Stai attento a quel che scrivi (e a come lo scrivi): anche un post su Facebook può cambiarti la vita

Altro che Cambridge Analytica: ogni cosa che scriviamo sui social network può essere letta dal nostro datore di lavoro, da chi cerca personale, da un cliente. Meglio non scrivere nulla? No, anzi: occorre sfruttare quest’arma a nostro vantaggio

Non ti hanno consegnato un abito che avresti voluto indossare proprio quella sera? Si sono persi per strada il libro che ti serve per il tuo prossimo esame? Il nuovo device che avrebbe dovuto cambiarti la vita si è guastato subito? Come reagisci? Molto probabilmente come tutti oggi: impugni lo smartphone e ti precipiti sulla bacheca di un social del brand in questione per manifestare con energia il tuo disappunto. Decidi di prendere così parte ad una discussione virtuale.

Quante volte nel feed dei commenti ti sei imbattuto in messaggi feroci e inopportuni? Prima o poi arrivano sempre. La cosiddetta Democrazia della Rete ci permette di andare dritti alla fonte senza grande fatica, e lasciare traccia di noi, della nostra esperienza e del nostro pensiero. Se da un lato noi utenti esercitiamo – talvolta con esagerata soddisfazione – il nostro potere, dall’altro generiamo delle conseguenze alle quali forse non pensiamo abbastanza, ma che hanno un forte impatto su noi stessi e non solo. Ciò che scriviamo e lanciamo nella Rete – un post su Facebook, un Tweet o un commento su LinkedIn – rivela qualcosa di ciò che siamo e delle nostre abilità. Inclusa la nostra modalità di comunicare e scrivere.

I recruiter scandagliano i profili e le attività social dei candidati, i nostri clienti potenziali non si accontentano più del solo sito corporate ma esplorano i profili dei dipendenti, i consumatori vanno a studiare le reazioni della Rete rispetto ad un nuovo prodotto. Ecco che anche un post scritto di corsa, sgrammaticato o inopportuno perché off topic ha un peso importante

Oggi come in passato siamo tutti affamati di reference. Ciò che cambia rispetto a qualche anno fa è il modo: i recruiter scandagliano i profili e le attività social dei candidati, i nostri clienti potenziali non si accontentano più del solo sito corporate ma esplorano i profili dei dipendenti, i consumatori vanno a studiare le reazioni della Rete rispetto ad un nuovo prodotto. Ecco che anche un post scritto di corsa, sgrammaticato o inopportuno perché off topic ha un peso importante. Questa consapevolezza non deve essere un freno alla creatività o alla volontà di esprimersi, al contrario.

Il monito è: non esiste più una scissione netta tra contenuti professionali e personali. Allora perché non applicare gli strumenti di business writing anche quando animiamo i nostri canali personali? Un aiuto in questo senso potrebbe arrivare dalle aziende stesse: mettere a disposizione dei dipendenti delle linee guida su come scrivere – non certo su che cosa – sul web. Pubblico o privato, l’obiettivo non è sempre essere letti, capiti, seguiti?

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Linkiesta Paper Estate 2020