Quando i Giochi Olimpici davano gloria vera: i campioni dell’antichità

Ci fu un tempo in cui la fiamma di Olimpia bruciava per onorare i grandi vincitori, i cui nomi sono noti anche oggi. Il primo fu Corebo di Elis. allora era una gara sola, di corsa, in velocità

Quando le Olimpiadi erano una cosa seria, cioè nell’antichità, non si correva per partecipare: si correva per vincere. Era uno dei momenti più importanti dela vita delle città greche, tanto da poter bloccare le guerre. Da Olimpia, la città dove si svolgevano queste manifestazioni, cominciavano storie di gloria imperitura. Quelli, insomma, erano veri giochi. E i campioni di allora furono tanto grandi che, ancora oggi, si conoscono i loro nomi.

Andando a guardarsi papiri, steli ed epigrafi, si scopre che, nel 776 a.C., il vincitore della gara dello stadion fu Corebo di Elis, cuoco e fornaio umile ma velocissimo. Superò tutti i suoi concorrenti, di cui non sappiamo nulla – è il prezzo, severo ma giusto, della sconfitta – percorrendo i 192 metri dello stadio di Olimpia.

Corebo è il primo vincitore delle Olimpiadi. Almeno, il primo che si conosca: le documentazioni al riguardo non vanno più indietro del 776, anche se è certo che le Olimpiadi si tenessero già da un po’. Come premio gli fu consegnata una corona di alloro (si era sparagnini, all’epoca), ma la gloria e la fama che gli derivarono furono immense.

Nell’edizione successiva si impose un altro campione di Elis. Si chiamava Antimaco, e di lui si conosce solo questo (ma visto che la gloria, per un greco antico, era rendere noto il proprio nome, può bastare). È alla terza olimpiade, nel 768, che nasce la contrapposizione tra Elis e una new entry del suo livello: la Messenia, regione del Peloponneso. Questa impone prima Androcle (o Androclo) e poi, nel 764 a. C., Policare – noto anche perché, a causa di uno scontro con uno spartano che ne uccise il figlio, provocò la Prima Guerra Messenica, che durò oltre 20 anni.

La Messenia guerreggiava e correva. A parte la parentesi di Eschine di Elis, nel 760, e di Ebota di Dime nel 754 (il primo della Acaia a vincere: fu osannato come un dio dai suoi fan, tanto che da quel momento, nelle edizioni successive, gli atleti dell’Acaia dovevano, prima di gareggiare, fare un sacrificio in suo onore), per 20 anni le Olimpiadi sono state una sua vetrina esclusiva. Vincono, nell’ordine, con Diocle, Anticle, Senocle, Dotade e Leocare. Cinque edizioni di fila e poi, il nulla. La serie positiva si interrompe con la vittoria di Ossitemi di Coronea (o di Cleona?) nel 732, e da quel momento la Messenia non toccherà più palla. Nel 720, poi, risulterà sconfitta nella guerra contro Sparta, che dividerà gli abitanti e ne annullerà le capacità competitive, oltre a – piccolo dettaglio – decretarne la fine. Fu così che si aprì la strada ad altri atleti (e altre città).

E così trionfarono Corinto, con Diocle – che fu anche il primo vincitore omosessuale: dopo la vittoria andò a convivere con Filolao, nomoteta della famiglia dei Bacchiadi, a Tebe. Vissero sempre insieme e furono sepolti vicini – e poi rivinsero con Damone, che addirittura si impose in una nuova versione dello stadion, il dualios (cioè raddoppiando il percorso).

Erano i giochi olimpici originali, quelli in cui contava vincere e non partecipare. E dove la gloria, quella vera, valeva più di tutte le medaglie di questo mondo.

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