Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte

Una notte senza il giorno e un giorno senza la notte

Per i Celti l’eclissi solare aveva un significato esoterico, per i Maya era un presagio funesto durante il quale incrementare i sacrifici. Oggi è l’occasione per molti di indossare occhiali strani e aggiornare il proprio account Instagram; ma per alcuni – e ne hanno dato prova i profili Facebook questo 20 marzo – l’eclissi significa in primis Ladyhawke. Per chi non l’avesse visto, il solo fatto di nominare l’eclissi è già spoiler, ma ehi, dopo 30 anni – perché Ladyhawke compie 30 anni proprio oggi – direi che il reato di spoiler può cadere in prescrizione. Considerando anche che, riguardato in età adulta, il film – duole ammetterlo – un po’ di magia la perde. Non tutta s’intende, ma come per altri film di Richard Donner la conditio sine qua non per apprezzarli è averli visti all’età che si conviene e averli dunque investiti di un solido background affettivo.

La trama è quella di una classica fiaba: due innamorati separati dalla maledizione di un vescovo malvagio il quale, tramite un patto col diavolo, fa in modo che i due siano «sempre insieme, eternamente divisi»: di giorno lui ha forma umana mentre lei ha le sembianze di un falco, di notte lei è donna e tocca a lui essere trasformato in un grande lupo nero. Coadiuvati da un furbo ladruncolo e da un vecchio monaco avvinazzato, riusciranno a sconfiggere il maleficio esattamente nel momento in cui entrambi avranno forma umana, cioè durante un’eclissi solare.

L’eclissi di Ladyhawke, tra quelle cinematografiche, è probabilmente la più iconica. In realtà me ne vengono in mente solo altre due rilevanti: l’eclissi apocalittica di Melancholia di Lars Von Trier e quella cupissima de L’ultima eclissi, film degli anni ’90 tratto dal romanzo di Stephen King Dolores Claiborne. È la più iconica perché all’atavico stupore per un fenomeno suggestivo si accompagna lo stupore, più eminentemente infantile, nei confronti di una storia che comprende trasformazioni in animali (e animali per giunta fighi come lupi e falchi), maledizioni, un’evasione dalle segrete e combattimenti all’arma bianca: il tutto ambientato in un medioevo fiabesco-fantasy di cittadelle e castelli diroccati.

La Pan-Europa del Pan-Medioevo

È proprio l’ambientazione uno degli aspetti più interessanti da prendere in esame. E già qui Wikipedia italiana e Wikipedia english differiscono: XIII secolo secondo la prima, “the twelfth century Europe” (L’Europa del 1100) per la versione in inglese. Al di là del secolo di scarto – la dimensione fiabesca d’altra parte costituisce licenza nei confronti degli anacronismi – è quel concetto generico di “Europa” tutto americano che nasconde una chicca sconosciuta ai più. Se nel doppiaggio italiano, infatti, la vicenda sembra svolgersi inequivocabilmente in Francia, nella versione originale è tutto più fumoso: i nomi dei protagonisti restano francesi ma la città di Aguillon è in realtà l’italianissima L’Aquila, che non solo dà nome alla cittadella della vicenda (anche il vescovo è “The Bishop of Aquila”) ma la cui provincia è anche il luogo privilegiato delle riprese, che si sono svolte quasi interamente in Italia, nelle province appunto de L’Aquila, di Cremona, Parma, Piacenza e nel Parco Nazionale del Gran Sasso.

Quanto al tempo storico, poco importa: si tratta di una fiaba e una vaghissima ambientazione medievale è quel che più le si addice. Ciò che stona all’orecchio di oggi è invece la colonna sonora, forse più rappresentativa degli anni ’80 che di un Medioevo fiabesco. Amata da Richard Donner e detestata da molti altri (un esagerato Rob Vaux su Flipside Movie Emporium la definì «la peggiore mai composta»), irrompe repentina a ogni cambio di scena e accompagna le azioni in modo spesso pretestuoso. Un’ingerenza musicale invadente per l’orecchio adulto, ma che per un bambino passa del tutto in sordina: io almeno ci facevo poco caso.

 https://www.youtube.com/embed/YkjiZr4zMdI/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Rutger Hauer “ha visto cose” e Matthew Broderick parla con Dio

Mi era invece ben chiaro che il protagonista maschile, l’ex capitano della guardia Etienne Navarre interpretato dal roccioso Rudger Hauer, non era un personaggio così convenzionale. Cupo e poderoso, vestito interamente di nero (come uscito dal Settimo sigillo) e con lo sguardo glaciale che lo contraddistingue, l’attore olandese era probabilmente più a suo agio nei panni del gelido replicante di Blade Runner che non in quelli dell’innamorato. Sembra quasi troppo serio per la parte, ma è proprio questa sua serietà che lo rende più guerriero che principe azzurro. E la cosa ha il suo fascino.

Più scontata la scelta di Michelle Pfeiffer come protagonista femminile: la sua bellezza eterea la rende perfetta come enchanting beauty e, secondo il parere che il New York Times espresse all’epoca, la sua presenza sullo schermo è talmente vivida da persistere anche quando è sostituita dal suo alter ego animale. Grande merito alla scelta del taglio di capelli, che le valorizza i lineamenti e rompe lo stereotipo del lungo parruccone ondulato alla Raperonzolo.

L’aspetto più prettamente comico giullaresco – immancabile in questo tipo di film – è affidato al personaggio di Philippe Gaston, detto “il Topo”: giovane ladruncolo scavezzacollo, maestro nell’arte della fuga dalle segrete e avvezzo a parlare con Dio. I suoi monologhi, condotti di volta in volta tra sé e sé, o con l’Onnipotente come interlocutore privilegiato (il che per alcuni è lo stesso), costituiscono la gag principale di questo personaggio, interpretato da un giovane Matthew Broderick dal fare battutifero e rocambolesco tipico delle sitcom coeve. La soluzione della trama è però affidata all’altro comprimario: il monaco ubriacone che aveva inguaiato i due amanti anni prima facendoli scoprire dal vescovo. È tramite questo personaggio in cerca di redenzione che viene rivelato l’escamotage per sconfiggere il maleficio: la benedetta eclissi. Il suggerimento arriva da Dio stesso, perché sì, anche il monaco parla con lui – o meglio, è tornato a parlarci ora che Dio l’ha perdonato: quello che si dice deus ex machina.

Ammettiamolo: le soluzioni formali adottate dalla sceneggiatura sono a tratti banali e sbrigative e il lieto fine, per quanto inevitabile, sfiora davvero la stucchevolezza. Anche la critica dell’epoca aveva evidenziato queste pecche, acclamando quasi compatta la fotografia ma criticando la sceneggiatura e alcune interpretazioni attoriali. Eppure si tratta pur sempre di un film di cui è difficile parlare male, e non solo perché ci riporta ai tempi d’oro dell’infanzia: lo spunto di partenza è straordinariamente azzeccato e declina in maniera originale il tema dell’amore impossibile. Il fatto che i due possano sfiorarsi solo per un istante all’alba e al tramonto è poi uno spunto poetico irresistibile.

E a proposito di spunto poetico: c’è una categoria di lettori ai quali, fin dal titolo, si sarà accesa una lampadina. Si tratta dei lettori di Michele Mari, uno dei migliori scrittori italiani viventi – e qui non sono la sola a pensarlo – che nel 2007 pubblicò una raccolta poetica intitolata appunto Cento poesie d’amore a Ladyhawke. La storia dietro queste liriche è a sua volta bella e romantica, ma si tratta appunto di un’altra storia e si dovrà raccontarla un’altra volta. Per il momento, nonostante io preferisca il Mari prosatore al Mari poeta, chiudo con la lirica della raccolta che più di ogni altra ha un richiamo diretto con il film di Donner.

«La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
(donna di notte lei
e con la luce falco
lui con la luce uomo
e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume»