Il discorsoT.S. Eliot amante dell’Europa unita: "Dobbiamo rafforzare i legami già esistenti"

Il poeta amico di Ezra Pound: “L’Europa è superiore a tutti gli altri”. “Essere buoni europei non significa essere meno italiani, inglesi o francesi. La cultura europea non è qualcosa che può essere unificato, eppure non vogliamo essere Europei astratti: stringiamo relazioni strettissime”

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In uno dei suoi testi canonici, What is a Classic? (1945), scritto quando Thomas S. Eliot è già il poeta fondamentale e più influente del Novecento – archiviata The Waste Land ha da poco pubblicato Four Quartets, il culmine della sua ricerca poetica – mentre l’Occidente si risolleva dopo il baratro con il suo turbinio di agnelli sacrificali (Ezra Pound, l’amico, il sodale, di Eliot arrestato e gettato nel manicomio criminale di Washington), il poeta esprime la sua idea di Europa. “Abbiamo bisogno di rammentare a noi stessi che, se l’Europa è un tutto (e ancora oggi, sempre più mutilata e sfigurata quale sta diventando, l’organismo da cui deve svilupparsi ogni più alta armonia del mondo), anche la letteratura europea è un organismo i cui vari membri non possono godere di buona salute se un’unica corrente sanguigna non circola dappertutto. Il latino e il greco costituiscono la corrente sanguigna della letteratura europea… e Virgilio è il nostro classico, il classico di tutta l’Europa”.

Eliot – che a Virgilio associa Dante come ‘padre’ dell’Europa culturale unita, e poi Shakespeare – pensa all’Europa come a un progetto letterario e dunque politico (e a lui, eventualmente, Thomas Stearns, come al nuovo Virgilio, aedo di un impero europeo, in cui il nuovo latino è l’inglese, dove non tramonta mai il sole). Nel 1946 torna sul tema in tre conversazioni radiofoniche, The Unity of European Culture, rivolte alla Germania. In questo contesto va letto il discorso, The Good European, tenuto il 2 giugno del 1951 presso il Royal Pavilion di Brighton, raccolto prossimamente nel settimo volume delle Complete Prose of T.S. Eliot: A European Society, pubblicato dalla John Hopkins University Press e anticipato dal TLS (proposto qui nella traduzione di Andrea Bianchi).

Thomas S. Eliot, che ritiene Baudelaire il padre della poesia moderna, che ha fatto i primi passi lirici a Parigi, alla Sorbona, all’ombra di Laforgue e di Gautier, ascoltando Henry Bergson e imparando il francese da Alain-Fournier, dal 1946 è membro della sezione londinese della Fédération britannique des comités de l’Alliance française, di cui, nel 1948, è nominato presidente della commissione culturale. Nel discorso, arguto, sibillino, pronunciato in questo contesto, Eliot ribadisce che l’Europa unita è una necessità a patto che si salvaguardino le singole identità, che non tutte le nazioni sono uguali, che la cultura è una scelta anzi tutto individuale, che non si fa per esigenze di parte o di convenienza. Resta da ribadire l’importanza dei poeti nel pensare l’Europa. Il francese Saint-John Perse, Nobel per la letteratura nel 1960, tradotto e amato da Thomas S. Eliot, è quello che, come braccio di Aristide Briand, pensa, nel 1930, la Federazione degli Stati Europei.

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