Pillitteri: «a Milano i salotti radical-chic contano sempre, ma Parisi ce la può fare»

L'ultimo sindaco socialista di Milano: La nostra è una città moderata, e con Parisi siamo ben lontani dagli estremismi di Salvini

Nella gara degli ex sindaci di Milano, Stefano Parisi, candidato del centrodestra, ha avuto finora la meglio sul suo principale avversario, Giuseppe Sala, che ha raccolto il testimone dall’uscente Giuliano Pisapia. Con Parisi si è schierato con grande enfasi Gabriele Albertini, di cui fu city manager nel 1997 e che sarà capolista della sua lista civica. Anche Letizia Moratti, il sindaco che ha conquistato l’Expo e poi è stata battuta cinque anni fa dal centrosinistra, potrebbe far parte della squadra di Parisi, se sarà eletto.
Ma nel pubblico del teatro Dal Verme, dove il candidato del centrodestra ha presentato sabato mattina il suo programma, spiccava la presenza anche di Paolo Pillitteri, cognato di Bettino Craxi, ultimo sindaco socialista di Milano (1986-1992). Pillitteri, 75 anni, dice che l’establishment di Milano sta guardando alla sinistra «un po’ snob», ma potrebbe convincersi a cambiare cavallo se Parisi (a sua volta socialista in gioventù e collaboratore di Gianni De Michelis) saprà recuperare il gap di popolarità accumulato da Mr Expo. «Parisi in poche settimane ha sparigliato», giura Pillitteri, convinto che non vada sottovalutato il peso che ha ancora in città la figura pur declinante di Silvio Berlusconi. Al centrodestra l’ex sindaco rinfaccia però di non saper competere con la sinistra in un campo: i salotti. «Che contano ancora molto, a Milano».

Pillitteri, iniziamo da dove l’abbiamo ritrovata. Sabato alla convention di Parisi.

Parisi è quello che ha sparigliato, anche perché ha raggiunto una sostanziale unità della sua alleanza, diversamente da quello che è successo a Roma e altrove per colpa di Matteo Salvini. Fino a poco tempo fa sembrava ci fosse solo Sala in campo, che poteva rivolgersi anche a uno spazio più ampio di quello della sinistra e che ha avuto maggiore visibilità di Parisi finora, e in una campagna elettorale dove c’è l’assenza dei partiti questo conta molto.

Sala e Parisi, secondo lei, se la giocheranno alla pari?

Sostanzialmente sì. Il vantaggio di Sala c’è, è inutile nasconderlo. Dalla sua ha anche un Pd che è più strutturato di una Forza Italia che arriva dai disastri passati. Ma Parisi può difendersi con la sua lista civica che può fare la differenza, grazie all’aiuto dell’area cattolica (per dovere di cronaca, fra i nomi della lista anche quello di Stefano Pillitteri, figlio di Paolo, Ndr).

Come si schiererà Milano?

Dobbiamo partire dal presupposto che avevamo ben chiaro già noi socialisti. Milano è una città sostanzialmente moderata. Moderata per quanto riguarda sia la tradizione cattolica, sia la tradizione socialista sia la tradizione che una volta veniva chiamata comunista. Questa è la caratteristica da tenere sempre presente. E badate bene, a Milano moderato non fa rima con immobile ma significa soprattutto riformista. I milanesi vogliono un Comune che funzioni, che continui a funzionare, non si potrà mai vedere qui quello che è accaduto a Roma. E a questo principio chiunque voglia guidare il Comune si deve adeguare.

Abbiamo tre manager candidati, Parisi, Sala e Corrado Passera…

Tutti e tre sono personalità di livello. Fino a dieci, venti anni fa sarebbe però stato impensabile che ci fossero tre candidati tutti manager. E’ il punto terminale di una progressiva, lenta, inesorabile scomparsa dei partiti. Personalmente penso che Parisi abbia una marcia politica in più rispetto agli altri. Ha pragmatismo ma ha già tirato fuori diversi spunti politici. Lui non è di destra, è un liberale con radici socialiste e riformiste, quindi porterà nuova linfa al tronco che è appartenuto a Forza Italia. E questo gli permetterà di distinguersi dalla deriva salviniana.

Come si schiererà, secondo lei, il mondo economico milanese di fronte a tre candidati così simili?

L’establishment in senso ampio è attratto da un certo tipo di sinistra. Una sinistra un po’ snob, un po’ centrale, un po’ radical chic. Però non è sempre stato così. L’establishment votò Albertini e la prima Moratti, poi c’è stata un’inversione di tendenza, quando si è trattato di eleggere Pisapia. Difficile dire adesso come voterà a giugno. Anche perché l’establishment milanese è un crogiuolo più complesso di una volta, non è più solo la Borsa, Telecom o Mediobanca, ma ci sono tanti piccoli e medi imprenditori, professionisti, possiamo contare anche i commercianti. Resta sempre una questione di visibilità. Oggi Sala è al 98% del livello di conoscenza in città, dicono dei sondaggi, Parisi è al 36%. Se Parisi riuscirà a colmare questo divario di popolarità, per lui c’è speranza. Sala è davanti di poco. E la campagna elettorale è ancora lunga”.

E Passera?

Il problema di Passera è che sperava che non ci fosse un candidato come Parisi nel centrodestra, aveva fatto calcoli su questo e non se lo aspettava. Parisi prenderà i voti che erano destinati a Passera.

Si è molto parlato del peso dei salotti, in questi mesi scanditi dalla scelta del candidato di centrosinistra. I salotti contano ancora molto, a Milano?

Sì, contano. Hanno sempre contato, anche se i loro orientamenti dipendono dal momento politico. I circoli che si stanno muovendo ora sono sempre gli stessi. Sono quelli detti di sinistra, quelli che appunto sprezzantemente da destra sono definiti radical chic, dove ci sono figure di spicco dell’editoria, dell’economia, della cultura che cercano di dare la linea. Il vero limite del centrodestra è di non avere questi circoli, di non avere passione e interesse precipuo verso la cultura, a Milano. Non è solo una questione che riguarda la sinistra: ma se questi circoli sono organizzati solo dalla sinistra, anche chi magari giovane non è di sinistra si rivolge a loro.

E Berlusconi è ancora in grado di fare la differenza nella sua città, nonostante la crisi di Forza Italia?

Tutti i leader conoscono una parabola discendente, Berlusconi compreso. Però qualcosa di Berlusconi, del mio amico Berlusconi, resta. E potrebbe essere utile in questa campagna elettorale. Non sottovalutiamo il peso di Berlusconi, anche se non è più certo l’epoca del predellino”.

Twitter: @ilbrontolo

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