Milioni di Kim KardashianDiciamocela tutta: non siamo noi che ci facciamo i selfie, sono i selfie che si fanno noi

Negli ultimi dieci anni l’umanità ha finalmente trovato uno scopo comune: l’autoscatto perfetto. Approvazione sociale, un numero illimitato di filtri e composizioni che si assomigliano tutte ci hanno reso un’armata di narcisisti kamikaze

Photo by Apostolos Vamvouras on Unsplash

Negli ultimi dieci anni l’umanità intera ha finalmente collaborato per uno scopo comune. Informatici e matematici, attori e cantanti, marketing manager e pubblicitari hanno unito le proprie competenze per portarci negli anni Venti dotati di una conquista epocale: il selfie perfetto.

Instagram sta all’era post-moderna come il Canone di Policleto sta a quella classica. Gli autoscatti postati sul social network compongono un mercatino di imitazioni, il cui modello originale resta però misterioso. È astratto, impalpabile, ma perentorio: è l’idea platonica di likabilità. Un sistema di proporzioni, forme, colori e espressioni che attirano per magnetismo il doppio tocco di pollice sullo smartphone. Kalos kai sistema iOs.

Niente ci procura più vergogna del nostro gusto personale. Per decretare la bellezza di un pensiero o di un oggetto aspettiamo l’autorizzazione della moltitudine. Il sospetto che il primo a prendersi la responsabilità dell’approvazione abbia un nome ma non un cognome, e cioè Algoritmo, è difficile da accantonare. Pagine come Insta Repeat accorpano in uno stesso post decine di immagini, pubblicate da utenti diversi ma dalla somiglianza inquietante. Finestre schizzate dalla pioggia, tende da campeggio, specchietti retrovisori, ponti, bovini esotici. La collettiva coazione a ripetere un identico sguardo anonimo, la quotidianità nell’era della sua riproducibilità tecnica.

Instagram sta all’era post-moderna come il Canone di Policleto sta a quella classica

Tuttavia è il corpo umano la stella incontrastata di Instagram, una stella la cui irresistibile luminosità può essere potenziata a piacimento. Con i filtri delle story tutti possiamo adeguare il nostro aspetto agli standard di copertina delle riviste patinate. FaceTune, lanciato nel 2013, modella per la vetrina dei nostri piccoli schermi la stragrande maggioranza dei volti famosi. E, visto che quando cadono gli dei fanno più rumore di noi, pagine da milioni di seguaci, come Celeb Face, sono dedicate a smascherare per la nostra gioia le contraffazioni estetiche dei vip. Il bue che dà del cornuto al bisonte. Siamo un esercito la cui missione non è sparare pallottole, ma attirarle su di sé, e quelle pallottole hanno la forma dei cuoricini. Un’armata di narcisisti kamikaze. Gli influencer ci mostrano che l’approvazione è monetizzabile, e allora trattiamo il nostro corpo come un top manager tratta la propria azienda: quali settori sono da migliorare, quali da promuovere date le buone prestazioni. Sopracciglia che fatturano like, perdita di commenti per le labbra.

Secondo il New Yorker sarà una delle più bizzarre eredità degli anni Dieci: «L’affermazione graduale, tra le donne belle per professione, di un solo volto, un volto cyborg». Un irrealistico mezzo busto di pixel. Una faccia giovane, naturalmente, con zigomi alti e sporgenti. Occhi da gatto e lunghe ciglia da cartone animato. Naso piccolo, bocca carnosa. Sguardo schivo e inespressivo, «come se la sua proprietaria avesse preso mezzo Klonopin e stesse per chiederti un passaggio in jet privato per Coachella. Il viso è nettamente bianco ma ambiguamente etnico (…) come se ogni americana del futuro dovesse essere una discendente diretta di Kim Kardashian West, Bella Hadid, Emily Ratajkowski e Kendall Jenner (che sembra la copia di Emily Ratajkowski)». E ogni italiana…di Belen Rodriguez. Il social è un’interminabile carrellata di «sexy cuccioli di tigre», dice la rivista americana, di peluche ammiccanti.

Perché quando si è tutti uguali è molto più facile amarsi a vicenda. One love, one face

Se per il Corriere «oltre il 40 per cento degli interventi estetici oggi viene effettuato su ragazze fra i 18 e i 29 anni che sono alla ricerca del selfie perfetto», a nostra disposizione abbiamo pure un chirurgo gratuito e tascabile, con un bisturi leggero quanto una piuma. Nessun rischio di complicanze e setticemie. Dice il New Yorker: «A ottobre, Instagram ha annunciato che avrebbe rimosso “tutti gli effetti associati alla chirurgia plastica” dal suo arsenale di filtri, ma la decisione sembra riferirsi soltanto agli effetti esplicitamente associati alla chirurgia plastica, come “Plastica” e “Fix Me”». Mentre i filtri proposti da Instagram Face sono ancora tutti lì, a promettere like e wow su wow tra i commenti.

Perché quando si è tutti uguali è molto più facile amarsi a vicenda. One love, one face. Se il mio viso è uguale al tuo, mettendo like a te lo sto mettendo a me stesso. Come non sentirsi a casa in un universo di specchi? L’Occidente è molto ospitale, su Instagram, là dove accoglie il mondo intero nella propria faccia. Naso caucasico, labbra africane, occhi asiatici, guance mediorientali, pelle europea dopo mesi alle Maldive. Il canone estetico del decennio è una globalizzazione a misura di schermo. La star televisiva della chirurgia plastica Jason Diamond ammette che il 30% dei suoi clienti gli mostra prima di tutto una foto di Kim Kardashian. Però, spiega il medico, «quando guardi Kim, Megan Fox, Lucy Liu, Halle Berry, troverai elementi in comune: zigomi alti, un mento sporgente che forma un angolo di novanta gradi». Un solo corpo, milioni di personalità. Siamo il più mastodontico caso di schizofrenia della Storia.

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