Nel cuore di Roma torna alla luce il bunker segreto di Mussolini

Dopo aver scoperto che il rifugio antiaereo di Villa Torlonia non era affatto sicuro, il Duce fece costruire un bunker tecnologico sotto la sua residenza romana. Settant’anni dopo le porte blindate sono state riaperte

Autunno 1942, l’Italia è in guerra da quasi trenta mesi. Dopo un’iniziale serie di successi, le sorti del conflitto sembrano aver voltato le spalle all’Asse. A Roma, Benito Mussolini è sempre più stanco e pensieroso. Solo poche settimane prima i grandi centri industriali del Nord sono finiti sotto le bombe degli alleati. Interi quartieri distrutti a Milano, Torino, Genova. Morti a migliaia. E così, preoccupato per l’esito della contesa e per la sua incolumità, il capo del governo decide di dotarsi di un bunker personale. Una struttura moderna, tecnologicamente all’avanguardia, da costruire nei pressi della sua residenza di villa Torlonia. Un rifugio in grado di resistere anche ai bombardamenti più violenti che, come il Duce ormai ha capito, presto si abbatteranno anche sulla Città Eterna.

I lavori iniziano immediatamente. Fin da novembre una squadra di vigili di fuoco avvia lo scavo nel piazzale davanti all’abitazione di Mussolini. Bisogna fare in fretta. Il tempo stimato per completare l’opera è di tre mesi. Costo dell’operazione: 240mila lire, meno di 300mila euro attuali. I primi intoppi, però, arrivano nel giro di qualche giorno. Quasi subito si scopre che il terreno prescelto è inconsistente, inadatto ad accogliere un bunker antiaereo. Diventa necessario raddoppiare la profondità dello scavo. Poco dopo iniziano ad emergere dal sottosuolo i primi reperti archeologici. Anfore, lapidi. «È curioso che, mano a mano che i lavori si avviavano al compimento, la mia antipatia per il rifugio aumentava» scrive Mussolini in uno dei suoi diari. «E non soltanto per la spesa, oramai raddoppiata, ma per qualche cosa di oscuro che sentivo in me. Sentivo, cioè, che una volta finito, quel rifugio sarebbe stato completamente inutile». Il Duce ha ragione. Quando il 25 luglio seguente il Re lo fa arrestare affidando il governo al Maresciallo Badoglio, i lavori del bunker non sono ancora terminati. Saranno abbandonati di lì a poco.

«È curioso che, mano a mano che i lavori si avviavano al compimento, la mia antipatia per il rifugio aumentava» scrive Mussolini in uno dei suoi diari. «E non soltanto per la spesa, oramai raddoppiata. Sentivo che una volta finito, quel rifugio sarebbe stato completamente inutile»

Settant’anni più tardi, il bunker privato di Mussolini torna alla luce. Merito del Centro ricerche speleo archeologiche – Sotterranei di Roma, l’associazione culturale che ha vinto un bando della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da ormai un anno si occupa di studiare e tenere aperta la struttura. Anzi, le strutture. Perché nei 13 ettari di Villa Torlonia il Duce aveva predisposto altri due rifugi antiaerei. Entrambi inadatti allo scopo, entrambi abbandonati dopo poco tempo. Da questo punto di vista la costruzione del primo ricovero è esemplare. E racconta meglio di tanti particolari l’inadeguatezza del nostro Paese a quel conflitto. Quando vengono avviati i lavori è il 1940. La guerra è appena scoppiata, Mussolini e la famiglia abitano a Villa Torlonia ormai da undici anni. La residenza sulla Nomentana gli è stata offerta nel 1925 da Giovanni Torlonia Jr. Eppure, nonostante il conflitto incombente, nessuno sembra preoccuparsi troppo del rischio di un bombardamento. L’ipotesi di un’incursione nemica sui cieli di Roma è ancora impensabile. Quasi tutti sono convinti che la presenza del Vaticano sia sufficiente per risparmiare alla Capitale il dramma della guerra. È un errore. Dal luglio 1943 al giugno 1944, la Città Eterna subirà 53 raid aerei, contando migliaia di morti.

Come prima soluzione si decide di adattare a rifugio antiaereo una vecchia cantina che la famiglia Torlonia usava per conservare il vino. È un piccolo ambiente ricavato a cinque metri di profondità, proprio sotto al lago artificiale della villa. Scavate altre due uscite di emergenza, il locale viene dotato di una doppia porta blindata per ogni ingresso. Nelle nicchie che un tempo contenevano le botti, il Duce fa sistemare una brandina, un bagno e un piccolo studio. Un telefono permette di rimanere in contatto con l’esterno. Per finire, viene montato un moderno sistema antigas di filtraggio e rigenerazione d’aria. Del resto per le autorità militari italiane, che in Abissinia hanno già utilizzato bombe all’iprite, la guerra chimica è diventata una vera ossessione. Il sistema di areazione è piccolo ma funzionale. Solo un po’ scomodo: per azionarlo è necessaria la presenza di un militare, addetto all’impianto “a manovella”. Il rifugio è comunque una struttura di fortuna. Una volta chiusi dentro si può rimanere giusto il tempo del bombardamento. «Due o tre ore al massimo» racconta Lorenzo Grassi, giornalista e ricercatore dell’associazione Sotterranei di Roma. Uno dei principali esperti dei rifugi antiaerei costruiti nel sottosuolo della Capitale e coordinatore del progetto a Villa Torlonia.

Dopo l’inizio della guerra si decide di adattare a rifugio antiaereo una vecchia cantina che la famiglia Torlonia usava per conservare il vino. È un piccolo ambiente ricavato a cinque metri di profondità, proprio sotto al lago artificiale della villa. Nelle nicchie che un tempo contenevano le botti, il Duce fa sistemare una brandina, un bagno e un piccolo studio. Un telefono permette di rimanere in contatto con l’esterno

Eppure, raccontano i testimoni, nella cantina Mussolini entra poco volentieri. Quando di notte suonano le sirene antiaeree, di solito il capo di governo preferisce fermarsi davanti alla porta. Quasi sempre torna nella sua abitazione ancora prima del cessato allarme. Tanta diffidenza è giustificata: il primo rifugio costruito a Villa Torlonia è quanto di meno sicuro sia possibile. Anzitutto è lontano alcune centinaia di metri dal Casino Nobile dove risiede la famiglia del Duce. Troppo distante. Da quando la contraerea individua i velivoli nemici sul litorale laziale, le bombe possono cadere su Roma nel giro di due o tre minuti. Ma soprattutto è facilmente individuabile. La presenza di un lago artificiale sopra al rifugio, a causa del riflesso dell’acqua, lo rende un facile bersaglio. Per ovviare al problema lo stagno viene prosciugato e occultato con fango e melma. Altra scocciatura. I testimoni raccontano che il Duce va su tutte le furie. «Ma come – si sfoga un giorno – Io ho bonificato l’agro pontino dalle paludi, ho debellato la malaria, e adesso mi portate le zanzare a casa!». Alla fine si decide di nascondere il fondo del lago con delle frasche. Ma la cantina rimane una vera e propria trappola. Un’ispezione tecnica scopre che il terreno sopra il rifugio è composto principalmente da tufo. Lo spessore è di circa cinque metri. Per essere certi di scampare all’esplosione di una bomba ne servirebbero molti di più.

E così alla fine del 1940, quando l’Italia è in guerra da soli sei mesi, Mussolini decide di costruire un secondo rifugio. Stavolta viene scelto un locale seminterrato del Casino Nobile, dove un tempo erano ospitate le cucine. Il vantaggio è evidente: in caso di allarme si può correre ai ripari senza dover uscire di casa. Per maggiore sicurezza, le stanze vengono rinforzate con uno strato di cemento armato spesso un metro e venti. Anche qui viene previsto un sistema antigas di filtraggio e depurazione dell’aria. Un modello più potente del precedente, estremamente moderno per l’epoca, che presto sarà restaurato e tornerà visibile grazie al grande lavoro di ricerca dell’associazione Sotterranei di Roma.

Il bunker è tecnologicamente all’avanguardia. La struttura è di forma cilindrica, per assorbire meglio gli urti delle esplosioni. Le mura, di cemento armato, hanno uno spessore che raggiunge i 6 metri. Alla faccia delle restrizioni imposte dal conflitto, nelle pareti vengono inseriti ben tre strati di metallo. Il sistema di filtraggio, depurazione e rigenerazione dell’aria è così avanzato che ci si potrebbe chiudere all’interno per alcune settimane senza aver bisogno di uscire

Due anni più tardi Mussolini cambia ancora idea. Nel 1942 viene avviata la costruzione del bunker, mai ultimato. È un progetto tecnologicamente d’avanguardia. La struttura è di forma cilindrica, per assorbire meglio gli urti delle esplosioni. Le mura, di cemento armato, hanno uno spessore superiore di 4 metri. Alla faccia delle restrizioni imposte dal conflitto, nelle pareti vengono inseriti ben tre strati di metallo. Secondo i calcoli di chi lo ha progettato, il bunker può garantire la sicurezza degli occupanti anche se sopra vi esplode una bomba da sei tonnellate. Il sistema di filtraggio, depurazione e rigenerazione dell’aria è così avanzato che ci si potrebbe chiudere all’interno per alcune settimane senza aver bisogno di uscire. Eppure, come detto, la struttura non viene mai terminata. Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio e arrestato prima del termine dei lavori. Gli unici a trovare riparo nel bunker saranno alcuni abitanti del quartiere, mesi dopo, che si rifugiano a villa Torlonia durante uno dei bombardamenti del febbraio/marzo ’44. Tra i più duri di tutta la guerra.

Ma quello di villa Torlonia non è l’unico bunker nascosto sotto le strade di Roma. In tutta la città sono ancora presenti centinaia di ricoveri pubblici antiaerei. Spesso si tratta di semplici scantinati, tanto che secondo alcune stime quasi la metà dei civili vittime dei bombardamenti sono rimasti sepolti dalle macerie dei rifugi. Ma il regime aveva predisposto anche la costruzione di una decina di rifugi “principali”. Strutture allestite per la protezione dei vertici politici e militari dello Stato. Molti di questi bunker sono ancora chiusi, non vedono la luce dalla fine del conflitto. Ce n’è uno sotto Palazzo Venezia, un altro nel complesso del Vittoriano. Otto metri sotto il Palazzo Uffici dell’Eur c’è un locale di quasi 500 metri quadrati in grado di dare riparo a oltre 300 persone. A dieci metri di profondità rispetto alla stazione Termini, resiste ancora oggi uno dei bunker meglio conservati. Sono iniziati di recente i lavori per riaprire il rifugio di Villa Ada, costruito per proteggere la famiglia reale. «In questo settore – racconta Lorenzo Grassi – la Capitale può vantare un patrimonio di straordinario valore storico e architettonico. Quasi sempre sconosciuto». In altre città d’Europa è già così. «A Berlino – continua lo speleologo – è stata recuperata buona parte della rete dei bunker della Seconda Guerra Mondiale. Oggi rappresenta una delle principali attrazioni turistiche, che ha reso alla città centinaia di posti lavoro».

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