Chili, il broadcaster italiano che non ha paura di Netflix

«Non siamo in concorrenza diretta», dice il presidente Stefano Parisi, «anzi, possono essere un ottimo alleato per diffondere un nuovo modo di usare la televisione»

In questi giorni sta crescendo molto l’attesa per l’arrivo in Italia di Netflix, fissato per il 22 ottobre, ma, per molti, agognato da anni. La piattaforma digitale di streaming di contenuti video on demand su abbonamento conta milioni di abbonati in tutto il mondo e si è messa da qualche anno a produrre direttamente le proprie serie televisive, sfornando serie tv di grandissimo successo come House of Cards e Orange Is the New Black, ma non è certamente l’unica piattaforma attiva sul mercato.

In particolare, tra le varie che operano in Italia nel campo del broadcasting, c’è Chili, una piattaforma nata nel 2012 come spin off del ramo d’azienda Over The Top TV di Fastweb, una piattaforma che, nel frattempo, è cresciuta, staccandosi nell’aprile del 2014 da Fastweb ed espandendosi in altri quattro paesi dell’Unione Europea — Austria, Polonia, Germania e Regno Unito — arrivando ad avere circa 500mila clienti, con un tasso di crescita dichiarato di circa 15mila utenti al mese.

Si tratta di numeri decisamente più piccoli di quelli che registra Netflix, eppure a Chili non sono per niente preoccupati degli effetti di concorrenza che potrebbe avere lo sbarco della piattaforma americana in Italia. «Non abbiamo paura di Netflix», dice Stefano Parisi, fondatore, presidente e Chief Strategy Officer di Chili. «Anzi se arriva e, grazie al suo peso mediatico, apre il mercato per noi è una cosa molto positiva».

«Non abbiamo paura per Netflix, se arriva e, grazie al suo peso mediatico, apre il mercato per noi è una cosa molto positiva»


Stefano Parisi, fondatore e presidente di Chili

Non temete la concorrenza di un player così ingombrante?
No, nel senso che Netflix non ci fa concorrenza diretta. La loro è una piattaforma SVOD — acronimo per Subscription Video On Demand — vende contenuti su abbonamento. Chili invece è una piattaforma di TVOD, ovvero di Transactional Vod, un sistema di pay per view come iTunes. Da noi si affitta o si compra il singolo contenuto.

Che differenze ci sono nell’offerta?
Prima di tutto il fatto che possiamo avere film più recenti, perché la finestra per le trasmissioni in TVOD è la stessa finestra dell’Home Video, ovvero quella che parte a partire da tre mesi dopo l’uscita nelle sale. Per quanto riguarda l’archivio, la cosiddetta library, invece, abbiamo praticamente le stesse potenzialità di Netflix. Sono proprio queste caratteristiche che ci rendono felici dell’arrivo di Netflix, che da una parte può aprire il mercato, e dall’altra non si sovrappone alla nostra offerta.

La difficoltà di espansione in Italia è dovuta a problemi infrastrutturali?
No, se lei si riferisce alla larghezza della banda, quello non è un problema. La maggior parte dei consumi sono in standard definition, quindi non sono troppo pesanti e si possono vedere tranquillamente con una buona connessione ADSL, addirittura in mobile si riesce a vedere con il 3G.

«Il problema vero è che solo il 50 per cento degli italiani ha un collegamento internet a casa»


Stefano Parisi, fondatore e presidente di Chili

E allora qual è il problema?
Il problema vero è che solo il 50 per cento degli italiani ha un collegamento internet a casa. Il video on demand vero è quello che cambia le modalità di vedere la televisione, ed è quello che va sulla televisione, sulle smart tv in particolare. È quando hai un pubblico che sa usare la smart tv, che sa comprare o affittare contenuti tramite il telefono, quelle sono le capacità che servono a un pubblico per diventare un pubblico adatto a una diffusione allargata delle broadcast tv come la nostra. In Italia è qui il problema. Perché le televisioni connesse a internet sono poche, e perché, come dicevo poco fa, soltanto il 50 per cento delle famiglie può contare su una connessione internet fissa. Questo è il vero handicap, un handicap più culturale e di abitudini che infrastrutturale.

Che prospettive ci sono per il futuro?
Ovviamente spero che l’ingresso di Netflix nel mercato italiano possa smuovere le cose, anche perché c’è una specie di paradosso: quel 50 per cento di italiani che ha internet in casa, ce l’ha perché ha un computer. Ma in questi ultimi tempi nelle case di tutti gli italiani stanno entrando sempre di più le smart tv, ma che purtroppo sono ancora usate in larga parte come comuni televisori. Riuscire a far capire alle famiglie italiane che quell’oggetto si può connettere a internet e funzionare diversamente da una normale televisione potrebbe aprire il mercato. Le cose si stanno muovendo, e infatti Vodafone e Telecom stanno predisponendo i loro box per intercettare quel pubblico che ha una smart tv ma non una connessione fissa in casa.

«Se ci mettessimo a fare abbonamenti giocheremmo nello loro stesso campo da gioco, e sarebbe molto più complicato»


Stefano Parisi, fondatore e presidente di Chili

Come mai, a differenza di Netflix, non fate abbonamenti?
È una strategia precisa. Noi siamo convinti che il TVOD sia una grande opportunità, per due motivi. Il primo è quello che accennavo prima, ovvero che i contenuti possiamo proporre ai propri clienti sono più recenti, più freschi, e si avvicinano molto di più alla sala cinematografica, cosa che vogliamo fare sempre di più. Il secondo motivo è che in questo modo siamo, per così dire, più liquidi. Se io per esempio sono un cliente di Sky o di Infinity o di Netflix, e quindi pago l’abbonamento mensile, posso tranquillamente decidere di venire su Chili per comprarmi la visione di un film che loro non hanno ancora. Se ci mettessimo a fare abbonamenti giocheremmo nello loro stesso campo da gioco, e sarebbe molto più complicato. La nostra è proprio una strategia, puntiamo a un mercato diverso, fatto da chi vuole vedere film in prima visione e in alta qualità a un prezzo abbordabile.

Che voci compongono il costo di un affitto o di una copia acquistata?
C’è una fascia molto variabile nel prezzo dell’acquisto. Questo perché ci sono major che hanno capito che il prezzo di acquisto dovrebbe essere molto vicino al prezzo di affitto. Il componente di costo più importante tra quelli che compongono il prezzo è il revenue sharing, che è la quota che va ai produttori. È una quota che varia secondo diversi parametri, ma che indicativamente è superiore al 50 per cento del costo finale. Tutto il resto si divide tra costi industriali di trattamento dei film, di gestione della piattaforma e di infrastruttura. Una cosa importante sui film: i prezzi li decidono i produttori, tanto che i prezzi su Chili e su iTunes sono identici, al limite possiamo fare qualche promo, ma sostanzialmente il prezzo lo decidono loro.

Quindi è la politica dei distributori che impone prezzi così alti?
Sì, soprattutto è quello.

E non ci sono prospettive di dialogo su queste cifre?
Secondo me si potrà lavorare sul prezzo della vendita, ma sul prezzo dell’affitto mi sembra difficile. Però, se pensiamo che il vero concorrente è la pirateria, ovvero il prezzo zero, è chiaro che non è sui prezzi che possiamo sconfiggerla. È sulla qualità del servizio che si gioca la battaglia contro la pirateria, ma anche dal punto di vista dell’educazione. Tornando ai prezzi, forse è più utile comparare i nostri con quelli dei cinema: su piattaforme come Chili può vedere un film appena uscito dalle sale a 2.99, mentre al cinema lo ha pagato fino a 9 euro a testa, allora si rende conto che i prezzi sono buoni.

La finestra che vi obbliga ad aspettare tre mesi dall’uscita nelle sale prima di poter trasmettere un film che senso ha?
È un vero regalo alla pirateria. In quella finestra i film si trovano soltanto sui siti pirata. Questo è un clamoroso autogol. Noi ci stiamo insistendo molto e anche Netflix. E questo è un altro motivo che mi spinge a dire che siamo contenti per l’arrivo di Netflix in Italia, perché può essere un utile alleato per questa battaglia.

Perché le major impongono questa finestra?
Le major proteggono in tutti i modi i cinema perché credono che il successo di un film si misuri soltanto dai risultati al botteghino. In realtà si sbagliano, anche perché pensano che il pubblico sia tutto uguale e composto da un solo gruppo di persone: quelli che se vogliono vedere un film vanno al cinema. Ma sa qual è il vero problema? Che in Italia la distanza media del cittadino dal cinema più vicino è di circa 35 chilometri. Tutto, se ci pensa, è pensato per le sale. Pensi alla comunicazione, per esempio. Tutta l’attività di promozione e comunicazione di un film si concentra di solito — ovvero nel 99 per cento dei casi — nella prima settimana di uscita nelel sale. Poi basta. È chiaro che quando poi il film diventa disponibile per i broadcaster in molti non si ricordano nemmeno più che è uscito. Però in realtà un film può avere una vita di anni, e le major continuano a investire tutto sulla prima settimana. Servizi come quelli che proponiamo noi, tra l’altro, possono ampliare il pubblico cinematografico.

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