Tasse e zone a luci rosse: così cambia la prostituzione

Tasse e zone a luci rosse: così cambia la prostituzione

Forse anche in Italia è arrivato il momento di regolamentare il mestiere più antico del mondo. A sessant’anni di distanza dall’approvazione della legge Merlin, alle Camere qualcosa si muove. Appurato il fallimento delle politiche abolizioniste, una settantina di parlamentari di diversi schieramenti tenta un nuovo approccio al fenomeno della prostituzione. L’obiettivo è ambizioso: approvare una normativa nazionale che preveda l’iscrizione alle camere di commercio e l’assoggettamento al regime fiscale e previdenziale per chi esercita questa attività. Ma anche la possibilità di incontrare clienti in quartieri a luci rosse e in strutture private gestite in forma associata o cooperativa. 

Oggi in Italia si prostituiscono almeno 70mila persone. Secondo stime piuttosto realistiche ci sono almeno 9 milioni di clienti, per un giro d’affari di oltre 5 miliardi di euro

Passano gli anni, ma il tema non sembra aver perso d’attualità. Non si spiegano altrimenti i numeri del fenomeno. Oggi in Italia si prostituiscono almeno 70mila persone. Secondo stime piuttosto realistiche ci sono almeno 9 milioni di clienti, per un giro d’affari di oltre 5 miliardi di euro. Una realtà complessa, non sempre conosciuta. Non ci sono solo i marciapiedi. Sono tantissime, ad esempio, le nostre connazionali che ogni fine settimana varcano il confine con la Svizzera per incontrare clienti nei “centri erotici” d’oltralpe. Del resto se tanti imprenditori stranieri decidono di aprire i loro bordelli a un passo dalla nostra frontiere – stando alle normative elvetiche si tratta di strutture perfettamente legali – è solo perché la maggior parte dei clienti sono proprio italiani. 

Dopo oltre mezzo secolo, il Parlamento prova a cambiare la storia. L’approccio abolizionista della legge Merlin ha fallito. Nessuno discute le buone intenzioni di quel provvedimento: nel 1958 la senatrice socialista pensava realmente di eliminare la prostituzione. E il Paese era in parte della stessa idea. Si racconta che all’indomani dell’approvazione, vendendo i quotidiani che riportavano la notizia, una strillona nel centro di Roma avvertisse i passanti: «Chiusi i casini! Da domani tutti a fasse le pippe». Non è andata così. Il mercato è rimasto fiorente, ma la deregolamentazione ha spinto la prostituzione nelle strade, spesso facilitando gli affari della criminalità organizzata. 

Dall’inizio della legislatura sono state depositate almeno dodici proposte di legge per la regolamentazione del fenomeno. Tra firmatari e cofirmatari si contano almeno 77 deputati e senatori

L’impegno di tanti parlamentari parte proprio da questa presa di coscienza. Dall’inizio della legislatura sono state depositate almeno dodici proposte di legge per la regolamentazione del fenomeno. Tra firmatari e cofirmatari si contano almeno 77 deputati e senatori. Oggi il presidente della commissione Affari sociali di Montecitorio, l’esponente di Scelta Civica Pierpaolo Vargiu, e la vicepresidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, la Pd Maria Spilabotte, lanciano un’iniziativa trasversale per raggiungere l’obiettivo di una norma condivisa. Un’iniziativa coraggiosa? Non proprio. «Semmai ci vuole del coraggio per rimanere fermi di fronte a questo fenomeno» racconta Vargiu. Il disegno di legge a prima firma Spilabotte è già stato calendarizzato nella commissione Giustizia del Senato. Un provvedimento che ovviamente riguarda solo i “sex workers”, le persone che hanno liberamente e volontariamente scelto di fare questo mestiere. È importante fare una netta distinzione tra chi esercita per scelta e chi viene sfruttato. Anzi, la regolamentazione del mercato del sesso servirà anche per combattere la riduzione in schiavitù: una realtà ancora drammaticamente connessa al fenomeno. E non si tratta solo di buone intenzioni. Una parte dei proventi derivanti dalla tassazione della prostituzione saranno destinati proprio alla repressione della tratta degli esseri umani e al sostegno dei percorsi di reinserimento sociale per chi intende cessare l’attività. 

Il disegno di legge Spilabotte non è un progetto improvvisato. Nasce lo scorso anno al termine di un lungo confronto con operatori del settore e associazioni. Un provvedimento non facile, in un Paese dove spesso sfugge ancora la differenza tra reati e peccati. Proprio la senatrice democrat si è vista pubblicamente scomunicata da un parroco per il suo impegno legislativo. In tutto sono otto articoli. Il provvedimento obbliga chiunque intenda esercitare l’attività a precisi passaggi amministrativi: la comunicazione di inizio attività presso una sede delle camere di commercio, la presentazione di un certificato di idoneità psicologica «che attesti l’effettiva volontà personale a esercitare la professione». Ma anche il pagamento anticipato di 3 o 6mila euro, a seconda che si intenda esercitare part-time o a tempo pieno. 

Il provvedimento obbliga chiunque intenda esercitare l’attività a precisi passaggi amministrativi: la comunicazione di inizio attività presso una sede delle camere di commercio, la presentazione di un certificato di idoneità psicologica «che attesti l’effettiva volontà personale a esercitare la professione»

Particolare attenzione è destinata al decoro urbano e alla sicurezza. Il provvedimento incoraggia i professionisti del sesso ad «abbandonare la strada o esercitare in luoghi più sicuri e nello stesso tempo più riparati dalla vista dei cittadini». Saranno i sindaci, d’accordo con comitati di cittadini e le associazioni delle prostitute, a individuare le zone adatte. Quartieri a luci rosse, in cui saranno concordati gli orari di attività e sarà garantita la presenza di presidi sanitari e «corpi di polizia a composizione prevalentemente femminile». Ma sarà possibile vendersi anche al chiuso, in dimore private, in forma associata tra persone che esercitano la stessa attività. La legge, infatti, non punisce «l’attività, prestata in qualsiasi forma e senza fini di lucro, di reciproca assistenza tra soggetti che esercitano la prostituzione». Infine un articolo rende obbligatorio l’utilizzo del preservativo durante le prestazioni sessuali. «È una questione di principio» spiega la senatrice Spilabotte. Ovviamente nessuno sarà in grado di verificare l’effettiva attuazione della norma. «Ma finalmente si certifica anche per legge la funzione del profilattico contro la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili».