Corbyn e Sanders: se i giovani dormono, i vecchi fanno la rivoluzione

Affinità e divergenze tra il socialista britannico e il socialista americano più famosi del momento

Sembra passato un secolo: nelle ultime settimane del 2014, i media europei si accorsero improvvisamente di un partito fondato meno di un anno prima che, secondo un sondaggio elettorale, era in testa nelle preferenze di voto degli spagnoli.

Si chiamava Podemos e il suo leader, allora trentaseienne, era l’incarnazione di quello che andavano cercando gli elettori di mezza Europa colpita dalla crisi: giovane, alla guida di un partito nuovo che prometteva di rompere con gli schemi della tanto disprezzata “vecchia politica”.

Di lì a poco, un altro terremoto nel panorama elettorale europeo arrivò dalla vittoria alle elezioni greche di Syriza. Alla guida del partito – e da gennaio 2015, del Paese – c’è il quarantenne Alexis Tsipras.

Appena un anno più tardi, mentre Podemos è nei laboriosi negoziati per la formazione di un governo in Spagna, Tsipras sta provando tutta la difficoltà della sinistra di governo. Nel frattempo, altre due persone sono salite alla ribalta nel panorama della sinistra.

Il Labour britannico ha eletto come nuovo segretario Jeremy Corbyn, anziano parlamentare che da trent’anni rappresentava il collegio londinese di Islington North. Negli Stati Uniti, la nomination democratica è contesa da Hillary Clinton e da Bernie Sanders, altrettanto anziano rappresentante dello stato americano del Vermont, che nel 1990 diventò il primo indipendente eletto al Congresso americano in quarant’anni.

Ma che cosa rappresentano, esattamente, Jeremy Corbyn e Bernie Sanders? Anzitutto, c’è il dato anagrafico. Sono due esponenti politici nati negli anni Quaranta: Corbyn è del 1949, Sanders del 1941. Non sono età inaudite, soprattutto per i leader americani. Ronad Reagan entrò in carica pochi giorni prima di compiere settant’anni, George Bush senior a settantaquattro (nel Regno Unito, il primo ministro più anziano della storia recente, al momento dell’entrata in carica, fu il laburista James Gallaghan, sessantaquattrenne nel 1976).

Poi ci sono le modalità della loro campagna elettorale. Dopo la fine della saga dei Miliband, con la sconfitta alle elezioni britanniche del maggio 2015, Corbyn entrò a malapena nella competizione per diventare leader del Labour. In vista del congresso di settembre, quindici parlamentari decisero di firmare per permettergli di partecipare, nonostante non lo sostenessero: volevano “allargare il dibattito”, dissero.

Ma Corbyn, nonostante lo scarso sostegno interno al partito, riuscì ad assicurarsi di due dei sindacati maggiori, e riuscì ad ottenere un sostegno così ampio – soprattutto tra attivisti e nuovi sostenitori, i cosiddetti “elettori da tre sterline” dal costo per partecipare al voto – da vincere al primo turno nel settembre 2015 con quasi il 60 per cento delle preferenze.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Bernie Sanders annunciò la sua candidatura in una conferenza stampa di dieci minuti, breve al limite della brutalità, in cui diede l’impressione di aver infilato l’impegno tra un voto parlamentare e una seduta in commissione. Lo presero così poco sul serio che un cronista gli fece una domanda come: «Si candida più che altro per dar voce alle sue idee, o pensa davvero di vincere?»

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Lui rispose: penso di vincere, anche se un mese prima, in un’intervista con Politico, non sembrava così convinto. L’intervista venne pubblicata con il titolo “Bernie Sanders non è molto sicuro di quest’idea per il 2016”. Intendendo, appunto, correre per la nomination democratica.

Sia Sanders che Corbyn ripetono da molto tempo lo stesso messaggio, politicamente parlando: le disuguaglianze, in Occidente e nei loro Paesi, sono in crescita; la classe media si impoverisce nei salari e nei redditi; invece di andare a fare la guerra in giro per il mondo, dovremmo concentrarci sui problemi che abbiamo in casa nostra, e soprattutto su quelli economici (anche se, nel caso di Sanders, le sue proposte economiche sembrano proprio non stare in piedi, come ha scritto Paul Krugman).

Mentre Corbyn lo ripete in un modo più compassato e umano, Sanders fa discorso su discorso con una verve da profeta dell’Antico Testamento. L’establishment – incluso quello mediatico – sembra in generale cauto e sospettoso nei confronti delle loro idee radicali. Tra i pochi che si sono schierati con Sanders senza se e senza ma, ad esempio, ci sono i battaglieri socialisti americani di JacobinMag, che difficilmente potremmo definire mainstream (ad ogni modo, se credete che non possano esistere socialisti del terzo millennio, date un’occhiata a questa infografica e ditemi se siete ancora dell’idea).

Corbyn e Sanders hanno espresso simpatia e vicinanza l’uno per l’altro. Entrambi sanno di non essere il ritratto dello stile e di non essere, in nessun senso, “alla moda”. Diversi loro sostenitori, soprattutto i più giovani, hanno in qualche modo trasformato questa debolezza in una forza, con i due slogan speculari #JezWeCan e #FeelTheBern.

Secondo alcuni, le analogie si fermano qui. BBC si è chiesta, con il consueto tono compassato, se Bernie Sanders sia il Jeremy Corbyn americano; il britannico New Statesman, più netto, ha risposto decisamente che no, Sanders non è il Corbyn americano; e Forbes, statunitense e orientato per di più verso il mondo degli affari, prega addirittura di non fare il confronto.

Le differenze, carattere a parte, sono molte. Corbyn è sempre stato un uomo del partito, mentre Sanders ha passato quasi tutta la sua vita politica da scorbutico outsider. Sanders si autodefinisce un socialista, ma è molto attento a far capire che le sue idee non si rifanno né al comunismo né al marxismo. Corbyn proviene da quella tradizione politica, per quanto mutata nel tempo.

Corbyn è anche molto più attento ai temi di politica internazionale, in cui tra l’altro ha espresso diverse delle sue posizioni più controverse, come la sua dichiarata ammirazione per il venezuelano Hugo Chávez. Un sincero e intransigente pacifista, ha sempre votato contro gli interventi militari britannici.

Sanders sottolinea di aver votato contro l’intervento in Iraq, a differenza di Hillary Clinton, ma i temi internazionali lo interessano molto di meno (anche sul tema del controllo delle armi, molto caro ai suoi elettori del Vermont, Sanders ha posizioni sfumate). Cresciuto a Brooklyn in una famiglia ebraica proveniente dalla Polonia, ha posizioni piuttosto filo-israeliane; Corbyn, al contrario, è filo-palestinese e si è riferito in passato ad Hamas come ad «amici».

Se volessimo identificare un effimero motivo di simpatia per questi due leader impensabili anche solo due anni fa, potremmo dire che entrambi hanno quell’aria di veracia, di genuinità e sincerità che si era persa per strada con i candidati più cool di qualche anno fa. «Se ai giovani piace Sanders, è perché suona come un vecchio disco», ha scritto Margaret Talbot sul New Yorker in apertura di un bel profilo dedicato a lui.

Ma a livello più profondo, i due leader sembrano indicare un altro cambiamento. Dopo molti decenni di politica giocata soprattutto “al centro”, nel tentativo di conquistare gli incerti in un grande corpo elettorale moderato, Sanders e Corbyn sono la spia di un ritorno a un discorso politico più polarizzato, ideologico e, in un certo senso, estremista. Un vecchio relitto novecentesco potrebbe tornare di moda: possiamo fare a meno della rivoluzione? Il futuro ci darà la risposta: intanto, due uomini sulla soglia dei settant’anni sono quelli che pongono la domanda.

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