#jusquicitoutvabien“Il porto proibito” è una grande occasione per il fumetto italiano

“Il porto proibito” è una grande occasione per il fumetto italiano

La pubblicazione de Il porto proibito, una nuova graphic novel sceneggiata da Teresa Radice, disegnata da Stefano Turconi ed edita da Bao, è una bellissima notizia per il mondo del fumetto italiano. Di più, è un passo avanti che potrebbe finalmente mettere alla prova una specie di profezia che in non pochi ci ripetiamo come un mantra da qualche anno.

La profezia è quella dell’armadillo, per citare il libro che in qualche modo l’ha innescata. È quella che si fonda sulla speranza che il successo mostruoso di Zerocalcare — e l’aggettivo, visti i numeri, è completamente meritato, insieme al plauso — non abbia semplicemente sfondato la porta dell’attenzione dell’opinione pubblica e dei lettori italiani verso il fumetto, ma che, dopo averla sfondata, la stia presidiando, che ci abbia messo un piede per evitare che gli si richiuda dietro le spalle e che renda tutto inutile per il comparto.

La pubblicazione de Il porto proibito è una bellissima notizia per il mondo del fumetto italiano.

L’apertura a un nuovo pubblico è una tendenza innegabile, malgrado siano ancora molte le reticenze di un certo establishment culturale e giornalistico, che si è visto sfrecciare questi prodotti sopra la testa quasi senza accorgersene, ma anche di un certo pubblico che probabilmente per età, formazione e per una troppo radicata abitudine alla tassonomia esclusiva — è letteratura o non è letteratura? — fa ancora molta fatica ad allargare lo spettro e non fermarsi alla solita battaglietta di retroguardia tra apocalittici e integrati che non porta da nessuna parte.

Lo spiraglio nella porta che conduce al grande pubblico, un tempo blindata e chiuse a cento mandate dal pregiudizio di marginalità e di subalternità, c’è.

L’allargamento dell’arte del fumetto a un pubblico non più di nicchia, anche in Italia, è realtà. Lo spiraglio nella porta, un tempo blindata e chiuse a cento mandate dal pregiudizio di marginalità e di subalternità, c’è. E Il porto proibito è esattamente uno di quei prodotti — non l’unico, assolutamente — che in quel varco potrebbe infilarcisi e arrivare ovunque.

Ripartiamo però dal libro in questione, da questo meraviglioso Il porto proibito. Proviamo a vedere se anche per lui regge quella griglia che avevamo già usato su queste pagine qualche mese proprio con l’ultimo libro di Zerocalcare . Quella volta si partiva dal presupposto che un’opera d’arte dovesse essere contraddistinta da tre fattori, in un modo o l’altro concatenati: l’onestà dell’atto di invenzione, la fedeltà ai propri demoni e l’ossessione per il tempo e per la memoria.

Per quanto riguarda l’onestà dell’atto, quella la risolviamo in fretta. Il porto proibito è, come recita il sottotitolo posto nel frontespizio, un’opera a fumetti in quattro atti, e, come ogni opera, si apre con l’alzata del sipario, condita di una citazione che già ci toglie ogni dubbio su quanto questa storia sia ampiamente vissuta dentro l’immaginario dei due autori prima di venire alla luce. È di Luigi Pirandello, è tratta da I giganti della montagna, l’ultima opera, incompiuta, del Premio Nobel siciliano. Fa così:

Quando legge questa frase, il lettore ha visto solo la copertina — che se proprio dobbiamo fare delle critiche, ne sarebbe la quasi esclusiva protagonista — il frontespizio, costruito graficamente come i grandi romanzi d’avventura ottocenteschi, con tanto di un Londra 1811 che riempe il cuore, e una mappa fantastica, che puzza di salsedine. Insomma, tre o quattro cose che sono una promessa di avventura, ovvero il più bell’invito per il lettore, una specie di grido che lacera i timpani e dice: LEGGIMI.

Una promessa di avventura, ovvero il più bell’invito per il lettore, una specie di grido che lacera i timpani e dice: LEGGIMI

Anche per quanto riguarda la fedeltà ai demoni, non ci vorrà molto a provarla. Quando si parla di demoni, in letteratura, spesso si pensa ai demoni che inseguono gli artisti partendo dalla vita. E in parte è così. Ma in parte no, o meglio, sì, ma quella vita si chiama Letteratura. I demoni che troverete dentro le 300 pagine de Il porto proibito sono proprio quelli e le loro ombre — perché i demoni, come i fantasmi, non li vedi, non hanno volto né corpo, li riconosci, dalle ombre, dalle impronte che lasciano in un’opera — si chiamano riferimenti, citazioni, omaggi, riverberi di mille libri, di mille storie, o, forse, di quella unica grande storia che è la Letteratura.

In questo caso sono le ombre di gente come Stevenson, Conrad, Coleridge, Wordsworth, Blake e pure di mister William Shakespeare, ovvero tutta una ciurma di poeti e visionari, avventurieri della narrazione, ossessi che qui dentro si muovono come marinai che barcollano in una locanda puzzolente e assordante, come gente di casa. Sono loro che controfirmano in calce Il porto proibito, e la loro presenza tutelare è la certezza che ci garantisce l’onestà della mossa degli autori, ovvero che questa storia ce l’avevano infilzata da qualche parte, nei dintorni del cuore.

Teresa Radice e Stefano Turconi questa storia ce l’avevano infilzata da qualche parte, nei dintorni del cuore.

Appurata la vibrante onestà della produzione, constatata la lieta partecipazione dei più ingombranti demoni della narrativa di ogni tempo e spazio, non resta che dimostrare l’ultimo dei tasselli, la presenza tra le trame, sottotesto e sopratesto, di quella roba che chiamiamo ossessione per il tempo e per la memoria e che, per l’arte, è benzina potente.

Ebbene, qui forse ci vorrà anche più tempo, ma solo perché vale la pena di rivelare qualche dettaglio della trama, densa e avvolgente come uno di quei grandi romanzi d’avventura che si facevano una volta (ma che qualcuno, per fortuna, fa ancora).

Uno dei protagonisti di questa avventura è un ragazzino che si chiama Abel e che proprio all’inizio della storia ritroviamo privo di coscienza su una spiaggia, come fosse reduce da un naufragio. Abel non ricorda nulla, tranne il proprio nome. Ed è proprio quel tempo perduto che sembra aver lasciato all’oblio, che agisce come un magnete e, funzionando per attrazione invincibile, fa da motore della storia e mette Abel sulla strada che porta verso la risposta alla sua inquietudine, e verso il porto proibito, che lo punta da un orizzonte che vede solo lui.

O meglio, no. Abel non è l’unico personaggio che è inseguito da un’ossessione, da un’inquietudine e che punta il suo sguardo malinconico verso il porto proibito, lo spazio e il tempo dell’oblio. L’altro personaggio è l’affascinante Miss Riordan, che il bianco e nero delle matite di Stefano Turconi (da applauso) ci fa immaginare rossa, lentigginosa, bianca come il latte. È lei che gestisce il bordello del paese, il Pillar to Post, ed è grazie al suo aiuto che Abel prende la strada del ricordo che, paradossalmente, è anche la strada per l’oblio.

L’onestà dell’atto di invenzione, la fedeltà ai propri demoni e l’ossessione per il tempo e per la memoria: Il porto proibito ha le carte per vincere la sua partita

L’onestà dell’atto di invenzione, la fedeltà ai propri demoni e l’ossessione per il tempo e per la memoria: Il porto proibito ha le carte per vincere la sua partita, e ha anche la carta che gli chiude il punto. Teresa Radice, che sceneggia, e Stefano Turconi, che disegna, nella vita sono una coppia, ma nell’arte sono un personaggio solo. È tanto ed è evidente l’affiatamento tra la penna e la mano, che quest’opera sembra autoconcepirsi e la storia sembra autoraccontarsi. Non c’è scarto, mai, tra il senso del racconto e la potenza del disegno. La partita è vinta.

Per chiudere, una storiella, una di quelle che riverberanno in sé stesse. In The Rime of the Ancient Mariner, la ballata del vecchi marinaio, di Samuel T. Coleridge, un capolavoro totale, purtroppo sfregiato dal suo mortificante insegnamento liceale, a un certo punto un veliero misterioso e terrificante si avvicina all’imbarcazione del vecchio marinaio e dei suoi compagni di sventura, bloccata on the Line, in mezzo all’oceano, proprio sulla linea dell’Equatore, da una bonaccia irreale, sotto il sole rovente.

Su quel veliero, scambiato dai poveretti per una possibilità di aiuto, ci sono solo due persone, che però persone non sono. La prima si chiama Morte, la seconda Vita-in-Morte e quello che fanno sul ponte di quel veliero spaventoso che solca le acque senza bisogno di vento è giocarsi le anime dei marinai a dadi. La Morte vince tutte le anime dei marinai, tranne una, quella del vecchio, quella se la vince Vita-in-Morte.

«Le sue labbra eran rosse» scrive Coleridge (la traduzione è quella ottocentesca di Enrico Nencioni), «franchi gli sguardi, i capelli gialli com’oro: ma la pelle biancastra come la lebbra… Essa era l’Incubo VITA-IN-MORTE, che congela il sangue dell’uomo».

Due secoli dopo, da questa storia e da queste parole, Vinicio Capossela scrive una canzone che si chiama S.S. dei naufragati, che merita di essere ascoltata, e che a un certo punto fa così:

Acqua, acqua, acqua in ogni dove
e nemmeno una goccia, nemmeno una goccia da bere
e gli uomini spegnevano, spegnevano il respiro
spegnevano la voce, nel nome dell’odio
che tutti ci appagò, il cielo rigò di sbarre il suo portale
il volto di fuoco, dentro imprigionò
lo spettro vedemmo venire di lontano
venire per ghermire, nero di dannazione
Vita-in-Morte, Vita-in-Morte questo era il suo nome.

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