Effetti collaterali della crisi: 11 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche

Una ricerca del Censis e un’interrogazione parlamentare sollevano la questione. Un numero crescente di cittadini evita di ricorrere alle prestazioni sanitarie. «Le cause sarebbero le lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e i costi proibitivi di quella privata»

Undici milioni di italiani sono costretti a rinunciare alle prestazioni sanitarie. Rimandando le cure mediche in attesa di tempi migliori – economicamente parlando – o facendone direttamente a meno. Sono gli effetti della crisi. Conseguenze drammatiche che finiscono per disattendere anche i principi della nostra Costituzione. L’articolo 32 della Carta tutela la salute dei cittadini, considerandola un diritto fondamentale dell’individuo. E assicura che la Repubblica «garantisce cure gratuite agli indigenti». Purtroppo non per tutti è così. Una recente ricerca del Censis ha fotografato uno scenario inquietante. Nel 2012 almeno nove milioni di italiani erano costretti a rinunciare o rinviare le prestazioni sanitarie per difficoltà economiche. Lo scorso anno sono diventati 11 milioni. Adesso la questione arriva anche in Parlamento. Pochi giorni fa i deputati di Sinistra Italiana hanno sollevato il tema a Montecitorio, con un’interrogazione alla ministra della Salute Beatrice Lorenzin.

Colpisce la diffusione del fenomeno. Il disagio non è relegato alle fasce più anziane della popolazione. «Il problema – si legge nel documento – riguarda 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials, ovvero i nati tra il 1980 e il 2000»

Colpisce la diffusione del fenomeno. Il disagio non è relegato alle fasce più anziane della popolazione, anzi. «Il problema – spiega il documento a prima firma del deputato Arturo Scotto – riguarda 2,4 milioni di anziani e 2,2 milioni di millennials, ovvero i nati tra il 1980 e il 2000». I parlamentari citano alcuni passaggi della ricerca. In Italia, nel 41,7 per cento delle famiglie, almeno una persona in un anno ha dovuto rinunciare a una prestazione sanitaria. «Le cause sarebbero le lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e i costi proibitivi di quella privata». Nel frattempo aumenta la spesa sanitaria privata. Lo scorso anno ha superato i 34 miliardi di euro, in crescita del 3,2 per cento rispetto al precedente biennio. Un peso a cui non tutti riescono a far fronte. Basti pensare ai dieci miliardi di euro annui che la famiglie devono sostenere per i circa tre milioni di italiani non autosufficienti. Ancora una volta vengono in aiuto le cifre del Censis. I deputati di Sinistra italiana citano i dati dell’indagine “Bilancio di sostenibilità del welfare italiano”. Ogni anno gli italiani pagano di tasca propria oltre 500 euro pro capite. «Una cifra pari al 18 per cento della spesa sanitaria totale – si legge – contro il 7 per cento della Francia e il 9 per cento dell’Inghilterra». Chi può farlo, ovviamente. E così «dieci milioni di italiani ricorrono al privato e sette milioni all’intramoenia perché non possono permettersi di aspettare mesi e mesi a volte per accertamenti necessari e improcrastinabili».

Nel 2012 almeno nove milioni di italiani erano costretti a rinunciare o rinviare le prestazioni sanitarie per difficoltà economiche. Lo scorso anno sono diventati 11 milioni. Adesso la questione arriva in Parlamento

Sullo sfondo restano i tagli alla sanità pubblica. «Il patto per la Salute 2014-2016 fissava per il 2015 un finanziamento pari a poco oltre 112 miliardi di euro e per il 2016 pari a 115,4 miliardi di euro» denunciano i deputati di Sinistra italiana. «Ma nella legge di stabilità varata lo scorso anno ce n’erano 111 – così Scotto intervenendo in Aula – Mancano 4 miliardi all’appello. Questo in cosa si traduce? Liste d’attesa interminabili, fondi insufficienti per l’epatite C, taglio dei posti letto chiusura degli ospedali, in nome di una razionalizzazione che punisce i cittadini». Alla questione sollevata dai deputati, replica la ministra Lorenzin. Prendendo la parola a Montecitorio, l’esponente del governo ha ammesso la complessità del tema. «Per rispondere in modo completo ci vorrebbero non tre minuti, ma probabilmente trenta». Eppure, nonostante le difficoltà, qualcosa sembra essere cambiato. «Innanzitutto dal 2013 non ci sono stati più tagli lineari», ha spiegato. «Quando sono stata nominata ministro, erano previsti 2 miliardi di decurtazione dal fondo sui ticket, rispetto al quale ci siamo opposti. Da quel momento c’è stato un aumento progressivo del fondo. Non adeguato rispetto alle previsioni, forse. Ma l’aumento c’è stato». Per garantire la sostenibilità del sistema, la titolare della Sanità indica due priorità: l’eliminazione degli sprechi e la risoluzione del tema relativo al personale del sistema sanitario: dalla stabilizzazione dei precari al blocco del turnover. Stando agli ultimi dati del Censis, sono obiettivi da raggiungere con urgenza.