Pizza ConnectionAltro che “silente”, Mattarella c’è e si fa sentire sulle nomine al comparto sicurezza

A inizio anno Renzi provava a prendersi i vertici della sicurezza, ma il Quirinale fa pesare le proprie azioni

Sta tanto in silenzio che quasi non lo si vede e non lo si sente. Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato al Vinitaly e c’è chi giura che se non fosse stato per le misure di sicurezza nessuno se ne sarebbe accorto. Eppure c’è una partita da chiudere entro l’estate in cui il peso, o meglio il contrappeso, del Quirinale si sta rivelando più incisivo di quel che appare all’esterno.

La partita è quella delle nomine del comparto sicurezza e se è vero che ormai il vero dominus delle nomine è il ministro della Difesa, soprattutto per quanto riguarda le forze armate, al Quirinale l’uomo forte, dicono i ben informati, non è tanto Mattarella quanto il suo consigliere, il generale Rolando Mosca Moschini. Chi si aspettava un giro di nomine a trazione renziana dovrà probabilmente fare i conti con la presenza ingombrante del segretario del Consiglio supremo di difesa. D’altronde rottamare gli apparati di sicurezza è impresa pressoché impossibile.

Al Quirinale l’uomo forte nella partita delle nomine per gli apparati di sicurezza, dicono i ben informati, non è tanto Mattarella quanto il suo consigliere, il generale Rolando Mosca Moschini

Il risiko delle nomine si è aperto a inizio anno e negli ultimi giorni ha subito un’accelerazione vista la posizione dell’attuale capo di stato maggiore della marina Giuseppe de Giorgi coinvolto nell’inchiesta sul Porto di Augusta nell’ambito delle indagini della cosiddetta “trivellopoli”. Il coinvolgimento nelle indagini, De Giorgi è indagato per abuso d’ufficio, le pressioni per la legge navale da 5 miliardi e mezzo di euro e l’arrivo di un dossier anonimo che ne evidenzia le «spese folli» (lui nega tutto) ne ha aggravato ulteriormente la posizione e accelerato di fatto la sua uscita dal ruolo. L’ammiraglio, nominato dal governo Monti con l’allora ministro con le stellette Giampaolo Di Paola, non avrà la proroga dell’incarico di un anno e sarà pensionato. Probabilmente in anticipo perché sarebbe d’impaccio anche per la campagna elettorale delle amministrative.

Dunque c’è da trovare un nuovo capo di Stato maggiore della Difesa e, per quanto «non ci sia molta voglia di prendere quella poltrona adesso diventata bollente», il favorito è il capo di gabinetto del ministro Pinotti, Valter Girardelli, classe ’55 e ammiraglio di squadra.

Il favorito per il posto di capo di stato maggiore della Difesa è il capo di gabinetto del ministro Pinotti, Valter Girardelli, classe ’55 e ammiraglio di squadra

Matteo Renzi già a gennaio aveva avviato quello che ambienti della Difesa definiscono lo «spoil system» governativo provando a mettere le mani su una parte dei servizi segreti con la nomina del suo Richelieu Marco Carrai e nominando, per rimanere tra le forze armate, il nuovo capo dell’Aeronautica Enzo Vecciarelli.

Quella di Vecciarelli, nominato a marzo su proposta del ministro della difesa Roberta Pinotti, fu una nomina in extremis: il giorno prima il generale Pasquale Preziosa andava verso la pensione. Un ritardo questo che scatenò anche le reazioni dei pezzi grossi dell’aeronautica, non contenti della «dimenticanza» del governo. Era il 21 marzo, lo stesso giorno in cui Renzi sale al Colle e il Quirinale frena sulle stesse nomine agli apparati.

Dietro quel freno potrebbe esserci la mano di Mosca Moschini, già Capo di Stato maggiore della Difesa e consigliere militare di Giorgio Napolitano per l’intera durata del mandato. Il nuovo capo dell’aeronautica infatti aveva scalzato dalla corsa il segretario generale della Difesa e direttore Armamenti Carlo Magrassi, dato in orbita renziana e già capo di gabinetto di Pinotti.

In ballo oltre alla poltrona di De Giorgi, il quale «difficilmente maturerà l’idea di dimettersi» ci sono anche quelle di vertice di Guardia di Finanza, Aisi (il servizio segreto interno) e il Dis, il “cervello” dei servizi segreti che coordina Aisi e Aise (il servizio segreto esterno).

Anche qui sono delicati equilibri di potere a guidare quelle che saranno le scelte. Proprio con la Guardia di Finanza Matteo Renzi è rimasto scottato dopo l’uscita sui giornali delle intercettazioni con l’ex numero due delle Fiamme Gialle Michele Adinolfi. Anche qui il potere di manovra di Renzi sembra essersi ridotto in questi mesi: dal favorito, e gradito a Palazzo Chigi, Giorgio Toschi, ex capo del nucleo di Polizia Tributaria di Firenze, si arriva alle quotazioni in salita di Luciano Carta, capo dei reparti speciali e uomo di Vincenzo Visco. Carta nelle ultime settimane sembra aver messo la freccia e sorpassato Toschi.

Terzo incomodo in ambito Guardia di Finanza è Vincenzo delle Femmine, ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti, e attuale numero due dell’Aisi. Proprio nel servizio segreto interno Delle Femmine è uno dei papabili per il subentro all’attuale direttore Arturo Esposito in uscita. A contendersi il posto di Esposito c’è anche l’altro numero due dell’Aisi, l’ex capo del Ros Mario Parente. Parente potrebbe essere una nomina di continuità con Esposito in quanto entrambi arrivano dall’Arma dei Carabinieri.

Per la Polizia il favorito è l’ex capo della protezione civile, oggi prefetto di Roma Franco Gabrielli. In archivio sembra dunque la possibilità di vedere Luciana Lamorgese, capo di gabinetto del ministro Angelino Alfano al vertice della Polizia di Stato.

Rimane la Direzione Generale del Dis, punto di raccordo tra il servizio segreto interno e quello esterno. Qui in uscita c’è Giampiero Massolo, tra i critici del presidente del Consiglio riguardo la nomina di Marco Carrai come responsabile per la cyber-security. Renzi qui ha ancora però possibilità di perorare la sua causa: in pole per sostituire Massolo, per lui poltrone pronte al Consiglio di Stato o per un ritorno alla Farnesina, c’è Alberto Manenti, oggi direttore dell’Aise nominato dallo stesso Renzi e nel settore dagli anni ’80. In questa fase i rapporti tra lo stesso Manenti e il governo sono segnati da alti e bassi derivanti di nuovo dalla vicenda Carrai.

Vicinanze politiche «ormai necessarie anche tra i militari – mormorano uomini della Difesa – che altrimenti rischiano di rimanere fuori dai giochi per i ruoli di comando visti i nuovi indirizzi forniti dal libro bianco della Difesa».

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