David Randall: La Brexit non è un dramma, non siamo mai stati europei

Il columnist inglese analizza gli effetti della Brexit : "Farage ha esaurito il suo compito, comprensibile che si sia dimesso"; "Boris Johnson? Lo ritroveremo al Governo"

Il voto che porterà alla Brexit affonda i piedi in una storia, quella della Gran Bretagna, che è sempre stata eretica verso l’Europa. Ma indica anche che i cittadini non sono più disposti a tollerare che “i ricchi siano sempre più ricchi, mentre gli altri si impoveriscono”. Tirando le somme, David Randall, giornalista inglese fra le firme di punta dell’Independent, pensa che alla fine non si rivelerà una tragedia, il risultato del referendum del 23 giugno scorso, che ha avviato le pratiche di separazione del suo Paese dall’Unione Europea: «Una volta che tutti si saranno calmati, – dice Randall a Linkiesta.it – una volta che avranno fatto un po’ di vacanze estive e avranno compreso che la prospettiva di lasciare l’Ue non significa la fine della civiltà, allora as usual la Gran Bretagna incapperà in qualche tipo di soluzione. Se solo la stessa cosa potesse succedere a quegli incapaci della nazionale di calcio inglese…».

Ma perché voi inglesi siete sempre stati critici con l’Europa?

Ci sono molte ragione per questo euroscetticimo storico, li elenco brevemente. Non siamo fisicamente attaccati al continente. Ci siamo separati dalla Chiesa di Roma 500 anni fa, il che ci ha dato una tradizione politica e religiosa molto diversa dal resto dell’Europa. Siamo eredi di un impero. Siamo arroganti o, meglio, ci pensiamo persone eccezionali. E, poi, abbiamo combattuto Napoleone e due guerre mondiali per rimettere al loro posto degli euromaniaci che avevano l’ambizione di dominare il mondo.

Perché questo euroscetticismo stavolta si è rivelato più forte che in passato?

C’è molto risentimento verso le leggi imposte da Bruxelles, come ad esempio in campo energetico, e verso le interferenze da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo nella nostra facoltà di espellere i criminali nati all’estero. I britannici hanno assistito anche ai difetti della moneta unica, ringraziando di non esserci dentro, e alla stagnazione economica della zona euro. Oltretutto è cresciuta la loro irritazione di fronte all’incapacità dell’Ue di lavorare con le Nazioni Unite e applicare una rigorosa politica per affrontare le migrazioni di tipo economico, allarmandosi per l’invito della cancelliera tedesca Angela Merkel a milioni di persone a venire improvvisamente in Europa. La preoccupazione dei cittadini britannici è soprattutto legata agli effetti della libera circolazione: è preferibile una politica che lasci libertà di movimento ai lavoratori se hanno però un lavoro nel Paese in cui devono muoversi. La stessa preoccupazione c’è di fronte e ad un’apparentemente inarrestabile espansione dei poteri dei funzionari di Bruxelles: anche molti supporter britannici dell’Ue percepiscono che l’Unione Europea è condotta verso un unico Stato federale da parte di funzionari e leader che sanno che questo progetto non ha il supporto della maggioranza degli europei.

Il risultato del referendum ha intanto mostrato un Regno Unito diviso. Che cosa significherà per il vostro futuro?

Tutte le democrazie sono perennemente divise fra quelli che sostengono il partito al governo e quelli che invece gli votano contro. Repubblicani contro democratici, conservatori contro laburisti, socialdemocratici contro cristiano-democratici. Gli unici a non dividersi sono Paesi come la Cina e la Corea del Nord: quindi, essere divisi può non essere una cattiva cosa, anche perché nelle democrazie mature in questo modo si evitano le rivolte per strada. Dopo il risultato del referendum, si è parlato di una futura indipendenza per Scozia e Irlanda del Nord, che hanno votato a favore dell’Ue. Ma penso sia altamente improbabile che si separino da Inghilterra e Galles. La Scozia, come del resto l’Irlanda del Nord, è anni luce lontana dalla capacità di stare in piedi economicamente da sola. Allo stesso modo, considerate le divisioni religiose e storiche degli ultimi decenni, la possibilità che le sei contee dell’Irlanda del Nord si uniscano alla Repubblica d’Irlanda causerebbe davvero rivolte, se non peggio, per strada. Penso dunque che una volta che tutti si saranno calmati, avranno fatto un po’ di vacanze estive e compreso che la prospettiva di lasciare l’Unione Europea non significa la fine della civiltà, allora as usual la Gran Bretagna incapperà in qualche tipo di soluzione.

Chi può rappresentare oggi una leadership unificante per il vostro Paese sulla strada della Brexit?

Se fossi il nuovo primo ministro, non vorrei essere etichettato come unificante. La priorità è quella di fornire una chiara e creativa leadership per quando negozieremo la nostra uscita dall’Unione Europea e costruiremo il nostro futuro fuori di essa. Se questa operazione avrà successo, solo allora avremo un effetto unificante: se essere unificanti fosse l’obiettivo principale, il successo di questo cammino sarebbe meno probabile.

È in atto una sfida per la successione a David Cameron alla testa del partito conservatore e quindi del governo.

Fra i candidati, Theresa May è molto intelligente e competente, ma finora non ha spiccato per coraggio politico: è del resto stata dietro le quinte durante la campagna referendaria, sperando che nessuno le chiedesse perché lei, euroscettica, avesse detto di sostenere Cameron e la campagna per il Remain. Michael Gove ha avuto le palle per mettere la testa fuori e segnalarsi, com ministro di punta, per essere chiaro e con una visione. Lui avrebbe certamente il mio sostegno, ma è più probabile che a vincere sia la May.

Lei ha scritto che gli elettori britannici non vedevano l’ora di punire in qualche modo i banchieri, i finanzieri e i manager delle grandi società. Anche così va letto, dunque, il risultato del referendum sull’appartenza al progetto europeo: perché?

Il trading e i prestiti spericolati di banche e finanza – ai cui capi sono stati pagati enormi bonus in questi anni – furono la causa principale già della crisi finanziaria mondiale del 2008. Ancora però non è stato presentato loro il conto o non è stata realizzata una riforma vera, per evitare quegli eccessi. Queste persone, banchieri, finanzieri e capitani di grandi società, sembrano vivere in un mondo a parte, senza pagare le loro decisioni sbagliate, che invece danneggiano l’economia reale. Le disparità di reddito sono aumentate ampiamente negli ultimi decenni: i ricchi sono diventati più ricchi, gli altri sono diventati un po’ più poveri. Quello che la gente vuole vedere è la fine di questa tendenza, l’avvio di riforme che stabiliscano per esempio un rapporto equo inderogabile fra il massimo salario e quello minimo in una società.

Chiudiamo parlando di due personaggi chiave di questa vittoria pro-Brexit: Nigel Farage, leader dell’Ukip, ha lasciato esattamente come Boris Johnson, capo della fronda euroscettica dei conservatori. Perché lo hanno fatto, nonostante la vittoria: mancanza di leadership o semplice calcolo per il futuro?

Boris Johnson ha realizzato, secondo me giustamente, che non avrebbe potuto avere sufficiente sostegno fra i Tory per ottenere la leadership nel dopo-Cameron: questo può mostrare realismo oppure mancanza di fegato per combattere. Penso che Johnson sarà comunque un ministro di primo piano nel nuovo governo britannico. Nigel Farage ha invece trascorso vent’anni a combattere per il risultato che ha ottenuto con il referendum: lasciare l’Unione Europea. Poiché l’obiettivo principale del suo partito è stato raggiunto, comprendo benissimo il motivo delle sue dimissioni. Dopotutto, che ruolo ha ora il suo partito? Un ruolo minore, penso. A meno che, con un nome diverso, l’Ukip non giochi un ruolo nel riallineamento della politica britannica che è diventato inevitabile dopo il tracollo del partito laburista.