I documenti sulle stragi? Dovrebbero essere pubblici, ma c’è ancora chi prova a insabbiare

Il deputato Pd Paolo Bolognesi e la direttiva di Renzi che ha declassificato gli atti sulle principali stragi italiane. «Il ministero dell’Interno e l’Intelligence non hanno fornito tutto. Impensabile che a pubblicare i dati siano gli stessi che li hanno tenuti nascosti per anni»

Silenzi, reticenze, ingiustificate lentezze. Il deputato del Partito democratico Paolo Bolognesi denuncia senza troppi giri di parole «un boicottaggio metodico». Quando il 22 aprile del 2014 il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha stabilito la declassificazione dei documenti sulle stragi italiane, molti immaginavano davvero di poter fare luce su alcune delle pagine più oscure della nostra storia recente. Ma a distanza di un anno e mezzo, il risultato di quell’operazione sembra ancora lontano dall’obiettivo. Bolognesi non pare troppo stupito. «Se le persone che devono fornire i documenti sono le stesse che per anni li hanno tenuti coperti, è evidente che c’è un problema».

Presidente dell’associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna, un paio di anni fa il deputato ha presentato una proposta di legge per introdurre nel nostro ordinamento il reato di depistaggio. Approvato a Montecitorio, da questa estate il provvedimento è ancora bloccato al Senato. Adesso Bolognesi ha deciso di dare vita all’ennesima battaglia per la verità. A settembre ha presentato una interrogazione per denunciare i gravi ritardi sulla declassificazione dei documenti realtivi alle stragi. Di cosa si tratta? La direttiva, come spiega il sito di Palazzo Chigi, «consente il versamento agli archivi di Stato di carte classificate in possesso di tutte le amministrazioni dello Stato». Atti che riguardano alcune delle più gravi vicende italiane. Si va dagli atti relativi a Piazza Fontana (1969) fino al Rapido 904 (1984). Passando ovviamente per Ustica, la bomba alla stazione di Bologna, le stragi di Piazza della Loggia e dell’Italicus. Attentati rimasti ancora senza un nome, misteri irrisolti della nostra Repubblica.

Nonostante la direttiva di Palazzo Chigi, molte amministrazioni si rifiutano di fornire un elenco dei faldoni in loro possesso. «E così è impossibile sapere di quali e quanti documenti si sta parlando»

La direttiva del governo ha introdotto una novità positiva, ammette Bolognesi. «Ma la sua applicazione ha incontrato troppe criticità». Si parte dagli aspetti più evidenti: come rivela il parlamentare, molte amministrazioni si rifiutano di fornire un elenco dei faldoni in loro possesso. «E così è impossibile sapere di quali e quanti documenti si sta parlando». Non è un aspetto secondario. La presenza di un elenco ufficiale serve anche per scoprire eventuali omissioni. La presenza di una lista completa permetterebbe di controllare se i documenti versati siano tutti, o solo una parte, di quelli effettivamente in mano alle amministrazioni. Peccato che ad oggi sia impossibile saperlo.

Le amministrazioni meno collaborative? «Per quanto riguarda il ministero dell’Interno – racconta Bolognesi – certi documenti sono rimasti inaccessibili». Nell’interrogazione depositata a Montecitorio si legge: «I familiari delle vittime delle stragi attendono, a distanza di un anno dalla direttiva, che il Ministero dell’Interno versi all’Archivio centrale dello Stato le carte dell’ex ufficio affari riservati (quelle rinvenute in via Appia nel 1996), dal 1965 in poi, in cui si trovano sicuramente – lo si sa dalle perizie effettuate per conto della magistratura – atti che riguardano la strage di Piazza Fontana». Non solo. Secondo Bolognesi alcune amministrazioni hanno deciso di fornire i faldoni “preselezionando” gli atti in base a non meglio precisate esigenze. Scelta che, se dimostrata, «precluderebbe a una possibile arbitraria esclusione dal versamento di uno o più documenti».

Il deputato non se la prende solo con il Viminale. «Abbiamo notato – racconta infastidito – poca volontà di attuare la direttiva soprattutto dagli organi dell’Intelligence». La versione dei diretti interessati è diversa. Nella risposta all’interrogazione parlamentare, l’esecutivo rende nota la replica del DIS, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. I servizi assicurano che non vi è nessuna “preselezione degli atti”. Eppure riconoscono un’eccezione. Una serie di documenti che non può essere trasmessa integralmente perché proveniente «da organismi informativi esteri o da altre entità internazionali, quali, ad esempio, la NATO, il cui versamento è soggetto a nulla osta da parte dell’ente originatore».

Le amministrazioni meno collaborative? «Per quanto riguarda il ministero dell’Interno – racconta Bolognesi – certi documenti sono rimasti inaccessibili. Ma abbiamo notato poca volontà di attuare la direttiva soprattutto dagli organi dell’Intelligence»

Orientarsi nel mare dei documenti sulle stragi è quasi impossibile. Molte amministrazioni, ad esempio, avrebbero versato all’Archivio centrale dello Stato solo gli atti in formato digitale. Ma in assenza delle relative copie cartacee è impossibile verificare la completa corrispondenza dei documenti. E ancora. «Ai Servizi – racconta Bolognesi – abbiamo chiesto i dossier sui vari personaggi coinvolti in queste vicende. Ma ci hanno detto che non possiamo averli, perché la direttiva di Palazzo Chigi parla solo di “eventi”, non di “persone”». E poi ci sono amministrazioni che hanno versato all’Archivio centrale tonnellate di documenti privi di alcun significato. Vecchie e inutili informative che finiscono solo per rallentare le ricerche di chi ancora chiede verità sulle stragi senza nome. Già, perché secondo il regolamento dell’archivio di Stato, ciascuno può richiedere al massimo una copia di 900 documenti ogni anno. E così servirebbero una decina d’anni solo per prendere visione dei faldoni di una qualsiasi delle stragi.

Il deputato critica anche la Farnesina. «Il Ministero degli Affari esteri ha risposto ai familiari delle vittime delle stragi – si legge nell’interrogazione – di non avere “nulla con la dicitura Piazza della Loggia, Piazza Fontana o altre stragi”. Offendendo così l’intelligenza dei cittadini italiani e la memoria delle vittime, dato che sono giudiziariamente noti i rapporti di depistatori, come Licio Gelli, e terroristi neofascisti con i Paesi del Sudamerica e con i regimi di Grecia, Spagna e Portogallo. Pertanto le ambasciate, a giudizio dell’interrogante, non possono non aver ricevuto segnalazioni e/o informazioni in merito a fatti criminali così rilevanti». Ovviamente non si tratta di trovare dopo anni il nome dei responsabili delle stragi. Sarebbe impossibile. «Eppure siamo convinti – spiega il deputato – che incrociando diversi documenti, anche di diversi processi, si possa alla fine comprendere il sistema che esisteva dietro a tutte quelle vicende».

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