Lago Aral, complimenti a tutti quelli che lo hanno distrutto

Era il più grande specchio d’acqua interno del mondo. Adesso, dopo che l’acqua è stata succhiata per alimentare le coltivazioni, è diventato un deserto. Con tanto di aumento delle malattie nella popolazione

Il più grande disastro ecologico della storia. Lo hanno battezzato così, e un motivo ci sarà. La scomparsa del Lago di Aral (per altri è addirittura un mare) non può che lasciare stupiti: una volta era lo specchio d’acqua interno più grande del mondo, largo 68mila km², condiviso tra Kazakistan e Uzbekistan, ma in grado di sostentare anche Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Afghanistan. Era un mare di isole e isolette, alimentato da due fiume: l’Amu Darya e il Syr Darya. Non ha emissari, per cui il suo livello è (era) il bilanciamento tra acque affluenti ed evaporazione.

Poi è arrivata l’Unione Sovietica, il piano per rilanciare la coltivazione del cotone, i canali per drenare l’acqua verso le piantagioni (soprattutto in Uzbekistan) e infine la distruzione del bacino. Un danno cercato: come disse il climatologo russo Aleksandr Voeikov, il lago di Aral altro non è che un “inutile evaporatore”, un “errore della natura”, da risolvere con socialista determinazione.

E così, dal 1960 al 2002, l’area della superficie si è ridotta del 70%. Il volume è crollato del 90%, calando di sedici metri. Risultato? L’enorme lago si è ridotto a una serie di pozze (come mostra la bella mappa in gif sottostante, creata da quelli di Brilliant Maps). C’è il Lago d’Aral meridionale e il Lago d’Aral settentrionale. Addirittura, il lago meridionale si è diviso ancora, nel 2002, e la parte orientale nel 2014 si è asciugata del tutto, lasciando spazio a un nuovo deserto.

Commplimenti a tutti. Il processo di risucchiamento, dopo il crollo dell’Urss, è calato in modo sensibile per il Kazakistan, che si è concentrato sugli idrocarburi. Lo stesso non si può dire per l’Uzbekistan, che invece insiste sul cotone. Certo, a danno della pesca: ad esempio, la città di Moynaq. Una volta era un porto affollato, con industria del pesce avanzata. Adesso è ben lontana dalla costa e i 30.000 lavoratori del settore hanno dovuto cambiare vita. Se ci sono riusciti.

Infine, c’è un problema di inquinamento: pesticidi e fertilizzanti sparati sulle piantagioni, una volta, finivano in acqua (che non è una bella cosa). Ora è anche peggio: si raccolgono nel deserto, vengono sollevati dal vento e si sparpagliano per tutta la regione, colpendo la popolazione circostante. Malattie, tubercolosi, cancro, difetti alla nascita, problemi immunologici. Di nuovo, complimenti a tutti.

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