parlare» dell’operazione “Farfalla”. Ovviamente un’idea, seppure vaga, ce l’aveva anche il titolare del Viminale. In audizione Pisanu ha assicurato di essere a conoscenza che l’ambiente carcerario fosse controllato e “attenzionato” dai Servizi. «Ma non gli era dato conoscere come lo facessero e con quali procedure». Stessa reazione da parte del senatore Roberto Castelli, all’epoca ministro della Giustizia. «Posso dire di aver sentito parlare del “protocollo Farfalla” – le sue parole davanti al Copasir – per la prima volta qualche giorno fa sui mezzi di informazione».

Una delle poche certezze del Copasir, è che l’operazione Farfalla non ottiene i risultati sperati. Gli otto detenuti individuati non diventeranno mai fiduciari del Sisde. Nell’estate del 2004 l’operazione viene sospesa «per l’infondatezza dei presupposti, per la difficoltà a stabilire un rapporto fiduciario con i carcerati individuati e in particolare per l’impercorribilità di un’operazione caratterizzata da  un’attività di contatto intermediata da personale del Dap privo di specifica formazione». Le considerazioni del Comitato parlamentare sono impietose. «Con queste premesse, l’operazione “Farfalla” non poteva che risultare fallimentare, così come poi è stata, con il coinvolgimento di uomini del Dap, del Sisde e della magistratura che sono stati distolti da attività più utili e produttive per l’Italia e per i cittadini».

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