Pizza ConnectionPiccolo (ma completo) vocabolario di minacce mafiose

Messaggi in codice, allegorie e figure arcaiche. La lingua delle organizzazioni mafiose è da sempre oggetto di studio. Va interpretata e non sempre viene capita, anche tra chi il crimine dovrebbe contrastarlo.

«Si trova bene suo figlio nella nuova scuola di via Paravia?». Una domanda che posta da una persona qualunque porterebbe a una risposta più o meno affermativa senza particolari apprensioni. Si fa diversa la questione se invece a domandarlo fosse un personaggio di cui in qualche modo sospettiamo o sappiamo essere non solo un semplice criminale, ma un mafioso.

Perché le domande dei mafiosi quasi mai sono vere e proprie domande e non tutti, anche tra quelli che sono chiamati a giudicare se una frase costituisca o meno una minaccia, sono sempre in grado di riconoscerle.

Lo ha spiegato bene Paolo Storari, sostituto procuratore della direzione distrettuale Antimafia di Milano, soprannominato dai colleghi “il professore” in quanto uomo di cultura e studioso non solo della dottrina giuridica. «L’applicazione del reato di associazione mafiosa non è solo questione da giuristi, ma in certi contesti i magistrati sono chiamati a fare anche un salto culturale e comprendere i linguaggi», ha detto il magistrato due settimane fa intervenendo in una conferenza all’Università Statale di Milano. Uno di questi salti culturali riguardo proprio la lingua e il contesto in cui questa si concretizza.

Non a caso Storari tira in ballo la pragmatica, quella disciplina della linguistica che osserva in che modo e per quali scopi venga utilizzata la lingua. «Se non teniamo conto di questo – ha spiegato Storari – difficilmente riusciremo a capire la lingua dei mafiosi e applicare a livello giuridico il reato di associazione mafiosa in contesti come quelli del nord Italia».

«L’applicazione del reato di associazione mafiosa non è solo questione da giuristi, ma in certi contesti i magistrati sono chiamati a fare anche un salto culturale e comprendere i linguaggi»


Paolo Storari, sostituto procuratore della Repubblica al Tribunale di Milano

Ebbene, la lingua della mafia è fatta di detti, non detti, codici, riti e frasi che nascondono una simbologia ben precisa rispetto a quello che si legge superficialmente. D’altronde anche i giuramenti nel corso delle affiliazioni sono in grado di restituire immagini perfino piacevoli e di impatto.

Tutto è codice, tutto è sacralità. Così frasi come «questa santa sera, nel silenzio della notte e sotto la luce delle stelle e lo splendore della luna», oppure «se vi chiedono “scuscate, di chi siete figlio?” voi rispondete “mio padre è il sole e mia madre è la luna”» non fanno altro che introdurre un rito di affiliazione alla cosca e un tentativo di non farsi identificare.

Non ci sono frasi dette a caso. Pure quel «tutto passa» rivela che la vita scorre e appunto «tutto passa», pure il carcere, ma la ‘ndrangheta resta, come hanno scritto Antonio Nicaso e Nicola Gratteri nel libro “Dire e non Dire”.

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Le intercettazioni degli investigatori nel corso di anni di inchieste hanno rivelato le mille sfaccettature dei linguaggi mafiosi dove anche i silenzi, e in alcuni casi addirittura i fischi hanno una valenza precisa e codificata.

Tommaso Buscetta davanti a Giovanni Falcone sintetizzava così lo stile della comunicazione made in cosa nostra: «gli uomini d’onore molto difficilmente sono loquaci. Parlano una loro lingua fatta di discorsi molto sintetici, di brevi espressioni che condensano in lunghi discorsi. L’interlocutore, se è bravo o se è anche lui uomo d’onore, capisce esattamente cosa vuole dire l’altro. Il linguaggio omertoso si basa sull’essenza delle cose. I particolari, i dettagli non interessano, non piacciono all’uomo d’onore».

Altra generazione di boss, come quella di Salvatore Lo Piccolo che nel suo covo teneva ben appuntati su carta “divieti e doveri” dell’affiliato a cosa nostra. Da lì sono cambiate forse le strategie di comunicazione, anche se già nel corso dei primi processi approdati in radio prima e in tv poi i mafiosi si son anche ingegnati a trasmettere messaggi all’esterno. È successo anche con la musica, in particolare per la ‘ndrangheta e la camorra.

«Gli uomini d’onore molto difficilmente sono loquaci. Parlano una loro lingua fatta di discorsi molto sintetici, di brevi espressioni che condensano in lunghi discorsi. L’interlocutore, se è bravo o se è anche lui uomo d’onore, capisce esattamente cosa vuole dire l’altro


Tommaso Buscetta durante un interrogatorio reso a Giovanni Falcone

Tuttavia la lingua che costituisce l’ossatura della comunicazione quantomeno interna alle mafie non è cambiata poi molto. Sono per esempio rimasti i soprannomi e i messaggeri. Come ha ricordato qualche tempo fa Diego Gambetta, sociologo dell’Università di Oxford, “Nel 1992 a cavallo delle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio l’avvocato palermitano Cristoforo Fileccia, che difendeva Totò Riina il capo dei capi, tenne una conferenza stampa per dire che il boss era vivo e in Sicilia”. Anche in quella occasione Totò ‘u curtu’ trovò il modo migliore per rassicurare i suoi.

Oggi la lingua non rimane solo quella parlata e scritta sui pizzini, ma il mondo si è arricchito dei social media, a cui non rinunciano soprattutto le nuove leve criminali. Qui, come ha osservato la cronista del giornale campano Metropolis Manuela Galletta, scorrono messaggi su messaggi. «Scrivono che i pentiti sono degli «infami» e che c’è più onore nello stringere la «zampa di cane” che la loro mano. Scrivono pure che se Antonio D’Amico, storico esponente dell’ormai estinto clan Sarno coi gradi del killer, tornasse in libertà “solo 5 minuti”, “sti 4 sciem”, vale a dire gli esponenti del clan rivale, si rintanerebbero come topi per la paura». Un «diario allarmante» lo ha definito Galletta, che ha a lungo osservato i profili dei baby boss della camorra. Un diario utilizzato per tenere alto il morale dei clan e per informare tutti delle operazioni criminali in corso e concluse.

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