«Altro che minaccia nucleare, la Corea fa comodo così»

«Kim Jong-un? E' tutto meno che pazzo. Un attacco con l’atomica è fuori da ogni interesse per Pyongyang. È una crisi mediatica, fa vendere i giornali, ma le vere ripercussioni vengono da altri scenari» Parla l’analista di geopolitica Enrico Verga

Malgrado gli allarmi giornalistici, non c’è ancora nessuna minaccia globale. Il test nucleare della Corea del Nord è una questione di pubbliche relazioni, soprattutto uno strumento mediatico. Una notizia che crea preoccupazione, certo. Ma è principalmente funzionale alle necessità di Kim Jong Un, impegnato a legittimare la sua leadership in patria. Un dittatore forse non particolarmente brillante, ma tutt’altro che un pazzo visionario, come viene superficialmente descritto da tanti giornali occidentali. Ne è convinto Enrico Verga, analista geopolitico, autore di numerose pubblicazioni su Longitude – periodico legato alla Farnesina – il Sole 24Ore, il Fatto e Libero. Durante la sua attività professionale ha collaborato con i rappresentanti di diversi governi, dall’Iran agli Stati Uniti, passando per il Vaticano. «Il rischio di tensioni nell’area – ricorda – resta alto». Soprattutto perché sullo scenario giocano un ruolo primario le due principali potenze mondiali: Cina e Stati Uniti. «Ma il rischio di un attacco nucleare resta fuori da ogni logica». Come italiani, piuttosto, dovremmo preoccuparci di altro. La crisi tra Iran e Arabia Saudita, le tensioni in Libia e il conflitto siriano. Vicende che ci riguardano molto più da vicino e toccano direttamente i nostri interessi.

Dottor Verga, iniziamo dalle preoccupazioni. ll test nucleare di Pyongyang deve far temere il rischio di un attacco nucleare?
Prima di tutto la minaccia va contestualizzata. Può essere effettiva per i vicini di casa di Kim Jong Un. Penso soprattutto alla Corea del Sud, con cui si è consumato un conflitto mai ufficialmente concluso. L’unica altra nazione che confina con la Corea del Nord è la Cina. Ma mi sembra evidente che Pechino non abbia alcuna preoccupazione di subire un attacco nucleare.

Parliamo comunque di una bomba all’idrogeno. Non un’arma convenzionale.
È vero, la Corea del Nord ha fatto detonare un ordigno nucleare. Ma restano ancora molti dubbi. Ad esempio non si è capito di quale tecnologia stiamo parlando: idrogeno o uranio? Una bomba che è scoppiata sottoterra, come dimostrano i dati dei sismografi. Non è un particolare da poco: la Corea del Nord ha dei vettori di lancio che potenzialmente possono trasportare questi ordigni, ma a quanto mi risulta non sono mai stati testati. Senza considerare che esistono delle contromisure: paesi come il Giappone e la Corea del Sud possiedono una tecnologia militare in grado di intercettare i missili. Vede, non basta avere un vettore e una testata. Anche Saddam Hussein aveva gli Scud, ma le batterie di Patriot americani li rendevano praticamente innocui. Insomma, in Corea del Nord la situazione non è tranquilla. Ma prima di parlare di una tangibile minaccia per il mondo bisognerebbe essere cauti.

la Corea del Nord ha fatto detonare un ordigno nucleare. Ma restano ancora molti dubbi. Ad esempio non si è capito di quale tecnologia stiamo parlando: idrogeno o uranio?

Ammetterà che l’esplosione di una bomba nucleare può essere devastante.
Le testate nucleari sono armi di deterrenza, non di offesa. Possono essere usate mediaticamente, meno in un attacco militare. Servono principalmente a proteggersi. Sono ordigni devastanti: non esistono obiettivi militari che ne giustificano l’uso. Certo, possono essere usati contro obiettivi civili, ma oggi la minaccia di un attacco nucleare, come prima forma di offesa verso un altro stato, è fuori da ogni logica e razionalità. Ogni conflitto tra stati segue una crescita “organica” che inizia con le armi convenzionali.

Tra i paesi più preoccupati della vicenda ci sono gli stati Uniti.
Gli Usa hanno un particolare interesse nell’area in questione. Qui c’è una forte presenza militare americana e si trovano due dei principali alleati statunitensi: Corea del Sud e Giappone. Ma non dimentichiamo che sullo scacchiere c’è anche la Cina, il “fratello maggiore” della Corea del Nord. Di fatto siamo in una situazione di stallo. La Cina non può intervenire perché darebbe l’impressione di arrendersi alle richieste degli Usa. Gli Usa non possono entrare in Corea del Nord perché violerebbero la spazio di influenza geopolitica della Cina.

Il protagonista della vicenda resta Kim Jong un. Il giovane dittatore nordcoreano, che in molti considerano alla stregua di un matto.
È un leader che persegue una serie di obiettivi. Obiettivi non condivisibili, sia chiaro. Sicuramente preoccupanti e lontani dagli interessi di pace e democrazia. Ma questo non fa di lui automaticamente un pazzo.

Secondo lei il rischio di un attacco nucleare è remoto. E allora perché il leader nordcoreano lo minaccia?
Carl Schmitt, noto pensatore politico, sosteneva che per mantenere stabilità all’interno di una nazione fosse necessario creare un nemico esterno. Un dittatore che ha la necessità di compattare il popolo attorno a sé fa proprio questa scelta. Parliamo di un giovane, che deve ancora affermare la sua leadership davanti a un Paese che lo venera solo per una questione dinastica. Il modo più semplice per accreditarsi è dimostrare che può difendere il popolo da minacce esterne. Che poi queste minacce non esistano è un altro discorso. Peraltro Kim Jong un non ha inventato nulla: il programma nucleare è stato ereditato dal padre, Kim Jong il.

Noi italiani abbiamo un rapporto privilegiato con Pyongyang.
Il nostro Paese ha un rapporto con la Corea del Nord. Ma certo non si può dire che Pyongyang abbia un valore particolarmente significativo sulla nostra bilancia commerciale. Bisogna contestualizzare. Quando l’Iran è stato buttato fuori dal Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, ndr) si è creato un danno rilevante per l’Italia. Il nostro commercio con Teheran valeva circa nove miliardi di euro. Valutando i rapporti commerciali internazionali della Corea del Nord, tutti i prodotti europei non pesano più del 5-6 per cento.

Carl Schmitt, noto pensatore politico, sosteneva che per mantenere stabilità all’interno di una nazione fosse necessario creare un nemico esterno. Un dittatore che ha la necessità di compattare il popolo attorno a sé fa proprio questa scelta

E allora quali ripercussioni ci sarebbero in caso di conflitto?
Ipotizziamo uno scontro tra le due Coree, nemici storici. La prima conseguenza sarebbe un aumento della tensione in tutta l’area. Forse una corsa agli armamenti del Giappone. Altre ripercussioni potrebbero riguardare il commercio internazionale con Tokyo e Seoul. E parliamo solo del caso di un conflitto attivo. Altri rischi? Potrebbero crescere le tensioni tra Usa e Pechino in questa zona. Ma a ben vedere è un rischio relativo: perché le tensioni già esistono, visto che gli Stati Uniti si stanno espandendo in una zona di influenza cinese.

Insomma, nessuna crisi globale.
Questa è una crisi principalmente mediatica. Colpisce l’immaginario popolare sapere che un leader di cui abbiamo scarsa conoscenza, frettolosamente dipinto come un pazzo visionario, annuncia di avere una bomba atomica. È una cosa che crea preoccupazione. A mio avviso dovrebbe preoccuparci molto di più il fatto che oggi alcuni governi dispongono di hacker in grado di bloccare l’economia e i trasporti di un Paese ostile. Il deterrente nucleare è un deterrente del passato. Ovviamente crea preoccupazione, ma è superato. È soprattutto uno strumento diplomatico, una minaccia poco credibile che si vende bene sui giornali.

Cartina del mondo alla mano, da italiani forse dovremmo avere altre preoccupazioni.
Da italiani, pensando ai nostri interessi geopolitici, dovremmo essere orientati molto più al Mediterraneo e al Medioriente. L’attenzione del nostro governo dovrebbe essere focalizzata verso le realtà che conosciamo meglio, dove più radicati sono i nostri interessi. Per carità, è importante tenere alta l’attenzione su un leader che minaccia l’uso di armi di distruzione di massa, sia pure nell’Estremo oriente. Ma la situazione in Libia – un paese che era nostro partner commerciale preferenziale e oggi è nel caos – dovrebbe avere la priorità. E così la crisi Arabia Saudita-Iran e la vicenda siriana. Sono questi gli scenari che hanno ripercussioni immediate anche nel nostro Paese, basta pensare alle centinaia di migliaia di migranti giunti sulle nostre coste.

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