The ®esistanceStupri, torture, repressione: è questo l’Iran con cui vogliamo fare pace?

La storia di Narges Shayesteh, due anni nelle prigioni khomeiniste, come resistente contro il regime: «Gli Ayatollah non vogliono ucciderti subito, vogliono farti pentire e portarti dallo loro parte»

A Parigi si sono dati appuntamento militanti e sostenitori della Resistenza Iraniana: sono arrivati in tanti, più di 100 mila, ognuno con la propria storia fatta di oppressioni, violenze e torture subite.

Narges Shayesteh è un donna robusta dal sorriso triste. Ha voglia di parlare. Si solleva la manica. Ha la spalla scesa all’altezza del seno. Che cosa le è successo? «Mi hanno appesa al soffitto, con le mani legate, per sette ore al giorno». Il braccio non ha retto, ha ceduto. La mano fredda e cianotica non reagiva più. «In cella, lontano dagli occhi dei pasdaran, i guardiani del regime, provavo a muovere le dita». Le sono voluti anni di esercizio per farle tornare reattive.

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Narges è stata per due anni nelle più dure prigioni khomeiniste, a Evin, Gohardasht, Ghezel Hesar, in quelle carceri dove, se ti va bene, sei rinchiusa in una cella insieme ad altre 40 persone: «Erano le sei di pomeriggio. I pasdaran mi hanno arrestata davanti casa. Mi hanno portata in prigione alle 4 di mattina, dopo aver distrutto tutto. Avevo solo 19 anni». Si porta le ginocchia al petto, fissa lo sguardo per terra. «Hanno preso una verga e mi hanno massacrato la pianta dei piedi. Avevo dei solchi, sanguinavano. Lo facevano apposta per renderti debole». È la sua prima notte da prigioniera: per tre volte, ottanta fustigazioni.

Per Narges inizia, così, il calvario fisico e psicologico: «Il regime non vuole ucciderti subito, vuole farti pentire e portarti dallo loro parte». E se non lo fai iniziano le torture. «Mi hanno portata in una stanza, c’erano tre uomini. Hanno iniziato a picchiarmi a sangue: uno con un tubo di ferro e gli altri due con la cintura. Mi hanno rotto il naso e strappato il labbro». Si porta le mani sulla bocca e si accarezza il segno di quella ferita ancora aperta. Un sospiro e ricomincia. «Uno di loro mi ha violentata, urlandomi “puttana”. Mentre mi seviziava con un bastone da dietro, mi chiedeva di diventare sua moglie. Ho perso conoscenza per tre giorni». Al risveglio Narges si tocca istintivamente tra le gambe, sente qualcosa di morbido: «Mi era uscito l’intestino, non ho potuto camminare per sei mesi».

Dal 2013 ad oggi, ci sono state oltre 1700 esecuzioni. Solo il 16 settembre scorso sono state giustiziate otto persone nella prigione di Gohardasht, a Karaj: «Il regime, in questo modo, cerca di reprimere lo scoppio di proteste popolari che potrebbero causare la caduta del governo. Chi è al potere teme la Resistenza».

Questa è la ferocia di cui è capace il regime iraniano. Il regime teocratico di Khomeini, di stampo islamico sciita e impostato su uno stretto approccio fondamentalista, ha portato avanti una politica ossessivamente oppressiva, tuttora sostenuta dall’attuale presidente Rouhani. Dal 2013 ad oggi, ci sono state oltre 1700 esecuzioni. Solo il 16 settembre scorso sono state giustiziate otto persone nella prigione di Gohardasht, a Karaj. Il massacro non accenna a fermarsi: «Il regime, in questo modo, cerca di reprimere lo scoppio di proteste popolari che potrebbero causare la caduta del governo. Chi è al potere teme la Resistenza».

Proprio quello stesso regime che nell’ultimo anno, contrariamente agli impegni presi, ha aumentato le sue riserve di uranio arricchito, elemento base della bomba atomica, al 20%. Ma gli Stati Uniti assicurano sulla bontà dell’accordo, pronto a fermare la corsa degli ayatollah verso l’arma nucleare. L’Iran, intanto, vuole liberarsi dalle sanzioni dell’onu. Ma qual è la vera faccia del governo?

Non c’è limite all’oppressione. Non c’è logica d’azione. C’è l’ottusa ragione di prevaricazione e di umiliazione: «In carcere ho visto la vera faccia del regime: tagliava la testa, violentava le donne, impiccava». Deglutisce, abbassa lo sguardo, si morde il labbro inferiore. «Ero sola, al buio. Faceva tanto freddo. Mi hanno tenuta lì per sei mesi». Parla del suo isolamento nella prigione di Evin. «Ero debole, piena di ferite. Non potevo muovermi. Non potevo andare in bagno. Quando avevo le mestruazioni dovevo usare il velo come assorbente». Ed è in condizioni così che arrivi a pensare al suicidio. «La mia condanna era quella di essere picchiata fino alla morte. Ma morire era meglio di quelle torture». Alcune detenute riescono a suicidarsi impiccandosi nella doccia. Era troppo forte, per loro, il peso di quella condizione.

«La mia condanna era quella di essere picchiata fino alla morte. Ma morire era meglio di quelle torture»

Stipati come animali in piccole celle, il sistema priva i prigionieri della loro dignità, annientando la loro stessa umanità: «Potevamo andare in bagno una volta al giorno o, addirittura, una volta ogni due giorni. Eravamo anche costrette a fare i bisogni nel piatto in cui mangiavamo. Nello stesso piatto, poi, ci mettevano il cibo. E se non lo mangiavi, ti picchiavano».

Bersaglio delle brutali vessazioni fisiche e psicologiche usate dal regime per portare i prigionieri a pentirsi, Narges non si pentirà mai. Non piegherà la testa. Lei sarà sempre con i Mojahedin: «Il regime aveva il mio corpo, ma non poteva prendere la mia mente. Mi sarei fatta ammazzare piuttosto che passare dalla loro parte. Ero pronta a morire». L’orgia di sangue consumata nelle carceri khomeiniste ha visto morire oltre 100 mila persone. La loro colpa? «Aver cercato di combattere l’integralismo islamico». E l’aver lottato per una società libera e democratica.

L’imperativo del regime? «Estirpare la dissidenza». Si tocca con orgoglio il petto, mi mostra i segni della sua battaglia. Sono cicatrici, è una scritta: Mojahed (abbreviazione di Mojahedin). I boia del regime l’hanno marchiata con una sigaretta per disprezzarla. Per lei, quella scritta, ora e sempre, sarà la sua medaglia. «È un ricordo. È la resistenza. Finché morirò, rimarrà con me».