Vittorio Sgarbi, elogio del grande cacatore

Eccessivo, inarrestabile, dromomaniaco, anche in terapia intensiva. Sgarbi raccontato da chi l'ha visto, e lo vede, da vicino

Appena operato al cuore, ancora con le cannule al naso, ha detto «mandatemi una troupe» poi ha rilasciato un video su Facebook. Vittorio Sgarbi è fatto così. Al funerale vorrebbe essere il morto, ai matrimoni la sposa. D’altronde ha deciso di fare della propria vita un’opera d’arte, e nel tempo dei mass media non può che essere on line perfino nel momento più disgraziato. Una volta si è fatto seguire con le telecamere per sei mesi di filata, microfono sempre acceso. Una sorta di Grande Fratello all’ennesima potenza, tra opere d’arte e sonore incazzature.

Vittorio è malato di dromomania, è un campione dell’accumulo visivo e dell’abbandono. Non detiene niente

Ma non si tratta di ego, non solo. Vittorio è malato di dromomania, è un campione dell’accumulo visivo e dell’abbandono. Non detiene niente, nulla di più lontano dalle fisime riscontrate da Freud nei collezionisti che trattengono tutto il possibile, lui, Vittorio, si vanta di essere un grande “cacatore”. Ed è così. Ogni giorno si alza libero dalle scorie del precedente, come Alessandro Magno vorrebbe spingersi ai confini del mondo, e ci tenta finché il giorno resiste e l’auto tiene, spesso bordeggiando l’alba seguente in una vita senza soluzioni di continuità. E quanto gli accade intorno è sempre bene, perfino quando finge di essere irato, ogni cosa è bene, non perché questo sia il migliore dei mondi possibili, ma perché lui è Jacques le fataliste alla ricerca della bellezza impossibile, di quel lacerto ascoso di bellezza che darebbe senso al tutto, ma che è sempre più in là di dove possiamo giungere.

Una sera in casa di Armani, si è avvicinato George Cloney e ha detto «ciao Vittorio ti vedo sempre in televisione», lui alzando gli occhi dal telefono, mentre parlava con qualcun altro, gli ha dato un buffetto sul viso e gli ha risposto «bene bene»

Descriverne la vita, perfino ora che – costretto – è fermo un paio di giorni all’ospedale di Modena, è quasi impossibile se non per enumerazione di aneddoti, che saranno diversi per ognuno di quelli che lo hanno frequentato o accompagnato per qualche giorno nella sua folle corsa, e sono migliaia gli adepti e milioni gli aneddoti. A Brasilia, in Brasile, davanti a una cattedrale, quando ancora usava il vivavoce aprendo lo sportellino del Nokia Comunicator, ha tecnicamente bestemmiato dieci minuti, inveendo contro un tale, un amico pittore, che lo aveva querelato. Un gruppo di suorine è passato ed io nel più grande imbarazzo ho detto che il maestro non era nel suo momento migliore. Finito di telefonare e di bestemmiare, una suorina si è staccata dalla fila, ci ha raggiunti e in portoghese mi ha chiesto «è Vittorio Sgarbi?», «sì» le ho risposto ancora più imbarazzato, «posso fare una foto con lui?» mi ha detto. Non ci potevo credere.

Una notte fonda nel padovano Vittorio voleva vedere un quadro in una chiesa, ha bussato più volte alla canonica finché un prete è sceso in vestaglia e papalina di lana. Io mi sono scusato per l’ora, erano circa le tre, lui ci ha fatto entrare ad ammirare la pala, è scomparso un attimo poi è tornato con una macchina fotografica e mi ha chiesto di fargli una foto. Incredibile. Ma non si tratta di fama o semplicemente di popolarità. Una sera in casa di Armani si è avvicinato George Cloney e ha detto «ciao Vittorio ti vedo sempre in televisione», lui, alzando gli occhi dal telefono, mentre parlava con qualcun altro, gli ha dato un buffetto sul viso e gli ha risposto «bene bene, ci vediamo a Como». Ro Ferrarese batte Hollywood 3 a 0.

A una cena politica Berlusconi sbotta «Vittorio mi ascolti o no?», «Certo, certo..» dice Vittorio componendo un altro numero

Perfino davanti a Berlusconi Vittorio non retrocede, concentrato non dentro di sé come si potrebbe immaginare, bensì rivolto alla prossima avventura al pari di un moderno Don Chiosciotte: a cena, mentre Silvio arringa i commensali, Vittorio parla al telefono, poi gli passa un’amica che compie gli anni, «Silvio», dice «falle gli auguri…», poi parla di arte e dice «Silvio, silvio ascolta…», poi mentre Silvio ricomincia a parlare, Vittorio ricomincia a telefonare, al che Silvio sbotta «Vittorio mi ascolti o no?», «Certo, certo..» dice Vittorio componendo un altro numero. Perché Vittorio Don Chisciotte è proiettato altrove, circondato da occasionali Sancho Panza pronti a scriverne le gesta, io stesso, Alain Elkann, Luigi Mascheroni, Langone, Canessa… Un’infinita schiera che muta a secondo delle stagioni e delle province, lui è proiettato altrove tra due telefoni, chiamate e decine di migliaia di sms, che una volta ho provato a chiedergli come facesse prima del cellulare e lui mi ha risposto «avevo le tasche piene di gettoni e mi fermavo a ogni cabina». Immagino, immagino viaggi ancora più estenuanti di quelli odierni costellati di fermate alle cabine delle Sip, saccocce piene di gettoni, abuso del telefono fisso nella case di amici o di conoscenti.

Lui che non scrive da 40 anni, ma detta, dal momento che una ricca signora più anziana di lui ancora giovanetto, si era dimostrata felice di battere a macchina al suo posto, Vittorio come Napoleone che detta tre lettere allo stesso tempo, ma Vittorio ancor più di Napoleone collegato con luoghi remoti ad ore impensabili, molte volte con la sua casa avita dove un segretario preso alla bisogna si sveglia per vergarne a computer i pensieri, Vittorio sdraiato in qualche camera di albergo, o in casa di sconosciuti, si è tolto le scarpe e anche le calze, gli occhiali sollevati sulla fronte, lo sguardo cisposo sul telefono, si mangia le pellicine delle unghie, oppure le taglia con un tronchesino che tira fuori dalla tasca, detta e un pensiero lucidissimo sgorga come d’incanto. «Mandatemi una troupe».

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