Pizza ConnectionBonifiche: niente soldi e batoste in tribunale per il ministero dell’Ambiente

L'ultimo caso è quello del Sito di Interesse Nazionale di Brescia-Caffaro. Il ministero perde al Tar sul ricorso dei vecchi azionisti Snia tra cui Gnutti e De Rosa. Per i giudici amministrativi l'ordinanza firmata dal ministro Galletti è “irrazionale, illogica e ineseguibile”

Il capitolo bonifiche fa venire il mal di testa al Ministero dell’Ambiente. I dossier sul tavolo, non ultimo quello relativo all’Ilva, non sono di facile risoluzione e sistematicamente il dicastero guidato dal ministro Gianluca Galletti si ritrova a fare i conti senza l’oste e a perdere nei tribunali. È accaduto con Taranto, su cui il ministero faceva affidamento per una buona parte del piano Ilva agli 1,2 miliardi sequestrati alla famiglia Riva e poi invece dissequestrati dal tribunale di Bellinzona, accade 860 chilometri più a nord in quel di Brescia.

Questa volta a rompere le uova nel paniere del ministero, e del tormentato iter di bonifica del Sito d’Interesse Nazionale di Brescia-Caffaro, è il tar del Lazio. Per i siti inquinati gli azionisti di riferimento della vecchia Snia (Bios, Hopa, oggi Mittel, Ge-Capital, Monte Paschi Siena, Unipol, Sorin) non dovranno nulla per la bonifica.

Per i siti inquinati gli azionisti di riferimento della vecchia Snia (Bios, Hopa, oggi Mittel, Ge-Capital, Monte Paschi Siena, Unipol, Sorin) non dovranno nulla per la bonifica

Per comprendere la questione è necessario fare un passo indietro: la Snia aveva acquisito il controllo della Caffaro. Tra i consiglieri di amministrazione di quell’epoca, nel cda guidato da Umberto Rosa, c’è anche Emilio Gnutti, bresciano e protagonista di una intera stagione della finanza italiana. I sette consiglieri del cda sono andati a processo con le accuse di concorso in bancarotta per distrazione e attraverso operazioni dolose nel creare la Sorin, good company che ha poi lasciato Caffaro in amministrazione straordinaria e di fatto senza denaro per la bonifica.

Da qui l’ordinanza del ministero dell’Ambiente sulla bonifica del Sito di Interesse Nazionale Caffaro a carico della società Sorin: quest’ultima, recita la circolare del 2015 «obbliga le società per azioni interessate a svolgere tutte le attività necessarie per proseguire il progetto di bonifica dei siti d’interesse nazionale di Brescia Caffaro, Grado e Marano (Torviscosa) e Bacino del Fiume Sacco (Colleferro), colpiti da un grave danno ambientale per l’inquinamento prodotto dal gruppo Snia-Caffaro».

Prima il tribunale di Milano stabilisce che nella creazione di Sorin non fu nessuna irregolarità e che dunque la società non è tenuta a risarcimenti, poi il tar mette in pratica la parola fine: il ricorso delle società contro il ministero dell’Ambiente è stato accolto. La responsabilità dell’inquinamento, per i giudici amministrativi, non è delle società in questione, perché all’acquisto delle azioni Snia tra il 1999 e il 2002 la produzione di veleni, in particolare pcb, nelle aree era già cessata da tempo, almeno dal 1984.

In tutto lo Stato aveva chiesto 3,5 miliardi di euro per tutti e tre i siti e si ritrova con niente in mano e le spese processuali da rifondere. Solo a Brescia sarebbero dovuti arrivare circa 1,5 miliardi di euro dei 3,5 totali. Denari che ormai, a meno di un ulteriore ricorso del ministero vittorioso al consiglio di Stato (un’opzione ormai remota vista anche la durezza con cui il tar ha di fatto demolito l’ordinanza del ministero), non arriveranno certo dal privato. Per i giudici amministrativi l’ordinanza poi impugnata dai soci della Sorin è caratterizzata da «Irrazionalità, illogicità ed ineseguibilità».

A oggi la bonifica del sito bresciano è praticamente al palo: poco meno di 13 milioni stanziati, «un’inezia», la definita il commissario alla bonifica Roberto Moreni e una ricognizione depositata dallo stesso Galletti in commissione rifiuti su cui si legge senza mezzi termini che “il Commissario ha comunicato l’impossibilità di procedere alla bonifica del sito per mancanza di risorse finanziare”, senza contare che l’avanzamento dei lavori di bonifica conclusi marcano appena l’1% dell’intera area del Sin di Brescia”. Nei mesi scorsi il ministro aveva paventato l’arrivo di 40 milioni di euro, che però non si sono ancora visti.

A oggi dal sito Caffaro arrivano ancora circa 480 chili l’anno di veleni che finiscono nei canali irrigui intaccando anche le colture che vengono utilizzate per l’alimentazione animale. In cinquanta anni di attività nel settore della chimica, la Caffaro, che dal 2002 è entrato nella lista dei Siti inquinati di Interesse Nazionale (SIN), ha prodotto, secondo una relazione dell’Arpa 500 chilogrammi di diossine, con una tossicità che ha eguagliato quella del disastro ambientale di Seveso dopo l’incidente alla Icmesa nel 1976. Lo stabilimento è fermo dal 1983 e di fatto la bonifica non è mai partita, e difficilmente partirà a breve. Non a caso pubblicamente si parla e si parlerà di “messa in sicurezza” dell’area.

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