I Papaboys, quanti ormoni sprecati a gridare “Alleluja”

Giovani generici che strillano, sudano, sembrano a un concerto rock, ma senza rock. Papa Francesco sembra un nonno bonario (e un po' intontito). Ma è un'enfasi triste. Che sembra eterodiretta, telecomandata. Tutto uno spreco di ormoni

Olio abbronzante spalmato su tonnellate di carne umana bollente. Niente incenso o mirra. Ragazzi che lanciano occhiate furtive alle ragazze, ragazze che ricambiano con un battito di ciglia. 70mila tizzoni ardenti stretti in un abbraccio appiccicoso. “Dio non induce in tentazione”. E gli sguardi si ammosciano. E tutti a guardare lui, Papa Francesco. Niente è più forte del richiamo divino, nemmeno gli ormoni. Allora usano tutte le loro energie vitali per non caracollare a terra cantando a pieni polmoni Alleluja. Mani alzate, ovviamente. Bandiere che sventolano, fazzoletti. Cappellini di ogni genere e forma: alla Sampei, dell’Italia, della Juve, una fede vale l’altra, bandana, tanti, da cowboy i più arditi.

Tutti fanno parte di gruppi, rari singoli. Quelli con le magliette gialle con scritte motivazionali vengono da Napoli – in pellegrinaggio che vuol dire a piedi; quelli con le maglie blu da vattelappesca con i bus senza aria condizionata per espiare le proprie colpe. Qualcuno, però, ad un certo punto, si spoglia, un torso nudo qui, ragazze in reggiseno che si fanno la treccia a vicenda là. Ma non c’è malizia. Siamo qui per il Signore. Intanto il Papa sempre più in sottofondo: “Molto entusiasmo truccato d’amore. Nell’amore devi mettere tutta la carne sulla grigliata, così dicono in Argentina”.

Cappellini di ogni genere e forma: alla Sampei, dell’Italia, della Juve, una fede vale l’altra, bandana, tanti, da cowboy i più arditi. Tutti fanno parte di gruppi, rari singoli. Questi giovani generici che si vogliono far chiamare Papaboys 3.0, dal payoff “Missionari di parabole antiche e sempre nuove”, strillano, si sbracciano, sembrano ad un concerto rock, ma senza rock

Questi giovani generici che si vogliono far chiamare Papaboys 3.0, dal payoff “Missionari di parabole antiche e sempre nuove”, strillano, si sbracciano, sembrano ad un concerto rock, ma senza rock. Teodoreto di Ciro potè dire di un sant’uomo che era rimasto casto tutta la vita nonostante da giovane avesse frequentato le processioni, ma dal V secolo ad oggi le cose sono cambiate: anticamente le processioni erano pratiche licenziose, ora non più. Tutto è molto pseudo-casto (per quanto possa essere casto un ammasso di adolescenti), ma c’è molta ansia della prestazione, a chi è più preso dalla frenesia, a chi piange di più. Lacrime, volatili secrezioni passionali. Sudore. Piedi, polvere, fetore, briciole, avanzi di cibo, sputo. Urla, materia informe della parola. Tutta questa materia non modellata se ne sta lì, a sciogliersi al sole. “L’onnipotenza di Dio la recupererà e la immortalizzerà in un corpo miracoloso di soprannaturale perfezione”.

I ragazzi, nell’attesa, cercano risposte, una direzione. Bergoglio è l’archetipo del nonno, un nonno santo, benevolo, ma anche un po’ intontito. “Non ci sono pasticche che fanno sognare, quelle bruciano i neuroni”.

Nonostante la gioia gridata questi ragazzi sono comunque circondati da un’aura posticcia, triste, di enfasi comandata, come se non fossero davvero lì. Questi giovani generici, sempre gli stessi, che poi si fanno grandi ma indossano ancora pantaloncini alla pescatora nonostante l’assenza di peli sulle gambe, ci portano i loro figli, anche se non gli va proprio, anche se quest’anno ho dubbi sulla mia fede perché ho desiderato la donna d’altri. Vanno, organizzati nei minimi dettagli – forse è proprio questo che continua a muoverli. Chissà se la grazia divina avrà mai un pass per entrare a sconvolgere la tabella di marcia, magari fra lo spuntino delle 11 e la preghiera all’Angelo delle 12.

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