La filosofia (dopo la poesia, il romanzo e la democrazia) è morta? Bene, ora è tempo di rinascere

Un professore di Cambridge ha decretato la morte della filosofia: come nella musica classica, non esistono creativi ma solo interpreti. Il vero problema è che l'istruzione di massa non ha prodotto sapienza, ma solo imbecilli. E l'ossessione per il denaro ha ucciso il genio. Ora occorre rinascere

Siamo ossessionati dalla morte – ed è questo a rendere questa epoca particolarmente eccitante. Predichiamo la morte, ne facciamo semina. Sono morte ‘le tradizioni’, è morta la democrazia, è morta la poesia, il romanzo, poi, è da un ventennio che sta morendo, l’Occidente è morituro da un secolo, e a leggere il TLS, che è il magazine più fighetto di Londra, ora è morta la filosofia, Philosophy is Dead.

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L’ossessione per la morte in un’epoca così piena di vita è il sintomo di una cocente frustrazione. Vorremmo essere graziati da un evento epocale, desideriamo qualcosa di definitivo, ammirare una lotta angelica, sanguinaria, tra personalità fenomenali. Invece. La bagarre nucleare ha il volto da fumetto di un tiranno in Corea del Nord e di un improbabile magnate a Washington D.C. Nessuno ha voglia di sporcarsi il culetto nello Yemen né di affiliarsi a qualche mercenario in Ucraina: eppure, ballando il tango con il carrello della spesa, sorridendo a una cena ‘da amici’, mentre i figli ci succhiano le ginocchia come biberon, sappiamo che la vita ha senso solo in prossimità della morte.

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Sul tema, per gli interessati, lo storico Henri-Irénée Marrou ha scritto un pamphlet di caustica eleganza, La fine del mondo non è per domani. Da tempo – almeno, dai tempi di Agostino – l’uomo viene al mondo desiderandone la fine, desiderando la fine del mondo, claustrofobico paradosso. Così, non riuscendo a fertilizzare settant’anni di pace – una primizia – servi del primo stipendio che ci viene concesso, rosolati in desideri assurdi, aneliamo, almeno, il sublime sussurro della ghigliottina.

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