Guida semplificata per chi non ha capito il problema del titolo razzista sul Corriere dello Sport

La prima pagina del giornale di Zazzaroni si commenta difficilmente. E cercare ancora di giustificare il triste gioco di parole con elogi ai giocatori direttamente interessati, non renderà la questione meno amara. In ogni caso, eccovi un prontuario anti-discriminazioni

Prima regola.

L’informazione sul colore della pelle di una persona (o sul suo orientamento religioso, o sessuale, o sulla sua condizione economica, o di salute, ecc…) andrebbe utilizzata esclusivamente in contesti dove serve ad aggiungere qualcosa di fondamentale/utile per l’interlocutore. In caso contrario, andrebbe evitata, soprattutto sui mezzi di informazione, per non prestare il fianco a strumentalizzazioni e speculazioni. Esempio. Se si assiste ad una rapina in un negozio e la si racconta alla Polizia, si dirà “ho visto tre persone incappucciate: due bianche e una nera che parlavano una lingua straniera”. L’informazione sul colore della pelle e sulla lingua parlata è fondamentale perché grazie ad essa la Polizia potrà ricostruire meglio l’accaduto e procedere più facilmente all’eventuale identificazione dei colpevoli. Nessuno, in questo caso, potrà dirvi nulla.

Se invece si è un giornalista e si deve raccontare l’accaduto, basterà dire “tre persone hanno rapinato una gioielleria in Centro”. È un’informazione più che sufficiente per raccontare il fatto di cronaca che è la rapina, non il rapinatore. A meno che, appunto, non si voglia fare facili strumentalizzazioni. Le informazioni “tre immigrati” o “un nero e due immigrati” sono superflue. D’altro canto, avete mai letto “uomo bianco con accento veneto rapina una banca” in un titolo di giornale o al TG? Probabilmente no, e se lo avete fatto è stato anche in quel caso una strumentalizzazione, al contrario.

Evitare il superfluo, dunque.

La discriminazione, che è un concetto differente da quello del razzismo (il razzismo è una convinzione ideologica di differenza/superiorità o al contrario inferiorità di alcune persone rispetto ad altre), può anche essere indiretta o persino involontaria

Seconda regola.

Non è questione di vero o falso.
Dire ad un gay che è gay è razzismo? Direte voi: “Se è gay, no. Si è persino dichiarato!”. Vero? Non necessariamente. Se siete tra quelli che ragiona così, avete probabilmente bisogno di ripassare il concetto di “discriminazione”. Andiamo di vocabolario Treccani.
“Distinzione, diversificazione o differenziazione operata fra persone, cose, casi o situazioni”.
Discriminazione non significa “bugia” o “insulto”. Il fatto che si usi un’informazione vera (ad esempio, nel caso di Zazzaroni, il fatto che i due giocatori siano effettivamente neri), o che non la si usi come insulto (es. usando espressioni come “sporchi neri”, o “sei peggio dei neri”, o “sei un nero”, ammesso possa essere un insulto e non lo è), non rende più o meno discriminatoria la distinzione operata. Ciò che rende la frase di Zazzaroni discriminatoria è il fatto che abbia classificato due persone, ovvero le abbia individuate e descritte, per il colore della pelle. Del tutto gratuitamente, perché “black” non ha nulla a che fare con le abilità calcistiche.

Per tornare al nostro esempio: se nel descrivere una persona, in un contesto dove assolutamente non è rilevante il suo orientamento sessuale (quasi tutti, quindi), la descriviamo come “gay”, la stiamo classificando inutilmente. Esempio: “Maria ha tanti amici tra cui un ragazzo gay”. Embè? E a noi? (del fatto che sia gay). “Mia figlia va in classe con 20 compagne di cui 3 pugliesi, una cinese, una sordomuta e una povera che non ha i soldi nemmeno per comprarsi la colazione”. Classificazioni, appunto. Servono davvero? Farsi sempre questa domanda.

Terza e ultima regola.

La discriminazione, che è un concetto differente da quello del razzismo (il razzismo è una convinzione ideologica di differenza/superiorità o al contrario inferiorità di alcune persone rispetto ad altre), può anche essere indiretta o persino involontaria. Possiamo non renderci conto sul momento di aver discriminato una persona usando un’informazione inutile. Possiamo non avere la prontezza mentale di prevedere un possibile uso strumentale delle nostre parole o una reazione da parte di qualcuno che si è sentito direttamente o indirettamente discriminato. Quando succede, è buona regola uno. Scusarsi, due. Eventualmente giustificarsi/spiegare le proprie intenzioni. In quest’ordine. Scusarsi non vuol dire ammettere di essere razzista, nè di essere stronzo. Anzi, significa quasi sempre esattamente il contrario.

Articolo tratto dal blog di Antonio Corsa

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