L’ultimo regalo di Draghi non basta: le banche italiane devono tornare a prestare danaro

A ottobre la quantità di denaro che gli istituti di credito del Belpaese detengono nei conti correnti della Banca centrale europea è aumentata di 37 miliardi di euro grazie al sistema a due livelli voluto da SuperMario per dare un po’ di respiro. Ma i prestiti a famiglie e imprese calano

Le banche italiane approfittano dell’ultimo regalo da presidente della Bce di Mario Draghi, ma prima o poi l’eurozona dovrà fare i conti con gli effetti collaterali nel lungo periodo dei tassi di interesse negativi. Ha attirato l’attenzione di molti osservatori economici l’aumento vertiginoso della quantità di denaro che gli istituti di credito italiani detengono nei conti correnti della Banca centrale europea. Solo a ottobre la quota è aumentata di 37 miliardi di euro. La tempistica fa pensare che il sistema “a due livelli” presentato il 12 settembre dal consiglio direttivo della Bce stia già sortendo i suoi effetti. Uno degli ultimi provvedimenti di Draghi, non certo il più importante, permette alle banche che hanno fino a sei volte la riserva minima richiesta nei conti della Bce di non pagare il tasso di interesse negativo sui depositi presso la banca centrale europea. Impossibile farlo per le banche tedesche che hanno liquidità circa 16 volte la riserva minima richiesta, una possibilità per tante banche italiane che a malapena hanno liquidità superiore alle tre volte.

Per questo tanti istituti di credito del Belpaese hanno iniziato a fare “arbitraggio”. Tradotto: farsi prestare denaro a tassi negativi (-0,50) dalle banche dell’eurozona per poi scaricarlo nella pancia della Bce a tasso zero, guadagnando sulla differenza tra i tassi d’interesse. Anche per questo le passività interbancarie nette all’interno dell’area dell’euro sono diminuite a una cifra record di 48 miliardi di euro. Questa finestra di opportunità è stata voluta da Draghi per dare un minimo di respiro alle banche dell’eurozona che, come ricorda il Financial Times, solo l’anno scorso hanno versato 7,2 miliardi di euro alla Bce a causa dei tassi di interesse negativi sui loro depositi nei conti di Francoforte. Perché sempre a settembre, la Bce ha deciso di abbassare ancora di uno 0,1% (da -0,4 a -0,5) i tassi incassati dalle banche che lasciano i loro soldi in deposito presso la Bce. Tradotto: lasciare un deposito nei conti dell’Eurotower non solo non garantisce rendimenti, ma è anche un costo per la banca.

Da anni Super Mario incoraggia gli istituti di credito a concedere prestiti alle imprese e alle famiglie invece di tenerli congelati nei conti correnti, ma a settembre i prestiti per le società non finanziarie sono diminuiti dell’1% rispetto ad agosto

L’ennesima mossa di Super Mario per incoraggiare gli istituti di credito a concedere prestiti alle imprese e alle famiglie invece di tenerli congelati nei conti della Bce non sta dando i suoi frutti. Il 12 novembre Banca d’Italia ha fatto sapere che a settembre i prestiti per le società non finanziarie sono diminuiti dell’1% rispetto ad agosto. Mentre i tassi di crescita dei prestiti alle famiglie sono rimasti al 2,4%. Il rischio però è che quando le banche italiane avranno esaurito lo spazio a disposizione e raggiunto la quota di sei volte la riserva minima richiesta nei conti della Bce, si inceppi il giochino e si ritrovino nella stessa situazione delle banche tedesche e del centro Nord Europa. Ovvero pagare per gli interessi negativi senza poter usare il piccolo palliativo garantito nell’ultimo mese dalla Bce.

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a metà ottobre in una conferenza stampa a Washington ha segnalato i problemi nel lungo periodo che potrebbe creare l’uso prolungato di uno strumento non convenzionale come quello dei tassi negativi. Soprattutto se gli istituti di credito decidessero di rivalersi sui correntisti. «Le banche creditrici nette soffrono questa politica, ma è necessario per la salvaguardia dell’eurozona», spiega Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all’Università del Sannio. «C’era da fare una scelta tra creditori e debitori. E la Bce ha fatto una scelta moderatamente favorevole ai debitori. Se avesse scelto la strada d’imporre tassi positivi noi avremmo già cominciato a registrare fibrillazioni sui mercati finanziari. Perché le posizioni dei debitori sono ancora posizioni fragili nella eurozona».

Il problema è sempre quello: la politica monetaria può arrivare fino a un certo punto.Il resto lo devono fare i governi nazionali con le loro politiche fiscali per contrastare l’arrivo di una possibile recessione. «La politica monetaria deve essere agevolata anche da una politica di bilancio efficace, soprattutto nei Paesi dove questo è possibile. C’è un ampio spazio fiscale», ha ricordato Visco a Washington. La politica dei tassi negativi voluta da Draghi che Lagarde continuerà nel breve periodo è servita a evitare il crollo dell’eurozona, per ora. Ma non basteranno i palliativi che danno respiro ad alcune banche italiane a cambiare la situazione.