ConfrontiSegno più? Sì, ma Spagna, Irlanda e Portogallo si sono riprese meglio dell’Italia

Come se la stanno passando gli altri paesi Piigs, nell’anno della ripresa? Grecia a parte, molto meglio di noi

C’erano una volta i Pigs. All’inizio questo evocativo acronimo – pigs in inglese vuol dire maiali – rappresentava Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, quei Paesi che in forme diverse avevano avuto bisogno dell’assistenza economica del resto dell’Unione Europea per evitare un default che sarebbe stato catastrofico, non solo per loro. Pigs divenne sinonimo di Paese in crisi, e con il secondo crollo del Pil del 2012 l’Italia entrò a pieno titolo in questo poco edificante quartetto: ecco i Piigs, quindi, con la “I” del nostro Paese che si aggiunge a quella dell’Irlanda.

E adesso? Ora che la grande recessione sembra terminata, anche questi Paesi, pur faticosamente, sembrano avere intrapreso una lenta risalita, anche se in modo tutt’altro che omogeneo.

L’Irlanda, forte della permanenza (o del ritorno) delle multinazionali, e della resistenza del governo a modificare la tassazione ultra-favorevole per queste ultime, è tornata la tigre celtica, con una crescita del Pil superiore al 6%, la Spagna veleggia sopra il 3%, il Portogallo cresce del 1,4%. L’Italia? È penultima con il +0,9%, davanti alla sola Grecia.

E il lavoro? Se è vero che l’occupazione dovrebbe essere l’indicatore più importante per valutare una ripresa economica, è importante valutare quanti siano i posti di lavoro recuperati dal punto più basso della crisi, per ciascun Paese. Anche in questo caso, per l’Italia non sono belle notizie. La Spagna, per dire, ha riguadagnato mezzo milione di lavoratori in più del nostro Paese 893mila contro 393mila, nonostante abbia 15 milioni di abitanti in meno. Anche il Portogallo ne ha recuperati appena 150mila meno dell’Italia, nonostante abbia un sesto della popolazione.

In percentuale, per l’Italia l’aumento degli occupati è solo del 1,38%, inferirore a Portogallo, Irlanda e Spagna, ma anche della Grecia, che sopravanza il nostro Paese con un recupero del 3,23%.

C’è un aspetto però che si deve sottolineare a difesa dell’Italia: la crisi dal punto di vista occupazionale è stata molto più dura negli altri Piigs. Oggi l’Italia ha il 98,4% dei lavoratori che aveva nel 2008, l’Irlanda e il Portogallo tra l’89% e il 91%, la Spagna l’87,7%, la Grecia solo l’80%.

Vuol dire che abbiamo sofferto la crisi meno di altri Paesi? Forse. Ma la minore perdita di occupati è imputabile a fattori non molto edificanti per il nostro Paese, come ad esempio la bassa produttività del lavoro. Che se da un lato è quel che salva alcuni posti è tuttavia anche ciò che provoca i bassi tassi di crescita che persistono nonostante la ripresa e mettono una seria ipoteca per un recupero robusto, o perlomeno in linea con la media europea.

Inoltre l’Italia ha già strutturalmente un tasso di occupazione inferiore alla media europea e anche dei Piigs. Tra i 20 e i 64 anni lavorano meno di sei italiani su dieci, come in Spagna, più che in Grecia, ma meno che in Irlanda e in Portogallo.

Già da prima della crisi molti italiani erano fuori dal mondo del lavoro. La nostra malattia ha origini lontane, ben oltre l’orizzonte della Grande Crisi, e le difficoltà di crescere di nuovo in un panorama più favorevole, con Quantitative Easing, euro debole, petrolio a buon mercato, lo dimostrano.

L’Italia ha attraversato la crisi economica con meno sbalzi e traumi degli altri Piigs, quindi, le curve dei fondamentali economici non hanno i picchi e le pendenze presenti altrove, non è stata sottoposta a un piano di salvataggio per esempio, ma in un certo senso la crisi è stata un punto di minimo di un declino già presente, e da cui la ripresa attuale dalla fase più acuta non rappresenta una via d’uscita. Una pausa, semmai.

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