“Il racconto dei racconti”, il fantasy che non ti aspetti

“Il racconto dei racconti”, il fantasy che non ti aspetti

Il racconto dei racconti , il nuovo film di Matteo Garrone nelle sale dal 14 maggio — uno dei tre film italiani che saranno presentati alla prossima edizione del festival di Cannes — è un film più complicato da giudicare che da guardare, e, c’è da scommetterci, dividerà gli spettatori in due schieramenti opposti e lontanissimi nel giudizio.

Il racconto dei racconti è un film molto più complesso di quanto può sembrare, e dividerà gli spettatori in due schieramenti opposti e lontanissimi nel giudizio

Da una parte ci sarà chi, arrivando alla visione convinto di trovarsi davanti a un fantasy di ambientazione medievale — a una versione italiana e cinematografica di Game of Thrones, per intenderci —, uscirà dalla sala spazientito e perfino un po’ incredulo, convinto probabilmente di aver assistito a una fantozziana “cagata”, incapace finanche di definire il perché del proprio fastidio.

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Dall’altra, al contrario, ci sarà chi, arrivandoci con spirito più aperto, senza preconsiderazioni o aspettative di genere, uscirà dalla sala soddisfatto, convinto di aver assistito a un capolavoro, di aver assaporato una versione del fantastico completamente inedita, almeno per i nostri tempi, a una riproposizione ardita ma perfetta della fonte a cui attinge, ovvero deLu cuntu de li cunti, di Gianbattista Basile, una raccolta secentesca di 50 novelle che uno come Benedetto Croce definì «il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari».

Il bello, questa volta, è che hanno ragione entrambi. Ma l’ancor più bello è che, proprio questa divaricazione nel giudizio del pubblico è paradossalmente il più grande riconoscimento della riuscita di questa ardita avventura cinematografica di Matteo Garrone.

L’opera originale, scritta nella prima metà del Seicento da Gianbattista Basile, aveva già in sé una contraddizione tra il linguaggio, popolare, e il pubblico molto colto a cui era diretto, 

L’opera originale, scritta nella prima metà del Seicento da Gianbattista Basile, aveva già in sé questa contraddizione. I racconti raccolti da Basile, infatti, pur essendo racconti popolari e pur essendo scritti calcando la parlata popolare napoletana, non aveva come pubblico elettivo il popolo, tutto il contrario, il suo pubblico di riferimento era un pubblico cortigiano, colto, intellettuale e borghese, l’unico capace di comprendere la complessità formale e strutturale dell’opera.

Per capire il film di Garrone bisogna capire che opera è Lu cuntu de li cunti, un’opera barocca, con un’architettura ingombrante

Se stiamo parlando del libro di Basile è perché, seppur il film sia liberamente ispirato alla raccolta, per capirlo bisogna prima capire che diavolo di opera sia Lu cuntu de li cunti e quale sia il suo significato. Per farlo bisogna partire dalla premessa che si tratta di un’opera barocca del Seicento, di un’opera che, quindi, ha una componente formale, «una raffinata architettura letteraria» la definisce Michele Rak (curatore della più recente traduzione italiana edita da Adelphi nel 1986), che è decisamente ingombrante.

«quello che accade nel primo racconto accade nella forma dell’opera: tutti i racconti sono segmenti testuali del primo e ne replicano lo schema»

Lo stesso Rak definisce la struttura dell’opera come una «sciarada, nello stesso tempo speculare e circolare». E aggiunge, complicando ancora di più l’analisi «quello che accade nel primo racconto accade nella forma dell’opera: tutti i racconti sono segmenti testuali del primo e ne replicano lo schema, che il lettore scopre man mano che lo ritrova ripetuto altre 49 volte e, nello stesso tempo, continuamente interrotto in una suspense che si chiude soltanto alla fine». Insomma, il racconto è il frattale dell’opera e da quello si generano tutti gli altri, e mille altri ancora se ne potrebbero generare.

Lu cuntu de li cunti non è un libro normale, non è uno di quelli che si apre a pagina uno e si inizia a leggere fino ad arrivare all’ultima

Ormai l’abbiamo capito: Lu cuntu de li cunti non è un libro normale, non è uno di quelli che si apre a pagina uno e si inizia a leggere fino ad arrivare all’ultima. Non si presta a una lettura lineare, anche e soprattutto per questa sua ridondanza formale e ripetitività strutturale, che ne fa un libro da non leggere «seduti davanti a una scrivania o sdraiati su letti e poltrone o altri comodi supporti», come dice ancora Rak, che poi continua notando che «in quasi quattro secoli pochi lettori avventurosi o distratti lo hanno letto con questa procedura e con queste posizioni ed anche per questo non sono riusciti a decifrarne compiutamente l’architettura».

Ma come, un libro che se leggi dall’inizio alla fine non capisci? Sì, esatto. Lu cuntu è un libro, più che da leggere, da usare, da prendere a spizzichi e bocconi, lasciandosi guidare dal caso, selezionando due o tre novelle, riciclandole, ridando loro vita, reinventandole. È una cosa che dovrebbe fare il suo lettore ideale, ed è quello che ha fato Garrone. E infatti il regista romano tra le 50 novelle ne ha scelte tre e da lì è ripartito per il suo percorso, modificando liberamente e intersecando i tre diversi piani narrativi, rimettendoli nello stesso piano temporale e nello stesso luogo, una sorta di medioevo senza tempo e senza riferimenti reali al territorio (anche se noi italiani molti dei bellissimi luoghi scelti dal regista li riconosciamo al volo).

Torniamo al film, perché la domanda che ogni recensione cinematografica dovrebbe porsi e alla quale alla fine dovrebbe riuscire a rispondere è: possiamo giudicare questo film un’operazione riuscita oppure no? Ecco, in questo caso, data la dualità del film, anche al risposta a questa domanda sarà duale e, forse, contraddittoria.

A livello filologico l’operazione di Garrone è più che riuscita: ha rispettato il testamento involontario dell’opera di Basile

A livello teorico e filologico l’operazione di Garrone è infatti più che riuscita: ha rispettato il testamento involontario dell’opera di Basile, ovvero l’essere ripreso e rielaborato per continuare a figliare storie, e lo ha fatto con un film che, se inserito nel panorama del fantasy contemporaneo, è completamente inedito.

Come giustamente nota Giorgio Viaro (le cui impressioni post visione fuori dalla sala hanno notevolmente influito su questa lettura) nella sua recensione su Best Movie , il fantasy di Garrone è «un fantasy primitivo, in pratica pre-moderno», che non cerca di stupire, ma di perturbare, che non cerca ostinatamente di essere veloce e dinamico, ma che accetta e impone la propria staticità allo spettatore, e che, per questo, chiede qualcosa in cambio, una partecipazione nell’interpretare quel che scorre davanti agli occhi un’attitudine che, nel comune senso del fantasy moderno, si è persa. E il risultato è un fantasy in fondo più originale di quello di Game of Thrones, più profondo di quello del Signore degli Anelli.

Garrone non cerca di stupire, ma di perturbare, non cerca ostinatamente di essere veloce e dinamico, ma impone la staticità allo spettatore

A livello “pratico”, invece, la riposta, come accennavamo all’inizio di questa recensione, è decisamente più complessa. Se pensiamo che un film del genere attirerà al cinema plausibilmente un grande pubblico di appassionati di un fantasy che è completamente diverso, decisamente meno “intellettuale “di questo, be’, allora la riposta sarebbe no. Ma se invece ci astraiamo dal giudizio che ne darà questa prima tipologia di pubblico, se pensiamo a questo film come una grande operazione di Commedia dell’arte, allora sì, certamente, questo è un gran film. Un gran film per pochi, probabilmente, ma chi l’ha detto che le grandi opere d’arte debbano essere per forza quelle ad alto tasso di accessibilità.

Un’ultima nota, prima di concludere. Il libro di Basile inizia così, citando un proverbio che è molto interessante da leggere ora:

C’è un proverbio di quelli stagionati, di vecchio conio, che dice: chi cerca quello che non deve trova quello che non vuole e, inevitabilmente, la scimmia che vuole infilarsi gli stivali rimane presa per il piede, come capitò a una stracciona di schiava che non aveva portato mai scarpe ai piedi e voleva portare una corona in testa. Ma, poiché la mola raschia via tutte le asperità e ne capita una che le fa pagare tutte, alla fine, per avere preso con l’inganno quello che toccava ad altri, finì in mezzo alla ruota dei calci e quanto più era salita in alto tanto maggiore fu la sua caduta, nel modo che segue.

È un proverbio che si riverbera anche nelle tre storie che Garrone sceglie di raccontare e di cui è la morale: chi cerca quello che non deve trova quello che non vuole. Molti dei personaggi coinvolti in ognuna delle tre storie sono in qualche modo segnati da questa stimma, e in quasi tutti i casi finiscono male. Per un paradossale e involontario gioco di specchi, questo proverbio si può immaginare anche applicato al pubblico — in un certo modo è valso anche per chi scrive — che se andrà a vedere questo film cercando quello che non deve, applicando cioè delle aspettative costruite su altri prodotti fantasy cinematografici o televisivi, troverà quello che non vuole, e non gli piacerà.

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