Generazione X, quelli che non lavorano al tempo del Jobs Act

Negli ultimi tre anni, chi è nato fra il 1970 e il 1980 ha perso il maggior numero di occupati: oltre 400 mila posti in meno. E le aziende assumono "solo" ultra cinquantenni

C’è un aspetto cui forse molti fautori dei pensionamenti anticipati non hanno pensato, uno sgradevole effetto collaterale. Il pericolo del collocamento a riposo di migliaia di 60enni non sarebbe solo nell’impatto più o meno ampio per le casse statali, ma anche nelle conseguenze per il mercato del lavoro: il segno più nel numero di occupati infatti con tutta probabilità scomparirebbe, sì perchè se osserviamo gli ultimi dati Istat vediamo la conferma di un trend chiarissimo: tutto o quasi l’aumento occupazionale è dovuto all’incremento del numero degli ultra 50enni al lavoro; nel solo mese di marzo a fronte di un aumento annuale di 263 mila occupati, solo tra questi lavoratori più anziani la crescita era di 363 mila.

Il venire meno di questo effetto della riforma Fornero annullerebbe di fatto non solo la decantata crescita dei posti di lavoro, che in realtà purtroppo non c’è, ma anche il mero effetto ottico che l’aumento dell’età pensionabile genera. Chissà che un governo così attento all’immagine non pensi a questa eventualità.

Tutto o quasi l’aumento occupazionale è dovuto all’incremento del numero degli ultra 50enni al lavoro: nel solo mese di marzo a fronte di un aumento annuale di 263 mila occupati, solo tra questi lavoratori più anziani la crescita era di 363 mila

I dati infatti nascondono una realtà piuttosto deprimente: al di sotto dei 50 anni tra il marzo 2015 e il marzo 2016 si sono persi altri 100 mila occupati. Non è una novità, purtroppo, ma se osserviamo in modo più approfondito i dati Istat scopriamo alcuni altri fatti: all’interno di questa fascia “sfortunata” non sono i più giovani quelli che soffrono maggiormente, ma i 30enni e 40enni. Se prendiamo l’andamento del numero di occupati degli ultimi due anni a fronte di un incremento di ben 605 mila ultra 50enni abbiamo un piccolo recupero di 57 mila 15-24enni, ma una perdita di più di 400 mila 25-49enni, di cui 318 mila 35enni e 40enni. Questi sono dati assoluti, naturalmente le diverse fasce di età hanno seguito percorsi demografici diversi, può darsi che alcune siano effettivamente meno numerose, è allora giusto guardare ai tassi di occupazione.

E qui si vedono delle differenze importanti: se dal 2004 sono i più giovani quelli che maggiormente hanno visto del loro tasso di occupazione, considerando solo gli ultimi tre anni sono proprio i 25-49enni quelli che nonostante la ripresa perdono quote di lavoratori.

E la disoccupazione? L’Italia è il Paese degli inattivi, misurare la disoccupazione è una questione controversa, sono tanti gli “scoraggiati”, coloro che non cercano ma vorrebbero lavorare. Una misura utile, usata anche dall’Istat, è l’incidenza di coloro che non hanno un lavoro e ne sono a caccia non solo su coloro che lo cercano, che per esempio nella fascia 15-24 anni sono veramente pochi, ma sul totale della popolazione in quell’età. Ed ecco che dal 2013 vi è una fascia di età che si stacca decisamente dalle altre: quella dei 25-34enni. Si tratta di quei giovani che non studiano più all’università o in qualche master, e che dovendo costruirsi una carriera, una vita, meno dei propri genitori sono disponibili a rifuggire nell’inattività.

Questi, i nati negli anni ‘70 e ‘80, sembrano essere i dimenticati della crisi e di coloro che cercano di combatterla. Da un lato non protetti dai contratti a tempo indeterminato che non hanno fatto in tempo ad ottenere in massa come i genitori ed i fratelli maggiori (la cui principale preoccupazione ora sembra essere non un licenziamento ma il poter accedere alla pensione in anticipo), dall’altro troppo vecchi per aderire alle forme di apprendistato agevolato, o a garanzia giovani, o semplicemente per incrociare la flebile ripresa di domanda delle imprese che per assumere con decontribuzioni e incentivi preferiscono i 20enni.

I nati negli anni ‘70 e ‘80, sembrano essere i dimenticati della crisi e di coloro che cercano di combatterla. Da un lato non protetti dai contratti a tempo indeterminato; dall’altro troppo vecchi per aderire alle forme di apprendistato agevolato o semplicemente per incrociare la flebile ripresa di domanda delle imprese

Sono anche i tanti autonomi, rappresentanti, padroncini, decimati in silenzio dalla crisi delle piccole imprese e degli artigiani. Non si tratta di generare un’altra guerra tra poveri contrapponendo i giovani adulti ai giovanissimi, che rimangono tra i più penalizzati d’Europa, ma se la ripresa avrà vigore, e se le nuove assunzioni con il Jobs Act effettivamente prenderanno piede, sempre più apparirà evidente questo buco fatto di 30enni e 40enni senza santi in Paradiso, affacciatisi al mondo del lavoro quando ancora si pensava potesse sopravvivere un modello vecchio, che così non veniva modificato, e ora in ritardo per salire sul lento treno della ripresa.

I dati Inps su assunzioni e licenziamenti che per esempio negli ultimi report sottolineano il rimbalzo negativo dopo la fine delle decontribuzioni mostrano in modo netto come il calo di assunzioni dei primi due mesi del 2016 ha riguardato più di tutti i 25-39enni tra gli uomini e le 30enni e 40enni tra le donne.

Un calo del 24-25% in quest’ultimo caso contro un decremento del 18% circa nelle altre fasce d’età. Si tratta quindi di tendenze che sono sempre più forti, ma coperte dal rumore di fondo fortissimo sia della propaganda sulla ripresa dell’occupazione da parte governativa sia dalla protesta dell’opposizione e dei sindacati, concentrata più sulla retorica del declino o sulla questione delle pensioni che sul destino di quella che non a caso è stata chiamata “generazione X”, così invisibile e sfuggente, e poco considerata, anche se è quella cui appartengono ormai molti premier, in primis quello italiano.

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