Tutto quello che i social scoprono di voi mentre correte

Tutto quello che i social scoprono di voi mentre correte

Pantaloncino e maglietta di ordinanza, smartphone allacciato al braccio e connesso a qualche app che monitora in tempo reale la performance, sono in tanti d’estate a riscoprire un’improvvisa, talvolta insospettabile voglia di correre. Metodici o occasionali, credibili per prestanza fisica o “improvvisati”, volontari o coscritti dal partner, nonostante il caldo li vediamo immolarsi in parchi pubblici via via più deserti, boccheggiare su lungomare dei luoghi di villeggiatura, arrancare sulle sterrate meno ostiche dei paesini di montagna. E in un’epoca dove tutto è big data, nemmeno le loro abitudini potevano passare inosservate alle aziende di social intelligence. Una di queste, Brandwatch, ha monitorato per tutto il 2014 la “running community” su Twitter del Regno Unito: ottenendo rilievi a volte prevedibili, altre interessanti (l’intero rapporto è qui). Vediamoli.

  1. A correre sono in prevalenza uomini. Il 70% del volume complessivo di tweet rilevato nei dodici mesi di monitoraggio da Brandwatch è partito da account maschili: il dato è rimasto costante in tutto il periodo.

  2. Spesso, svolgono professioni che hanno a che fare con la competizione. Nella community monitorata, le professioni più frequenti sono addetti alla vendita e professionisti del marketing e delle Pr.

  3. Maglia nera, le professioni intellettuali. Il gruppo sociale meno rappresentato nella Twitter community dei runner del Regno Unito è quello degli studenti. Molto sotto-rappresentati rispetto alle altre categorie lavorative anche giornalisti e ricercatori.

  4. Il primo muro: i dieci giorni. Secondo i dati di Brandwatch, i primi dieci giorni di corsa sono i più duri e determinanti. Chi li supera ha il 50% di possibilità di diventare un long-term runner, un praticante di lungo corso. E stando sempre al report, è stato il 39% di chi ha iniziato a correre a gennaio 2014 a perseverare poi nell’attività per più di sei mesi consecutivi: poco meno di quattro su dieci.

  5. I runner maturi corrono la mattina presto. L’orario di attività maggiormente scelto dai runner del Regno Unito è stato il tardo pomeriggio per i giorni feriali e la metà mattinata per i giorni festivi. Tuttavia, sottolinea il report, i long-term runner hanno il 36% in più di propensione ad allenarsi la mattina presto e mantengono questa abitudine anche nel fine settimana. Sono, evidentemente, più motivati, traggono piacere dalla corsa, non gli pesa svegliarsi prima.

  6. Il secondo muro: i tre mesi. Secondo i dati di Brandwatch, nei primi tre mesi i runner che diventeranno long-term e quelli che invece smetteranno hanno performance di durata e di distanza molto simili: in media, tra i 5 e i 6 chilometri. I tempi della prestazione cambiano, in meglio, soltanto dopo. Solo chi abbatte quel muro temporale ha buone probabilità di diventare un appassionato di lungo periodo e di percorrere distanze più lunghe. Per gli altri, le performance caleranno inesorabilmente.

  7. La pioggia non ferma i runner. Sarà che nella perfida Albione piove spesso, ma, stando al rapporto di Brandwatch, “non è stata rilevata alcuna correlazione negativa tra pioggia e volume di tweet” (e quindi di allenamenti registrati) nella running community.

  8. A gennaio le donne disertano. Il primo mese dell’anno è quello dove invece è stata registrata la più bassa percentuale di attività di account Twitter femminili nella running community del Regno Unito.

  9. La primavera è la stagione più attiva, soprattutto per le donne. I picchi di attività della community sono stati registrati in primavera, in primo luogo, e poi in autunno. La primavera è anche la stagione con più esordi femminili: nei mesi precedenti, infatti, la percentuale di account relativi a donne nella Twitter community britannica dei runner è stata spesso inferiore al 30% del totale.

  10. Tutti i runner vogliono sentirsi atleti veri. Ed è un business. Terminato l’allenamento, tutti vogliono sapere com’è andata: sempre più spesso, quindi, scaricano app che forniscono dati in tempo reale su distanze, tempi, pendenze. Col risultato che Endomondo, Runkeeper, Runtastic entrano in possesso di una quantità enorme di dati aggregati su abitudini, comportamenti, prestazioni, da connettere all’età dell’atleta e alla sua provenienza locale. Una massa di dati altamente commerciabili, ad esempio, in tutto il settore del fitness. Dati che gli utenti regalano due volte: all’app in cambio del monitoraggio e ai social quando connettono gli account. Nulla di male, a patto di esserne consapevoli.