Gli ultimi della classeBocciati sul clima, al summit di New York Conte interviene dopo Congo e Bolivia

L’intervento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è il 94esimo previsto al Climate Action Summit 2019 dell’Onu a New York, dopo Congo e Bolivia, prima del bistrattato Boris Johnson. Indice dello scarso impegno italiano sui cambiamenti climatici

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antònio Guterres apre i lavori dell’assemblea Onu sul clima di New York alle 10 del mattino. Ma per ascoltare l’intervento del premier italiano bisognerà aspettare la sessione delle 17.30, quasi in conclusione. Quello di Giuseppe Conte è il 94esimo intervento previsto, nell’ultimo gruppo di capi di governo, dopo Bolivia e Congo, giusto un attimo prima del bistrattato premier britannico Boris Johnson. E se l’ordine di intervento può rivelarci qualcosa, il posto da ultimi della classe che ci hanno riservato all’Onu per fare il punto sui progressi compiuti dai singoli Stati è indice di quanto l‘Italia e le sue politiche non siano particolarmente tenute in considerazione.

Per fare un paragone con i colleghi europei, la Cancelliera tedesca Angela Merkel sarà il primo leader europeo a parlare, in quinta posizione dopo Guterres. Emmanuel Macron, in undicesima posizione, aprirà il tavolo sulla finanza. Sarà l’occasione, per i capi di Stato e di governo, di presentare le agende politiche sul contrasto al cambiamento climatico, proprio alla vigilia del traguardo intermedio del 2020 previsto dagli accordi di Parigi Cop21.

Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, inviato a dicembre alla Commissione europea, è rimasto solo una bozza senza impegni vincolanti, con una generica promessa di transizione ecologica entro il 2030

L’Italia è invitata a parlare, tra tanti, nel generico panel sulla trasformazione economica dal “grigio al verde”. E Giuseppe Conte, evidentemente, ha pochi risultati da presentare. Nonostante sia il summit di battesimo del governo giallorosso, il premier si presenta nel Palazzo di Vetro di New York con l’eredità del Conte uno. Che si è distinto più per gli spot green che per le azioni concrete sul fronte.

L’ultimo Documento di economia e finanza era stato subito bocciato subito dai Verdi, che avevano accusato il governo di aver fatto un copiaincolla di vari documenti, con imprecisioni ed errori grossolani. E il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, inviato a dicembre alla Commissione europea, è rimasto solo una bozza senza impegni vincolanti, con una generica promessa di transizione ecologica entro il 2030. Per fare un esempio, nel documento si punta alla riduzione dei carburanti nei trasporti e all’incremento della mobilità elettrica, prevedendo una diffusione complessiva di quasi 6 milioni di veicoli ad alimentazione elettrica, di cui 1,6 milioni di auto elettriche nel 2030. Con l’ex ministro dei Trasporti Danilo Toninelli che aveva promesso addirittura di «arrivare all’obiettivo di zero macchine inquinanti in circolazione entro il 2030».

Promesse e numeri che poi non sono stati poi supportati da politiche e coperture economiche per realizzarli o da un programma di lunego termine su una transizione ecologica che accompagni i lavoratori senza il rischio di enormi costi sociali. Anzi, il Piano clima prevede un taglio delle emissioni entro il 2030 che resta tre punti al di sotto del -40% fissato a livello europeo, senza rispettare quindi gli accordi di Parigi.

Non che dalla assemblea Onu ci si aspettino grandi risultati, eh. Al tavolo dei lavori mancano sia Cina sia Stati Uniti, che sono responsabili rispettivamente del 27% e del 14% dei gas serra emessi nell’atmosfera. Ma agli spot elettorali green di Conte e colleghi non crede più nessuno. E il 91esimo posto è più che meritato. La prossima “manovra verde” ora sarà un banco di prova, se solo riuscissimo ad andare oltre la tassa sulle merendine.

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