Theresa May, dopo la Brexit è tempo della leadership al femminile

In un sondaggio YouGov, il 19% degli intervistati incorona il ministro dell'Interno davanti all'ex-sindaco di Londra Boris Johnson. Nel frattempo la Scozia si stringe intorno a Nicola Sturgeon

Fra i due eterni litiganti, spunta una terza possibile vincitrice: si chiama Theresa May, dal 2010 ministro dell’Interno della Gran Bretagna. È lei che, per competenza e determinazione, potrebbe succedere a David Cameron nella guida del partito Conservatore e, quindi, del Governo, mettendo fuori gioco anche l’altro duellante, l’ex sindaco di Londra, Boris Johnson. Il cambio al vertice sarà più rapido di quanto annunciato dallo stesso Cameron venerdì scorso, subito dopo essere stato sconfitto al referendum con cui i cittadini britannici hanno dato via libera alla Brexit. A bloccare la situazione potrebbe essere a questo punto solo un’ulteriore lacerazione del partito conservatore. Già nelle prossime settimane, il primo ministro dimissionario sarà sostituito. E un sondaggio realizzato da YouGov per il Times ha rilevato che la May raccoglie maggiore consenso fra i Tory rispetto a Johnson, che probabilmente paga la sovresposizione pro-Brexit e il disorientamento che è seguito al risultato del referendum di giovedì. La May è già stata definita la candidata “Stop Boris”.

Il ministro dell’Interno, secondo questo sondaggio, potrebbe diventare il prossimo leader britannico per il 19% degli intervistati, contro il 18% dell’ex sindaco. Ma è leggendo le intenzioni di voto di chi sostiene i Tory che il distacco fra i due si fa maggiore: 31% per la May, 24% per Johnson. È vero, i sondaggi hanno dimostrato in questi anni di non prenderci più di tanto. Segnalano umori, ma sono stati incapaci di anticipare i risultati finali anche nel caso del referendum del 23 giugno. Questa rilevazione non fa però che rafforzare una discussione che in campo conservatore era già apertissima sulla ricerca di una leadership meno divisiva di quella lasciata sul campo del referendum. Johnson aveva giocato la sua partita sulla permanenza del Paese nell’Unione Europea guardando alla sostituzione di Cameron a Downing Street. Lo aveva fatto mettendosi a capo della fronda interna al loro partito apertamente a favore del divorzio con Bruxelles. I toni accesi assunti dalla campagna elettorale e un risultato che ha spaccato la Gran Bretagna esponendola a rischi imprevedibili hanno indebolito la sua posizione, che potrebbe trasformarsi nella proverbiale vittoria di Pirro. La May è stata invece definita il capo degli euroscettici nel fronte del Remain.

un sondaggio realizzato da YouGov per il Times ha rilevato che la May raccoglie maggiore consenso fra i Tory rispetto a Johnson, che probabilmente paga la sovresposizione pro-Brexit e il disorientamento che è seguito al risultato del referendum di giovedì. La May è già stata definita la candidata “Stop Boris”

Come Cameron si è infatti schierata per rimanere nell’Unione Europea, ma diversamente dal primo ministro non ha personalizzato la campagna elettorale né allo stesso tempo ha smentito la sua storia: la May è infatti rimasta riconoscibile dall’elettorato come una che non cederà facilmente a Bruxelles. Ha chiesto per esempio l’uscita dalla Gran Bretagna dalla Convenzione europea per i diritti umani, mentre in Italia la si ricorda soprattutto per un intervento firmato sul Sunday Times la scorsa estate, nel pieno dell’emergenza migranti, in cui chiedeva di cancellare i benefici per quegli europei che non avevano o non avevano più un lavoro in Gran Bretagna. Pragmatica ma determinata, insomma, due caratteristiche che potrebbero fare del ministro dell’Interno l’ideale compromesso per traghettare la Gran Bretagna verso un futuro meno incerto.

Secondo il quotidiano progressista The Guardian, un governo guidato da Theresa May eviterebbe le elezioni generali anticipate, diversamente da quello che potrebbe succedere con una leadership troppo ingombrante come quella di Boris Johnson. In un ritratto che le ha dedicato già a marzo, quando la divisione dei Tory era lampante, Politico ha scritto che la May è “incredibilmente rispettata, ma non amata, esattamente l’opposto di Johnson”. In mezzo al guado, il rispetto può essere più utile a un leader della capacità mediatica, se vuole non essere divisivo. May, 60 anni a ottobre, sposata senza figli, in Parlamento dal 1997 e già numero due dei conservatori, è anche una personalità che ha dimostrato di saper gestire un ruolo di potere: è in carica come ministro dell’Interno da sei anni, il mandato più longevo dell’ultimo secolo, a gestire la macchina della sicurezza senza farsi mai mettere i piedi in testa, nemmeno dal primo ministro.

May, 60 anni a ottobre, sposata senza figli, in Parlamento dal 1997 e già numero due dei conservatori, è anche una personalità che ha dimostrato di saper gestire un ruolo di potere: è in carica come ministro dell’Interno da sei anni, il mandato più longevo dell’ultimo secolo, a gestire la macchina della sicurezza senza farsi mai mettere i piedi in testa, nemmeno dal primo ministro

Si vedrà se i sondaggi e gli umori di questi giorni post-referendum si tradurranno anche in un’inaspettata svolta politica riportando a Downing Street una seconda donna dopo Margaret Thatcher. Quel che è certo è che dopo una campagna pro o contro la Brexit giocata soprattutto da uomini, il nuovo corso potrebbe vedere le donne sempre più protagoniste a livello di leadership. A capo della Scozia pro-Ue c’è un primo ministro molto popolare come Nicola Sturgeon. In Europa la linea è dettata da Angela Merkel. Alla quale idealmente le forze euroscettiche oppongono la leadership di Marine Le Pen, attesa fra meno di un anno alla prova decisiva dell presidenziali francesi. Chissà poi come andrà a finire a novembre negli Stati Uniti, dove Hillary Clinton (sostenitrice della Gran Bretagna nell’Ue) potrebbe diventare la prima donna presidente, se batterà Donald Trump (che invece si è congratulato per il voto pro-Brexit). Inutile dire che per il momento l’unica donna che per davvero conta Oltremanica si chiama Elisabetta, la regina che a 90 anni di età si ritrova a rappresentare ancora l’unica istituzione davvero unificante della Gran Bretagna.