ReferendumL’Anpi ai raggi X: solo un iscritto su venti ha combattuto il fascismo

L’Associazione nazionale partigiani d’Italia appoggia il “no” nel referendum costituzionale di ottobre. Ma non è la prima volta che si schierano contro le modifiche alla Costituzione. Sedi, contributi e iscritti dell’associazione combattenti al centro del dibattito dopo la polemica con la Boschi

A breve, il 6 giugno, l’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, compirà 72 anni. E per la prima volta nella sua storia l’associazione che conserva la memoria della resistenza italiana e il più grande partito di sinistra sono avversari. Perché nel corso del 16esimo congresso nazionale di Rimini, tra i partigiani italiani è passata la linea del “no” alla riforma costituzionale del governo Renzi, con 347 voti e tre astenuti. Scatenando il putiferio nel Pd, che a sua volta è già partito con la campagna per il sì. Tanto che il ministro per le Riforme costituzionali Maria Elena Boschi si è spinta fino a distinguere tra veri partigiani e non. E Renzi ha fatto la parte del paciere, assicurando che «noi rispettiamo tutti i partigiani». Ma la frattura c’è stata.

Ma anche l’Anpi a sua volta sta cambiando faccia. Per ovvie ragioni legate all’età anagrafica, gran parte di quelli che hanno partecipato alla lotta di liberazione contro la dittatura fascista non ci sono più. I pochi rimasti oggi hanno tutti intorno agli 80-90. Tant’è che nel congresso di Chianciano del 2006 si decise l’apertura dei tesseramenti anche ai non combattenti, ai giovani e a tutti coloro che condividono le posizioni antifasciste. La scelta era tra morire o aprire: e i partigiani hanno scelto di aprire.

Secondo i dati forniti dall’Anpi, gli iscritti – in base al tesseramento del 2015 – sono 124mila. Di cui solo 5mila partigiani. Il resto sono figli, nipoti, parenti dei combattenti. Oltre ai simpatizzanti di ogni tipo. Compreso il premier Matteo Renzi, che nel tentativo di metter pace ha ricordato di avere la tessera pure lui. Dal 2011 a oggi gli iscritti sono aumentati in media di 5mila persone l’anno. Ma il boom di iscritti c’è stato nel 2015, con oltre 9mila nuove tessere, di cui circa 3mila ad honorem, date ai parenti dei partigiani, poco meno di un migliaio distribuite tra gli studenti Anpi, il resto tra normali cittadini che si sono uniti ai combattenti della resistenza.

L’associazione in tutti questi anni è andata avanti con le entrate delle donazioni del 5 per mille: secondo gli ultimi dati dell’Agenzia delle entrate, relativi al 2013, tramite questo canale sono arrivati nella casse dell’Anpi oltre 218mila euro (non tantissimi, ma neanche pochi, a guardare la media delle donazioni). A cui si deve aggiungere il contributo che tutte le associazioni combattentistiche e partigiane ricevono dal ministero della Difesa. La somma per l’Anpi è la più alta ed è cresciuta nel corso degli anni: 108mila euro nel 2015 (erano 94.300 nel 2014). E poi c’è il tesseramento: 15 euro pro capite.

D’altronde le sedi sparse in tutta Italia sono più di 500, concentrate soprattutto al Nord per ovvie ragioni storiche. Ma ci sono anche sedi aperte all’estero, dall’Argentina alla Repubblica Ceca, da italiani figli e nipoti di combattenti o solo aderenti ai valori all’antifascismo.

Fino al 2015 l’associazione stampava anche un mensile cartaceo, Patria indipendente. Che aveva 5mila abbonati. Ma i costi sono diventati insostenibili. Così il cartaceo è stato chiuso e nel settembre 2015, cavalcando l’onda del nuovo volto dell’Anpi, il giornale è stato trasformato in un quindicinale online. E per supportare i costi è stata lanciata anche una campagna di crowdfunding.

In tutti anni, nonostante l’età, l’Anpi non se n’è stata con le mani in mano. Oltre a costituirsi parte civile in tutti i procedimenti penali su questioni di discriminazioni e razzismo, i partigiani hanno sempre preso posizione e detto la loro. Contro il terrorismo negli anni Settanta, contro la P2 negli anni Ottanta, contro Tangentopoli e la mafia negli anni Novanta. Intervenendo puntuali a proposito delle modifiche della carta costituzionale, considerata una conquista della lotta di liberazione. L’Anpi si oppose contro la proposta di modifica costituzionale del centro-destra, appoggiando il “no” al referendum del 2006. E di nuovo nel 2013, quando il governo delle larghe intese guidato da Letta propose un ddl costituzionale, poi naufragato strada facendo, che prevedeva una deroga all’articolo 138 della Costituzione. Non è la prima volta, quindi, che l’Anpi si schiera contro la modifica della Costituzione e partecipa alle campagne referendarie. Questa volta, però, il nemico è lo stesso Partito democratico.