Innovazione vs lavoroSe l’intelligenza artificiale distruggerà il lavoro, sarà solo colpa delle grandi industrie

Da sfatare c’è una narrativa che la vede come una delle cause della perdita di posti di lavoro. Sia a monte che a valle, ha bisogno dell’intervento umano per funzionare. A mettere in pericolo i lavoratori sono i big del settore

Photo by Amanda Dalbjörn on Unsplash

A proposito di «rivoluzione economica digitale», il trend mondiale dell’industria tecnologica è quello di cercare di automatizzare le attività e rimuovere gli esseri umani – troppo lenti, costosi e sindacalizzati – dalla filiera produttiva-distributiva. E se da un lato deve intervenire la politica per bilanciare questo trend, dall’altro lato ci pensa la stortura dell’attuale sistema a scombinare le carte in tavola, visto che quando bisogna risolvere gli errori dei software, servono (ancora) le persone in carne e ossa.

Succede con le app. Un caso su tutti è Expensify, la app che permette di registrare spese e rimborsi in modo automatico scattando una semplice foto agli scontrini. Ma se il software che analizza le ricevute va in «botta», serve inevitabilmente un essere umano per tale revisione. Con relative problematiche di privacy perché c’è comunque di mezzo il marketing e migliaia di lavoratori, anche di terze parti. Ed è quello che succede anche con i social per il controllo dei contenuti discutibili. Agli algoritmi che li controllano si sommano infatti sia per Facebook, YouTube e Twitter migliaia di moderatori-sorveglianti umani. E Babel – «colosso» delle traduzioni professionali – ha 50.000 revisori tra uomini e donne per controllare e modificare le traduzioni prodotte dal sistema di intelligenza artificiale per i propri clienti. 50.000 revisori in grado di leggere contenuti potenzialmente confidenziali o strategici.

E il più delle volte questi lavoratori umani non stanno semplicemente colmando le lacune dei software, ma stanno anche aiutando a formare la componente di apprendimento automatico dei servizi di queste aziende fornendo nuovi esempi su come risolvere i problemi del sistema tecnologico. Invece altre volte gli esseri umani non vengono utilizzati per interagire con i sistemi di intelligenza artificiale, ma lavorano a monte, classificando dati necessari per immagini, testi e audio.

Questa commistione tra uomini e intelligenza artificiale genera sostanzialmente una problematica di privacy, anche perché non sempre l’utente-cliente è consapevole che qualche estraneo stia trafficando con i suoi dati, magari anche molto sensibili, come quelli relativi alla salute

Zooniverse è un portale web di «citizen science» che permette agli utenti di partecipare a ricerche scientifiche, dalla classificazione di galassie alla raccolta di dati climatici, fino alla lettura di papiri antichi; e serve per aiutare gli accademici ad analizzare grandi serie di dati troppo complesse per i computer. Poi c’è MTurk (Mechanical Turk), il marketplace di crowdsourcing di Amazon che consente a individui e aziende (noti come «Requesters») di coordinare l’uso dell’intelligenza umana per eseguire attività che i computer non sono attualmente in grado di svolgere.

Questa commistione tra uomini e intelligenza artificiale genera sostanzialmente una problematica di privacy, anche perché non sempre l’utente-cliente è consapevole che qualche estraneo stia trafficando con i suoi dati, magari anche molto sensibili, come quelli relativi alla salute. È per esempio il caso del sistema di intelligenza artificiale IBM Watson Health (nello specifico l’IBM Watson for Oncology), che per il suo sviluppo – in alcuni casi per validare i risultati – si affida a medici iper-qualificati, come ad esempio quelli del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Inoltre c’è l’aspetto che ci riporta alla «rivoluzione economica digitale» e al relativo trend mondiale dell’industria tecnologica che vuole sempre più automatizzazione e meno risorse umane.

Per adesso, a dire il vero, è più che altro un trend percepito e sopravvalutato, ma che serve alle grandi industrie del settore a togliere sempre più potere contrattuale alle risorse umane, facendo credere loro che non servono più o quasi. Invece, almeno fino ad oggi, l’intelligenza artificiale è in diversi campi ancora sostanzialmente poco efficace senza il contributo umano. Cosa significa tutto ciò? Che nonostante le previsioni apocalittiche, l’intelligenza artificiale non distrugge posti di lavoro. Però lo farà, per colpa (voluta) della stessa industria dell’intelligenza artificiale, perché già ora gran parte di questo lavoro affidato all’uomo è monotono, mal pagato e volutamente isolato. Eccolo allora un buon lavoro per il futuro: il sindacalista degli uomini contro l’industria dell’intelligenza artificiale!

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Linkiesta Paper Estate 2020