Belgio, l’irresistibile ascesa del jihad nel cuore dell’Europa

Non solo Molenbeek: sono anni che il radicalismo islamico sta attecchendo nel paese sede del governo e del parlamento dell’Unione Europea. Una lenta avanzata che inizia ad Anversa, quattro anni fa

Belgio, terra divisa tra fiamminghi e valloni. Paese dall’umorismo incendiario e spesso considerato surrealista. Un posto dove nessuno è abituato a prendersi troppo sul serio. È qui, nel cuore dell’Europa, che negli ultimi anni si assiste a un fenomeno oggi diventato troppo importante per essere ignorato: l’altissima presenza di giovanissimi pronti a partire o per importare in Europa la jihad, la guerra sant dell’Islam.

In questi giorni si è parlato molto, sui media italiani e internazionali, di Molenbeek, il comune all’interno della municipalità di Bruxelles, da cui provenivano gran parte dei giovani jihadisti che hanno seminato il terrore a Parigi. Molenbeek, però, a differenza di quanto in molti hanno scritto e detto non è la causa del problema, bensì la sua conseguenza.

Le radici della propaganda islamista, infatti, vanno cercate nell’elegante e austera città di Anversa. Territorio ormai da qualche anno sotto il controllo del partito nazionalista fiammingo, noto in Belgio per la sua propensione al “pugno duro” in termini di politica sociale e giustizia. Lo stesso partito che oggi conta diversi esponenti nel governo federale guidato dal vallone Charles Michel.

Nel 2010, quando la crisi siriana non era ancora prevedibile, ad Anversa muove i primi passi una formazione dal nome inequivocabile, Sharia4Belgium. A capo dell’organizzazione è Fouad Belkacem, che rinnega i principi democratici e annuncia che un giorno, vicino o lontano, il Belgio sarà comandato dalla sharia

Nel 2010, quando la crisi siriana non era ancora prevedibile, ad Anversa muove i primi passi una formazione dal nome inequivocabile. Si tratta di Sharia4Belgium, il cui nome viene scelto come simbolo di gemellaggio con l’organizzazione Sharia4Holland. A capo dell’organizzazione è Fouad Belkacem, alias Abu Imran, che nel dicembre 2011 registra insieme a un gruppo di suoi “discepoli” un video manifesto. Nel video, registrato interamente in fiammingo, Fouad Belkacem rinnega i principi democratici e annuncia che un giorno, vicino o lontano, il Belgio sarà comandato dalla sharia.

Da un gruppo di poco meno di 10 persone, Sharia4Belgium cresce di settimana in settimana. La strategia del suo leader, all’epoca appena 30enne, è quella della predicazione nelle strade. Non soltanto delle aree malfamate di Anversa, ma anche del centro cittadino. Una strategia che sarà poi esportata anche nel resto delle città del Paese, arrivando a coinvolgere anche Bruxelles. All’origine di Sharia4Belgium c’è la rivendicazione di forti principi ideologici e identitari, che Belkacem ritrova nell’Islam duro e puro di matrice salafita.

Anversa, più vicina culturalmente ad Amsterdam che a Bruxelles, risente nei primi anni del Duemila della forte stretta olandese contro le politiche multiculturali. Gli anni che seguono l’11 settembre sono particolarmente tesi nei Paesi Bassi. Nel 2002 il controverso Pim Fortuyn, politico di ispirazione libertaria e promotore di una feroce campagna contro le politiche multiculturali, viene ucciso da un’attivista olandese. L’anno successivo, il regista e intellettuale Theo Van Gogh viene anche lui ucciso, questa volta da un islamista radicale. A scatenare la rabbia contro Van Gogh è il documentario denuncia realizzato in collaborazione con la politica somala Ayan Hirsi Ali “Submission” sulla sottomissione delle donne nell’Islam.

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È il segnale che nella società olandese qualcosa non va. Dai Paesi Bassi il malessere contagia le vicine Fiandre, dove i movimenti islamico-radicali, anche in assenza di episodi gravi come l’assassinio di Van Gogh, vengono sottostimati della loro pericolosità. All’inizio, infatti, l’obiettivo delle critiche di Sharia4Belgium è diretto quasi interamente al Partito di estrema destra fiammingo Vlaams Belang. Per Belkacem il nemico numero uno, ancor più che l’occidente e la democrazia, è all’inizio Filip Dewinter, il leader del partito.

La situazione cambia con il passare dei mesi. E nel 2011, complice lo scoppio della crisi siriana e l’ondata repressiva della Primavera Araba, Sharia4Belgium diventa un’organizzazione che inizia a preoccupare il mondo politico e le autorità belghe. Il suo numero di seguaci cresce e raggiunge le centinaia. E iniziano i primi viaggi dei “miliziani” verso i teatri di guerra. Belkacem, però, viene arrestato soltanto nel 2012. E fino alla scorsa settimana ha goduto di ampia libertà in carcere. È soltanto da dopo gli attacchi di Parigi, infatti, che Belkacem è stato posto in regime di isolamento.

Per la stampa belga la rete jihadista nata e cresciuta nel Paese è totalmente interconnessa. Le 500 persone oggi nel mirino dell’Intelligence sarebbero, dunque, in un modo o nell’altro legate tra loro. Mentre Belkacem è in carcere e di fatto istruisce i suoi “seguaci” su come recarsi in Siria, per le strade di Bruxelles opera un altro personaggio sui generis. Si tratta del belga, questa volta francofono, Jean Louis Denis. Simpatizzante di Sharia4Belgium, Jean Louis Denis crea nel 2012 il Resto du Tawhid, una tavola calda per bisognosi in uno dei quartieri multicultuarli di Bruxelles. Qui oltre a offrire pasti caldi e accoglienza nelle rigide notti invernali belghe, Denis diffonde il verbo dell’Islam radicale. Oggi sconta una pena di 15 anni di prigione per aver indottrinato giovani a partire per la jihad in Siria. La condanna alla detenzione è arrivata però soltanto pochi mesi fa.

La jihad belga, però, non si limita a queste due figure, né ai confini del comune di Molenbeek. Se è vero che molti dei terroristi degli ultimi attentati europei provengono da qui, è pur vero che in molti casi non vi sono nati e cresciuti, ma vi hanno più spesso trovato rifugio. La sua estensione, la presenza di una fortissima comunità musulmana lo hanno reso un nascondiglio e allo stesso tempo il luogo perfetto dove provare a diffondere il verbo della radicalizzazione. Nel 2012 è Molenbeek uno dei pochissimi teatri di scontro culturale-religioso mai avvenuti in Belgio, quando a seguito della richiesta di levarsi il niqab avanzata a una ragazza da una poliziotta – poi rivelatasi anch’essa musulmana – , nel quartiere scoppia una rissa. Tra gli agitatori ritroviamo molti dei simpatizzanti di Sharia4Belgium e lo stesso Belkacem.

”The way of life” è il nome scelto dalla nuova organizzazione islamo-radicale operante ad Anversa fino alla settimana scorsa. La dissolta Sharia4Belgium, l’incarcerazione del suo padre fondatore e di altre 42 persone, non sembra esser servita a estirpare il fenomeno. Nella città guidata dal conservatore e noto politico fiammingo Baart De Wever, il radicalismo continua a fiorire. Il nuovo gruppo, sin dalla sua fondazione lo scorso anno, si è autonominato successore spirituale di Sharia4Belgium e fino a pochi giorni fa ha potuto agire liberamente, soprattutto on line.

È un punto questo, sul quale sono in molti a interrogarsi in queste ore. La questione centrale è legata alla sottile linea che divide la libertà di espressione dall’apologia del terrorismo. L’arrivo sulla scena internazionale di un gruppo potente dal punto di vista mediatico come l’Isis ha peggiorato la situazione in Paesi come il Belgio. Impreparati a gestire una realtà che si rivela ogni giorno sempre più complessa, e che trova le sue radici in una molteplicità di fattori troppo connessi tra loro per poter essere facilmente risolti e anche solo indentificati.

La speranza è che nei mesi che verranno sia il dialogo politico a prevalere. Anche se, dagli attacchi di Parigi, il clima sembra essere peggiorato, soprattutto in una città come Bruxelles. Nei giorni del coprifuoco della capitale belga, infatti, alcuni volantini sono comparsi nei pressi delle più grandi moschee della città. Fogli contenenti minacce molto pesanti alla comunità musulmana, firmati “Stato Cristiano”. Al momento il fenomeno sta ricevendo pochissima attenzione, politica e mediatica. Probabilmente a ragione. Resta comunque un segnale pericoloso, per una città e un Paese che ha costruito la sua storia e reputazione sulla coabitazione, spesso non semplice certo, tra culture, lingue e idee diverse.