Il caso delle aflatossine nel latteBrazzale: «Cara Coldiretti, facciamo più noi per il Made in Italy in Repubblica Ceca che voi in Italia»

La contro-replica a Coldiretti del titolare del Gruppo Brazzale di Vicenza: «In Italia i controlli nulla hanno a che fare con la salubrità del consumatore ma servono a massimizzare il reddito degli agricoltori e dei caseifici. Il nostro Gran Moravia è migliore del Grana che facevamo in Veneto»

Pubblichiamo la contro-replica di Roberto Brazzale, titolare del Gruppo caseario Brazzale di Vicenza (produttore del formaggio Gran Moravia) al presidente della Coldiretti Lombardia, Ettore Prandini (in fondo all’articolo le puntate precedenti del dibattito)

Caro Prandini,

Gran Moravia non è un “similgrana”, è un grana come il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano ed il Trentingrana, e noi non vogliamo male all’Italia, semplicemente la vogliamo diversa da quella che volete voi. Più moderna e viva. La tradizione siamo noi, è ciò che facciamo giorno dopo giorno, perciò non possiamo “tradirla”, al massimo possiamo interromperla. Quella che intende lei non è tradizione, ma un suo simulacro, buono per fondarvi istituzioni, come molte DOP, che condizionano l’offerta e proteggono rendite di cartello inconfessabili al consumatore. Il nostro Paese non lo tenete certo in piedi solo voi ma, soprattutto, quei milioni di persone che non godono dei vostri privilegi politici e si devono inventare tutti i giorni il modo di sopravvivere in un Paese bloccato dalle corporazioni come quella che lei rappresenta, oltretutto, gravati da una spesa alimentare quotidiana ben più cara di quanto potrebbe essere se non esistessero le vostre politiche. Il 98% degli italiani non sono iscritti alla Coldiretti. Forse non tengono anche loro in piedi il Paese? Veniamo alla bandiera: nelle nostre Formaggerie, 20 negozi per 1,5 milioni di clienti l’anno, aperte in Repubblica Ceca e Cina senza chiedere un euro al contribuente, campeggia orgogliosamente la bandiera italiana. Certo che sì. Le sembra così strano, visto che noi siamo italiani e che oltre il 75% dei prodotti venduti nella catena sono importati dall’Italia? Spero non vorrà contestare anche quanto facciamo per la diffusione della cultura gastronomica italiana in quei Paesi. A proposito, cosa fate voi di analogo, tangibilmente?

«Quella che intende lei non è tradizione, ma un suo simulacro, buono per fondarvi istituzioni, come molte DOP, che condizionano l’offerta e proteggono rendite di cartello inconfessabili al consumatore»

Non abbiamo nulla di “strabiliante” da raccontare: il Gran Moravia, le ribadisco, è migliore e più conveniente di tutto il Grana Padano che la nostra azienda ha prodotto dagli anni cinquanta ad oggi, in milioni di forme, nella pianura veneta. Per questo, alcuni anni fa, abbiamo chiuso la produzione di grana in Italia per sviluppare quella in Moravia. Anche il Gran Moravia, come il Grana Padano, è fatto con latte non pastorizzato, e la sua crescita è di gran lunga più forte di quella, pur notevole, dei cugini DOP: nato nel 2003, oggi è venduto in oltre 220.000 forme l’anno, prodotte nel caseificio che rappresenta il più grande singolo impianto al mondo di produzione di formaggio grana secondo tecnologia artigianale. Nessuna “autocelebrazione”, solo la presa d’atto di fatti concreti, veri, anche se sgraditi ai concorrenti (la nostra concorrenza è la ricchezza del consumatore, non trova?). Gran Moravia è una evoluzione dei formaggi grana preesistenti, non una imitazione. D’altronde, fu nostro nonno negli anni ’50 ad iniziare la produzione nella pianura vicentina di formaggio grana “piacentino”, poi diventato Grana Padano. Anche quella è un’imitazione? A proposito: è nato prima il Padano o il Reggiano? Certo non sono nati nello stesso istante, perciò, seguendo la sua logica uno dei due è certamente una “imitazione”, un “similare”. E’ vero che i cinesi sanno chi ha le carte in regola. Infatti, il latte confezionato lo importano per la quasi totalità dai quei Paesi che voi denigrate gratuitamente pur sapendo di mentire. Germania, Francia e Polonia rappresentano circa due terzi del totale dell’import cinese, mentre Nuova Zelanda ed Australia circa un quarto. L’Italia, in quel segmento, rappresenta una quota irrisoria, poco sopra l’1%, nemmeno evidenziata dalle statistiche, nonostante alcuni operatori, inclusi noi, stiano aumentando le loro vendite con grande impegno.

«Fu nostro nonno negli anni ’50 ad iniziare la produzione nella pianura vicentina di formaggio grana “piacentino”, poi diventato Grana Padano. Anche quella è un’imitazione?»

Le nostre non sono speculazioni, ma la necessaria difesa dalle vostre menzogne contro i prodotti di importazione.

La Repubblica Ceca non è il nuovo paradiso terrestre come l’Italia non è l’inferno. La prima è un Paese nel quale, per motivi climatici, le aflatossine sui foraggi e sui prodotti finiti sono assenti. Il secondo, è un Paese meraviglioso con una zootecnia straordinaria nel quale esistono dei problemi seri da risolvere. Le aflatossine in Italia inquinano i cereali in misura spesso difficile da gestire e, anche quando rientrano nei limiti, i valori medi rimangono elevati. Il problema non si risolve con la diluizione o la distruzione delle partite più inquinate, a danno degli agricoltori, ma riducendo drasticamente l’inquinamento in campo, risultato impossibile se rimarremo nel medioevo tecnologico. Il suo sindacato si ostina a rifiutare l’innovazione per tener fede ad una speculazione maldestra, quella di spaventare il consumatore per poi condurlo a consumare prodotti domestici “Ogm free“, ovviamente a prezzo più alto. Lei sa perfettamente che il colpo è fallito: senza transgenico la zootecnia italiana non sta in piedi ed i nostri allevatori sono costretti a comprare dall’estero, spesso tramite i vostri consorzi, il prodotto Ogm che è loro beffardamente impedito di coltivare in casa propria, con grave danno economico, peggioramento qualitativo e maggiore inquinamento da fitofarmaci. Il latte italiano non può essere Ogm free ma, nel contempo, gli allevatori non possono seminare Ogm. La scienza più affidabile e la stessa Confagricoltura denunciano da tempo questa assurdità. Perché esporre a rischi la salute del consumatore e la nostra zootecnia al pericolo di un gravissimo discredito commerciale interno ed internazionale? La risposta non la deve a me, ma ai suoi associati ed al consumatore, confrontandosi con la scienza. Non risponda che così vuole il consumatore, perché questi è condizionato dalla vostra macchina della disinformazione.

«Il suo sindacato si ostina a rifiutare l’innovazione per tener fede ad una speculazione maldestra, quella di spaventare il consumatore per poi condurlo a consumare prodotti domestici “Ogm free”, ovviamente a prezzo più alto. Non risponda che così vuole il consumatore, perché questi è condizionato dalla vostra macchina della disinformazione»

Non è vero che in Italia ci siano più controlli a garanzia del consumatore, sono equivalenti in tutta Europa, e funzionano, eccome. Il fatto che lei “non sappia nulla” su quelli riguardanti “il latte e le cagliate che ogni giorno varcano le nostre frontiere”, non significa che non siano, come sono, impeccabili ma, semplicemente, che voi non siete informati e che vi fa comodo restare nell’ignoranza, per farne il fondamento della vostra strategia di comunicazione, in mancanza di idee migliori.

È invece vero, sfatiamo un altro mito, che in Italia esiste una pletora di controlli, quelli da lei citati, che nulla hanno a che fare con la salubrità o l’interesse del consumatore, bensì sono svolti per far osservare le regole interne dei Consorzi di Tutela delle DOP, poste al fine di massimizzare il reddito degli agricoltori e dei caseifici, anche quando recepite da atti ministeriali o perfino da regolamenti comunitari, attraverso il controllo o il disincentivo quantitativo dell’offerta. Attività di corporazioni private avallate dalla politica ed esercitate tramite le pubbliche amministrazioni, il cui fine inconfessabile è quello di contenere l’offerta e sostenere i prezzi di vendita, dietro lo schermo della protezione della tipicità. Legittimo, ma a danno del consumatore-cittadino.

Non esiste alcuna “immensa nebbia” sulla origine, né prodotti che “invadono” il nostro Paese. Oggi la rintracciabilità dei prodotti è totale. Esiste, invece, una normativa europea che non permette agli Stati membri di obbligare ad indicare l’origine della materia prima perché di ostacolo alla concorrenza ed agli scambi. Anche a noi Brazzale non fa comodo. Però è così, ed è difficile cambiarla, smettiamola di fingerlo ed agitarla come congiura di chissà chi, e panacea di tutti i mali. Anche se non obbligatoria, l’indicazione dell’origine della materia prima può ben essere volontaria: indichino tutti gli italiani in etichetta la materia prima prevalente italiana. Automaticamente, l’altra, non lo sarà. Fate come noi: il consumatore sa bene che Gran Moravia è un prodotto ceco-italiano, orgogliosamente, per il semplice motivo che è il più tracciato e trasparente sul mercato. Adottate anche voi la nostra etichetta multimediale o la nostra etichetta di filiera, ve le offriamo gratuitamente.

«Sfatiamo un altro mito, che in Italia esiste una pletora di controlli, quelli da lai citati, che nulla hanno a che fare con la salubrità o l’interesse del consumatore, bensì sono svolti per far osservare le regole interne dei Consorzi di Tutela delle DOP, poste al fine di massimizzare il reddito degli agricoltori e dei caseifici»

Il mondo non si conosce navigando in internet e raccogliendovi bufale, come quelle sulla Repubblica Ceca che lei cita producendo involontaria comicità.

Così, non è affatto vero che negli altri Paesi Ue la sicurezza sul lavoro ed i diritti sindacali non siano garantiti. Purtroppo, è proprio in alcune regioni d’Italia che lavoratori irregolari sono tenuti in condizioni di semi-schiavitù e privati degli elementari diritti sindacali, tanto che la più grande catena della Gdo italiana ha lanciato, lo scorso mese, una campagna per garantire che i prodotti agricoli italiani da lei venduti sono esenti da fenomeni di sfruttamento e “nero”. Le dicono niente nomi come Rosarno Calabro o Rignano Garganico?

Senza Import 18 milioni di italiani resterebbero senza latte e formaggi, e non c’è terra per colmare questo deficit (solo 2,9 ha. pro capite, contro la media europea di 4,7 ha., metà della superficie coltivabile di Francia o di Spagna, in continuo calo per l’urbanizzazione). Bisogna importare. Punto. E, grazie a Dio, importiamo. Alimenti sani, di qualità, da Paesi che vantano zootecnia ed industria di altissimo livello, quanto le nostre, oltre che, amministrazioni pubbliche di efficienza e serietà esemplare. Ciò è vero anche se la Coldiretti non si è mai presa la briga di verificarlo di persona o non lo vuole ammettere.

Questo flusso di import strutturale consiste sia di prodotti pronti al consumo che di materia prima o semilavorata, che subirà una ulteriore lavorazione in Italia creando occupazione e ricchezza, ed oggi è coperto soprattutto da Germania e Francia. Perché non dovremmo risalire nella catena del prodotto fino a gestire processi anche fuori dai nostri confini?

L’Italia ha il 45% di giovani disoccupati ed il 12% di disoccupati adulti. Un serbatoio di fenomenali braccia e intelligenze mortificati nella depressione del Paese. Caro Prandini, vuole spiegare loro perché dovrebbero restare impalati a guardare gli stranieri governare questi flussi e trarne beneficio, rimanendone loro semplici consumatori, sempre più poveri?

Qual è l’interesse dell’Italia e degli italiani? Coincide davvero con il vostro? E voi sindacalisti, siete sicuri di far sempre l’interesse dei vostri associati?

«Non è affatto vero che negli altri Paesi Ue la sicurezza sul lavoro ed i diritti sindacali non siano garantiti. Purtroppo, è proprio in alcune regioni d’Italia che lavoratori irregolari sono tenuti in condizioni di semi-schiavitù e privati degli elementari diritti sindacali»

Stando alla sua “Fatwa”, zeppa di complimenti che non sapevo di meritare, il sottoscritto vorrebbe “spazzare via la zootecnia italiana, senza riuscirci”? Perché mai dovrei? Il successo della zootecnia italiana è il presupposto imprescindibile per chi, come noi, ha industrie di trasformazione ed aziende agricole in Italia, ma anche per gli italiani che desiderano sviluppare anche all’estero le capacità proprie e dei propri connazionali. Il mondo si evolve, ed il “made by italians” è complementare al “made in Italy”, non antitetico.

Quella di nemico degli allevatori è un’accusa che rispedisco al mittente. A loro mi legano rapporti di amicizia e stima che in molti casi si tramandano da generazioni, ma anche un comune interesse a sviluppare la zootecnia italiana stando con i piedi per terra, tenendo conto di come il mondo è davvero, non soltanto di come ci piacerebbe fosse. Non uso “dire male del mio Paese”, semmai delle sue scelte sbagliate, e sento il dovere di contestare anche le vostre, quando sono pregiudizievoli per gli stessi allevatori, nostri fornitori e vostri associati. La gestione disastrosa delle quote latte o il bando all’uso di sementi transgeniche, tanto per citare le prime due. Oppure le scelte della politica che non vi sognate di contestare, perché scomodo, come l’incosciente ingresso dell’Italia nell’euro, devastante per il settore primario, il vero dramma odierno dell’agricoltura, in ordine al quale non risulta alcuna vostra denuncia o adeguata presa di posizione. Si è mai chiesto perché con la lira i nostri allevatori compravano la terra e con l’euro sono costretti a svenderla? Gli allevatori italiani sono dei formidabili eroi moderni che, non solo devono combattere tutti i giorni in un territorio limitato e molto urbanizzato, sostenere esorbitanti costi di sistema e tassazione ma, oggi, non beneficiano più dell’alleggerimento di quella zavorra tramite le rivalutazioni del marco e del fiorino, visto che dal 1997 i cambi sono sciaguratamente bloccati dalle parità Euro. Questo gigantesco errore toglie gran parte della efficacia agli sforzi che quegli eroici imprenditori compiono con grande professionalità e spirito di abnegazione.

Ci sembra preferiate alimentare denigrazione e sospetto verso i concorrenti, senza mai il suffragio di un fatto preciso, invece di confrontarvi lealmente su qualità e prezzo sullo scaffale. Così, diventa più comodo inventare nemici immaginari come “gli industriali” o “l’estero”, capri espiatori, per nascondere la difficoltà di aggredire i problemi di fondo e dare sollievo a quei fantastici allevatori italiani che vi onorano e ci onorano della loro fiducia.

Rinnovo con la massima cordialità l’invito a far visita alle nostre filiere latte in Italia ed in Moravia e le lancio un invito a discutere di questi temi di fronte al pubblico. Lascio a lei la scelta del luogo e del momento.

Cordialmente

Roberto Brazzale

* Gruppo caseario Brazzale – Vicenza

Il dibattito era stato aperto dall’articolo Latte contaminato, i controlli fanno acqua: «I grandi gruppi fanno quel che vogliono», pubblicato il 29 marzo sulla vicenda dello scandalo delle aflatossine nel latte. In una prima risposta Roberto Brazzale, (articolo «Basta mistificazioni, il latte del resto d’Europa è più sicuro di quello italiano», ndr), titolare del Gruppo caseario Brazzale – Vicenza, aveva rivendicato che “le aflatossine sono un problema cronico della materia prima della pianura padana, nella Repubblica Ceca i valori limite sono inferiori”. In seguito era arrivata la risposta del presidente della Coldiretti Lombardia, Ettore Prandini (articolo La risposta degli agricoltori: «Sulla qualità del latte non accettiamo lezioni»). La tesi: «Industriali di questo tipo vogliono male all’Italia e alla nostra tradizione, che tradiscono pur sfruttandone l’immagine e la storia». In seguito aveva risposto anche Piergiovanni Ferrarese, vicepresidente dei giovani di Confagricoltura (articolo: «Il latte contaminato non è un problema solo della Pianura Padana»)

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