L’arresto di Mantovani fa tremare Maroni, ma il vero numero due è Garavaglia

Tutti guardano e difendono l ’assessore al Bilancio, anzi all’Economia, anche lui coinvolto nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Mario Mantovani

Per fare qualsiasi cosa, «bisogna chiedere a Massimo Garavaglia». È lui che dal 2013 ha in mano le chiavi della Regione Lombardia. Non solo perché è l’assessore all’Economia e controlla banalmene, i soldi – per di più quando di soldi da spendere ce ne sono pochi. Ma anche perché è stato Roberto Maroni a volerlo come pietra angolare della sua giunta. Gli ha affidato tutti i dossier più importanti: dal sostegno alle imprese, al taglio dei ticket sanitari, al rapporto con gli enti locali, fino alle trattative con il governo, essendo Garavaglia anche coordinatore degli assessori al Bilancio della Conferenza delle Regioni.

È Garavaglia, di fatto, il numero due di Maroni. L’indagine che ha portato all’arresto del vice-presidente della Lombardia Mario Mantovani, di Forza Italia – che numero due lo è solo formalmente – con accuse di concussione, corruzione aggravata e turbativa d’asta ha un risvolto politico più delicato proprio perché c’è anche l’assessore all’Economia fra gli indagati.

Nell’ordinanza del Gip si legge che Mantovani e Garavaglia si sarebbero «attivati» per «favorire e compiacere» alcune associazioni che si occupano di trasporto di malati dializzati «operanti nei territori dai quali entrambi i politici attingono consensi». Ovvero, fra Arconate e Marcallo con Casone, provincia di Milano, ai lati dell’autostrada per Torino.

Di Arconate e Marcallo, Mantovani e Garavaglia sono stati a lungo sindaci nel decennio scorso, luogotenenti votatissimi di Forza Italia (l’uno) e Lega Nord (l’altro). Ma mentre Mantovani, 65 anni, è sempre stato un politico piuttosto esuberante, con il gusto della battuta ai limiti della gaffe e con un legame da fedelissimo con Silvio Berlusconi (e con mamma Rosa), Garavaglia, 47 anni, è uno pragmatico, schivo, serioso, senza smanie di apparire in foto dietro al leader di turno. Caratteristiche (insieme al fatto di capirne di bilanci e formalismi burocratici) che lo hanno reso affidabile in Lega, soprattutto dopo l’elezione alla Camera nel 2006 e poi al Senato, nel 2008. I suoi ricordano che a Roma dormiva in convento.

Garavaglia, di fatto, è il numero due di Maroni. L’indagine che ha portato all’arresto del vice-presidente della Lombardia Mario Mantovani ha un risvolto politico più delicato proprio perché c’è anche l’assessore all’Economia fra gli indagati

Con l’ultimo governo Berlusconi, l’attuale assessore all’Economia della Lombardia, laureato alla Bocconi, era vice-presidente della commissione Bilancio a Palazzo Madama. A Montecitorio, a presidere la Bilancio c’era un altro bocconiano, Giancarlo Giorgetti, l’altro uomo ombra della Lega, che si è sempre occupato di numeri. Quando si trattava di fare una trattativa sui conti, fra Berlusconi e Bossi c’erano Tremonti, Giorgetti e Garavaglia.

Di Garavaglia, dunque, Maroni ha imparato a fidarsi ciecamente, è stato il primo nome sulla lista degli assessori, ruolo che gli ha imposto le dimissioni dal Senato, dove nel frattempo era stato rieletto nel 2013. Si sono sempre fidati i leghisti, e ancora oggi tutti loro – a partire dal segretario Matteo Salvini – mettono la mano sul fuoco sulla sua integrità. Persino le opposizioni, che su provvedimenti di buon senso riescono quasi sempre a trovare un accordo con la giunta per suo tramite, non hanno mai avuto da ridire sull’assessore, che un tempo si chiamava del “Bilancio” ma che con Garavaglia è diventato “dell’Economia”. Questo perché i leghisti considerano la Lombardia una nazione, che ha bisogno di un governo, che a sua volta ha dei ministri, più che degli Se Massimo è d’accordo, lo facciamo», è la risposta sorniona che lo stesso governatore Maroni pronuncia in pubblico quando qualcuno gli chiede di sostenere un progetto, una manifestazione, una legge, mentre i trasferimenti da Roma diminuiscono di anno in anno.

Ma nel centrodestra sono convinti che Garavaglia uscirà pulito dall’inchiesta. «Non riesco a comprendere l’accusa nei miei confronti – la replica del diretto interessato – Non mi sono mai interessato di gare nel settore della sanità. Non rientra nelle mie competenze, si tratta evidentemente di un errore».

Per lui (e non per Mantovani) si è speso direttamente anche Salvini, che ha così sintetizzato quello che tutti i leghisti pensano: «Pazzesco, l’assessore al Bilancio della Regione Lombardia, leghista onesto e concreto, è indagato (e sputtanato da stamattina) perché la sua colpa sarebbe di aver aiutato una associazione di volontariato del suo territorio, che trasporta malati e dializzati. Avrebbe quindi “truccato” un appalto, poi vinto da altri! Se aiutare (senza peraltro riuscirci) una associazione di volontariato è un reato, mi auto-denuncio anche io: arrestatemi!».

Per lui (e non per Mantovani) si è speso direttamente anche Salvini

Salvinese puro. Ma una cosa è certa: se l’arresto di Mantovani fa titolo, tirare in ballo il nome di Garavaglia mette in guardia. L’assessore resta una delle pedine considerate inamovibili dalla squadra di Maroni, a meno di nuovi sviluppi dell’inchiesta. Se e quando dovesse essere il contrario, le sorti della legislatura regionale lombarda (arrivata a metà proprio in queste settimane) cambierebbero. Ma per ora non è così. Per questo il nuovo scandalo giudiziario sul Pirellone spinge la Lega e i suoi alleati, di fronte alla richiesta di nuove elezioni avanzata da Pd e M5S, a difendere Garavaglia rebus sic stantibus e a procedere subito alla sostituzione di Mantovani.

Lo Statuto regionale impone di nominare un nuovo vice-presidente, le cui deleghe alla Salute erano state ritirate a inizio settembre da Maroni, dopo la riforma della Sanità. Mantovani era già dunque verso l’uscita dalla Giunta, ormai marginale nel partito. Ora ci sarà un’accelerazione. Al suo posto arriverà uno dei rampanti di Forza Italia, i candidati sono gli assessori Alessandro Sorte e Fabrizio Sala. Giovedì pomeriggio si riunirà tutta la maggioranza a Palazzo Lombardia. Il dubbio sull’aprire o chiudere a Ncd per un’alleanza alle Comunali di Milano per un po’ sarà l’ultimo problema di Salvini e Maroni.

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