SpecialeIndipendentismi italiani: il sogno di una secessione toscana

Per ora sono pochi, ma vogliono far leva su un passato comune secolare. «Renzi? Un toscano che si è venduto all’Italia»

La Toscana non è Italia. È la parola d’ordine di un nuovo “manipolo” (si definiscono così) di indipendentisti. Dopo sardi, veneti e siciliani c’è un altro pezzo di Paese che chiede di andarsene: i toscani. Il movimento è giovane: nasce nel 2014, ma dietro c’è tutto il lavoro del centro studi annesso, che da anni cerca di rintracciare e diffondere le origini culturali dell’identità toscana. Il braccio politico, al momento, conta circa 150 iscritti, una squadra al vertice di cinque capi territoriali e un leader di riferimento: il livornese Emiliano Baggiani.

«La Toscana è un territorio che è nato indipendente», spiega Baggiani rivolgendo lo sguardo al passato. «Fin dal primo ducato, quello dei Longobardi, e poi via via con la Marca di Tuscia, il margraviato di Toscana» e, com’è ovvio, «il Granducato. Prima quello dei Medici, e poi quello dei Lorena». Una storia gloriosa che si interrompe con l’annessione all’Italia, attraverso un “finto” plebiscito. «Tutt’altro che spontaneo», puntualizza.

È arrivato il momento di tornare indietro, sostengono. In nome delle comuni radici culturali e anche di non indifferenti ragioni economiche. «Secondo le stime, la nostra regione ha un residuo fiscale di otto miliardi. Sono soldi nostri che finiscono chissà dove. Vogliamo liberarci dal giogo dello Stato centrale e poterli spendere come vogliamo». Argomento non nuovo. Toscana Stato ha accolto al suo interno, tra i vari componenti, diversi ex leghisti, «delusi da dove è andato a finire il progetto dell’indipendenza da Roma». Anche perché ora, con Salvini, «la Lega è diventata un partito “italiano” a tutti gli effetti». Italiano, si badi bene, non è un complimento. «Quella di Bossi, almeno fino al ’96, era convincente. Ma poi hanno preso la direzione sbagliata. La Toscana non poteva far parte della Padania, che è una realtà a sé. Si era parlato di inglobarla in un progetto tosco-padano, perché con il Nord ha in comune la vocazione al lavoro e alla produttività, ma è un’idea senza valore. Anche il nome era brutto». Bossi era un grandissimo politico, «ma non aveva cultura». E questa è la causa di tutti gli errori che sono seguiti.

La Toscana ha un’identità sua: non va dimenticato, soprattutto se si ha in mente un progetto politico di secessione, o di indipendenza. «È anche una comunità linguistica, ma a noi la lingua ce l’hanno tolta». Perché l’italiano, «che non esisteva», ora coincide «con il toscano. E il toscano, come entità, non esiste più». Un esproprio, insomma. Ma al tempo stesso – fanno notare con un certo orgoglio – «non è una lingua che si è imposta con le armi, ma grazie al prestigio». Dell’esperienza padana viene ripreso lo spirito e l’uso dei simboli: Toscana Stato ha la sua bandiera, gli stemmi e anche un inno, la Leopolda.

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Il fatto che il referendum scozzese non abbia avuto gli effetti sperati non intacca in nulla la fiducia di Baggiani nell’indipendentismo. «È una situazione non paragonabile. La Gran Bretagna, a differenza dell’Italia, funziona. La Scozia è più povera, rispetto alla Toscana, e soprattutto ha subito una pressione fortissima: minacce da parte della Ue, della Germania: “Uscirete dall’euro”, dicevano. È intervenuto perfino Obama. Cameron poi ha fatto moltissime promesse di autonomia», il tutto «per un referendum che, prima o poi rifaranno». La Toscana, invece, «è in Italia, che funziona male. È più ricca della Scozia e può contare su un attaccamento identitario più forte: essere toscani è valido anche oggi, ed è un punto di riferimento utile anche in un’epoca globalizzata. Molto più che essere italiani».

Il problema è che il messaggio non è avvertito da tutti, in particolare i politici toscani. «È una classe che si è svenduta all’Italia», si irrita. «Non fanno nulla per la regione» Nemmeno Renzi? «A quello della Toscana non gliene frega nulla. Da quando è diventato presidente del Consiglio noi toscani non abbiamo avuto nessun beneficio, nulla. La Costa Concordia, ad esempio, poteva andare a Livorno, anche come forma di risarcimento in termini di lavoro, ed è andata a Genova. Siena era candidata per diventare capitale europea della cultura 2019 e ha vinto Matera. In più c’è in ballo il progetto di accorpare le autorità portuali di Livorno con Piombino e con Civitavecchia, che non è Toscana. E Mps? La banca toscana e senese è stata spolpata mentre governava il Partito Democratico, che ha gettato al vento il risultato del lavoro di trenta generazioni, dico trenta, di toscani. Un disastro».

Renzi «è un frontman, è toscano solo perché è nato in Toscana, ma per tutto il resto è italiano. È lì solo perché fa gli interessi dei più forti, ma di Toscana non parla mai, non ci pensa mai». E questo «vale anche per tutti i suoi collaboratori che ha portato con sé». E se gli si fa notare che, però, in Toscana, è votatissimo, Baggiani risponde che «lo votano anche in Italia». Il fatto è che «Renzi è ambizioso, furbo. Ma vedremo quanto tempo ancora abboccheranno alle sue parole i toscani» e, certo, «gli italiani».

E chi rimane? Il Movimento Cinque Stelle? «Sì, ma con molto meno entusiasmo di un tempo». Un anno fa «avrei avuto dei toni molto diversi. Ora, anche per il fatto che vivo a Livorno e li vedo al lavoro, sono diventato più freddo». I grillini «non hanno cambiato nulla, e sono caotici. La verità è che non rappresentano un’alternativa». Vanno bene solo «se riescono a incrinare l’ordine costituito». Ma per il resto, si intende, è meglio fare da soli.

E allora a novembre 2015 è previsto il primo congresso, per stabilire le segreterie e fare il punto della situazione. Tesseramenti, iscritti, spese. Sono i primi passi. «Dobbiamo fare pubblicità, manifesti. Vogliamo girare per la regione e far conoscere il nostro progetto politico attraverso il recupero della conoscenza della storia». In particolare «battagliando sulle versioni “scolastiche” della storia d’Italia. Ad esempio quella che fa passare come un plebiscito l’annessione della Toscana all’Italia, che lo dipinge come un movimento di popolo. La realtà è il contrario: si è trattato di un colpo di stato», dice, una «manipolazione». Nessuno voleva davvero.

«All’epoca dei Lorena la Toscana era una delle regioni più avanzate della penisola, lì vigeva il buongoverno. I governanti erano illuminati: non c’era la pena di morte, le ferrovie erano il triplo rispetto agli stati meridionali». Poi è arrivata l’Italia, e tutto il resto, comprese le province di Massa e Carrara, «che non sono toscane. Né nella lingua né nella storia». A questo proposito provvederanno, come recita lo statuto, a “promuovere consultazioni per conoscere l’intenzione di quelle popolazioni d’appartenere o meno allo Stato Toscano, in ossequio del principio dell’autodeterminazione dei popoli”. O dentro, o fuori.

Poi, in nome dello stesso principio, il sogno è di arrivare a un referendum, come in Scozia. «Siamo già nella fantapolitica». In quel momento i cittadini toscani decideranno se staccarsi dallo stato italiano e organizzarsi in uno stato autonomo. Di che tipo? «Pur con la massima riconoscenza nei confronti dei Lorena, non sarà un ritorno al Granducato», spiega Baggiani. L’unico punto non negoziabile «è che sia una repubblica». Toscana.

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