Cultural StereotypeImprenditore o precario? Non c’è più differenza, ecco l’Imprendicariato

Nell'epoca in cui sono tutti imprenditori di loro stessi, “Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori, nessuno al sicuro” cerca di ragionare sui modi in cui il precariato si sviluppa dentro la dimensione della libera iniziativa individuale (e viceversa)

Su Internet nessuno sa che sei un cane, recitava una famosa vignetta pubblicata nel 1993 sul New Yorker. Venticinque anni dopo, l’evoluzione di Internet e dei nostri comportamenti in rete ha portato il concetto di self-branding oltre ogni ragionevole previsione (sia dei più ottimisti, sia dei più pessimisti). Se è vero che ognuno di noi, concedendo se stesso allo spettacolo permanente portato avanti dai social network, è diventato sostanzialmente un brand, è altrettanto vero che questo brand va in qualche modo portato avanti, fatto prosperare, messo a servizio. Su Internet non solo nessuno sa che sei un cane, ma nessuno può ormai sapere se quello che stai raccontando è vero oppure no. Ad esempio, cosa vuol dire la famosa frase, ormai giustamente denigratoria, “sono un imprenditore di me stesso”? Tutto e niente, ma se vogliamo essere il più possibile laici nei confronti di una frase — che è solo la punta dell’iceberg di un cambio totale di approccio cognitivo e comportamentale del singolo dentro un mondo ormai plasmato da infrastrutture digitali e piattaforme — non possiamo non notare che dietro questa retorica c’è in realtà lo spettro dello Spirito del Tempo.

Se qualche anno fa, infatti, consideravamo la categoria dell’imprenditoria come qualcosa di sostanzialmente difficile da raggiungere, adesso sembra essere diventata quasi la condizione necessaria per uscire dalla stasi di una vita lavorativa senza significato. Essere imprenditori non vuol più dire essere arrivati a un livello della scala sociale in cui si esce dalla povertà, dall’insicurezza per il futuro e in cui si costruisce ‘qualcosa’, ma vuol dire l’unico modo in cui personalità atomizzate possono uscire dalla percezione di una vita precaria. L’etica dell’imprenditore e lo spirito del precario, parafrasando. È questo il punto di partenza della riflessione di Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori, nessuno al sicuro (Krisis, 2018), il libro con cui Silvio Lorusso, artista e ricercatore italiano di stanza a Rotterdam, riflette su questo vero e proprio “spirito del tempo” che è una delle manifestazioni più riuscite della deriva autodistruttiva di quel realismo capitalista teorizzato e sistematizzato da Mark Fisher. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Cosa si intende per Entreprecariat o, in italiano, Imprendicariato?

Questo neologismo sta ad indicare le relazioni che intercorrono tra imprenditorialità e precarietà. Si tratta di dinamiche molteplici: innanzitutto il cosiddetto spirito imprenditoriale si può considerare come una specie di rebranding della precarietà. Non solo: esso depotenzia e delegittima le istanze precarie. Sia l’imprenditorialità che la precarietà si rivolgono al futuro e più in generale al cambiamento. La prima lo accoglie entusiasticamente, lo accetta acriticamente, addirittura lo auspica. La seconda ne riconosce i limiti e non nasconde le ansie che lo caratterizzano.

Come mai secondo te questa parola sempre intercettare perfettamente una condizione dell’esistente in cui ci siamo dentro tutti?

Il sottotitolo del libro è Siamo tutti imprenditori, nessuno è al sicuro. Con questo non voglio dire che la chiamata imprenditoriale riguarda tutti allo stesso modo, ma piuttosto indicare come essa stessa mira a universalizzarsi. Nel libro riporto la prospettiva di Muhammad Yunus, pioniere del microcredito, il quale è ampiamente citato per aver sostenuto che «tutti gli esseri umani sono imprenditori». Che si accetti o meno questo punto di vista, bisogna ammettere che il continuo oscillare tra una presunta autonomia e subalternità, tra euforia e timore muove la società in maniera trasversale. Quando si parla d’imprenditorialità non dobbiamo pensare solo alle favolette morali dei grandi fondatori che “hanno rischiato tutto per farcela” ma anche e soprattutto al giovane disoccupato che in mancanza d’altro fonda una start-up con l’aiuto dei fondi europei.

Essere imprenditori non vuol più dire essere arrivati a un livello della scala sociale in cui si esce dalla povertà, dall’insicurezza per il futuro e in cui si costruisce ‘qualcosa’, ma vuol dire l’unico modo in cui personalità atomizzate possono uscire dalla percezione di una vita precaria

La questione per cui “imprenditore” diventa un rebranding di “precario” è interessante. Mi sembra una sorta di evoluzione del realismo capitalista per cui alla fine nessuno è mai veramente disoccupato o anche tutta la questione della rivendicazione di classe si disinnesca perché il precario — che per Guy Standing fa parte di una classe esplosiva — diventa semplicemente una persona che sta guardando al suo problema dal punto di vista sbagliato.

Entrambi gli autori che citi hanno influenzato direttamente la scrittura del libro. Io ritengo che il “naturalismo imprenditoriale” sia un livello del realismo capitalista di Fisher. Non credo sia un caso il fatto che Fisher parlasse di ​“volontarismo magico”​, ovvero l’idea secondo cui basta desiderare ardentemente qualcosa affinché la si ottenga. Il regime discorsivo dell’imprenditorialità suggerisce una certa predisposizione emotiva, un lavoro attitudinale sul sé. Guy Standing ha una posizione ambigua sul precariato: a volte lo descrive come potenza rivoluzionaria altre volte come ricettacolo di xenofobia. Io mi limito a dire che se per precariato intendiamo quello metropolitano, giovanile, connesso, non credo che vedremo la sua metamorfosi in classe per sé. Ed è proprio la logica imprenditoriale a impedirlo, la dimensione strategica che limita i rapporti pur lubrificandoli. Una cosa che ci tengo a dire che non credo esista un punto di vista giusto e uno sbagliato rispetto al problema della propria precarietà. Non sbaglia chi si considera parzialmente artefice del proprio destino così come ha ragione chi lamenta le proprie ansie. L’imprendicariato è appunto uno scontro di visioni.

Cosa intendi per “predisposizione emotiva” dell’imprenditore?

Intendo un lavoro sul sé volto a privilegiare la sfera delle emozioni che vanno dall’entusiasmo alla gioia, promuovere attitudini quali l’ottimismo e la cordialità e neutralizzare passioni tristi e critica, ovvero ogni forma di negatività in quanto strategicamente deleteria. Tutto ciò ricorda in qualche modo l’«organizzazione collettiva dell’entusiasmo» del regime sovietico.

Nel libro fai anche riferimento agli esempi e alle piattaforme che non solo portano agli eccessi l’idea che ogni persona, anche nelle difficoltà, diventa un “imprenditore”, ma soprattutto lo diventa per uscire dalla sensazione di totale insicurezza in cui è proiettato nel sistema contemporaneo. Ad esempio con le piattaforme di aiuto si singoli temi di natura anche sanitaria. Come se l’iniziative individuale e imprenditoriale potesse sostituirsi al welfare. Ce ne parli meglio?

Ciò a cui fai riferimento è la sezione su GoFundMe, una specie di Kickstarter per le spese personali, usato spesso per finanziare emergenze mediche o stage non pagati. L’analogia non è casuale: il punto che voglio far passare nel libro è che i sistemi di crowdfunding, pur andando a coinvolgere ambiti che esulano dalla sfera dell’innovazione, ne conservano gli aspetti promozionali e strategici: essi richiedono una serie di competenze variegate che si possono legittimamente definire imprenditoriali. Il primo crowdfunding online della storia l’ha fatto una rock band. Qualche anno dopo lo scrittore di fantascienza Bruce Sterling ha preconizzato che «qualunque cosa accade ai musicisti, accade poi a tutti gli altri».

Una volta John Steinbeck ha detto che il socialismo non ha mai attecchito in America perché i poveri non si considerano proletariato sfruttato, ma milionari in temporanea difficoltà

Il tuo libro ha una postfazione di Raffaele Alberto Ventura, che con Teoria della classe disagiata ha in qualche modo dato il via a un dibattito — per lo meno a casa nostra — su questo tipo di argomento.

Raffaele Alberto Ventura ha colto meglio di altri l’ambiguità che alimenta l’immaginario e determina le azioni di quella che lui chiama classe disagiata. E l’ha fatto tramite alcune invenzioni terminologiche azzeccate, come “disforia di classe”. Non è stato il primo a descrivere questo fenomeno: già Guy Standing, Isabell Lorey, e in Italia Federico Chicchi e Anna Simone vi avevano fatto cenno. A differenza loro, Ventura ha spostato il baricentro del discorso nella disforia, nel disorientamento, nella fragile barriera che separa oppressi e oppressori. Questo tema ritorna nella postfazione del mio libro, dove Ventura descrive la galassia imprendicariale come un enorme “centipede umano”. Difficile dargli torto. Mi vengono in mente giovani designer che dopo aver subito la gavetta degli stage non pagati si strutturano, fondano un piccolo studio e poi che fanno? Reclutano altri stagisti non pagati poco più giovani di loro.

Forse è lì che si annida la contraddizione definitiva. Questi giovani sono inequivocabilmente imprenditori ma anche inequivocabilmente precari. Senza grossi clienti, grosse commesse e con la concorrenza dei grandi studi, ma con l’idea di essere in qualche modo dentro un percorso di emancipazione. Insomma, l’imprenditore è solo un precario che vuole avere la possibilità immaginaria di farcela. Rovesciamento di percezione rispetto all’idea liberale dell’imprenditore come persona realizzata. Secondo te storicamente quando è saltato il meccanismo?

Difficile non tenere conto degli effetti di quella che si potrebbe chiamare la vulgata culturale neoliberista. Nel 1983 Margaret Thatcher dichiarava che la società non esiste e che esistono soltanto individui e famiglie. Nel 1985 Ronald Reagan celebrava lo spirito imprenditoriale americano come una dote caratteriale. Nel frattempo il guru del management Peter Drucker raccoglieva i frutti di questa nuova mentalità proponendo di rendere imprenditoriale la società tutta. In questo modo la realizzazione ha cessato di essere un punto statico da raggiungere, ma come dici tu è diventato un percorso. Non c’è vetta o la vetta non è raggiungibile, come nel Monte Analogo.

Pensi che il “precariato urbano” non possa diventare classe perché già si percepisce come una classe non-subalterna? Ogni tanto ho questo dubbio, per cui i giovani creativi urbani pur nella miseria delle loro retribuzioni, si sentano in qualche modo dominanti da un punto di vista se non altro culturale.

Una volta John Steinbeck ha detto che il socialismo non ha mai attecchito in America perché i poveri non si considerano proletariato sfruttato, ma milionari in temporanea difficoltà.

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