Le ong e la battaglia per i diritti umaniViaggio a Samos, un posto capace di far perdere la speranza anche ai bambini migranti

Dopo la Libia, la prigione d’Europa per chi fugge si trova in Grecia. Ma la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione a Giulia Cicoli, la co-fondatrice dell’associazione “Still I Rise” che aiuta i minori del campo profughi dell’isola

Louisa Gouliamaki / AFP

Sono stati due anni di battaglie per Giulia Cicoli, co-fondatrice insieme a Nicolò Govoni dell’associazione “Still I Rise”, che dal 2018 offre educazione informale e protezione ai minori imprigionati nell’inferno dell’hotspot di Samos, in Grecia. Il 24 dicembre scorso, però, è giunta la notizia che più attendeva: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha indicato il trasferimento immediato di cinque minori non accompagnati, tra i 15 e i 16 anni, tutti provenienti dall’Afghanistan, in strutture finalizzate ad ospitarli. Una decisione giunta a seguito dell’appello lanciato dalla sezione legale del “Greek Council for Refugees”, in collaborazione con ASGI, “Still I Rise” e “Medici Senza Frontiere”.

Il procedimento, che si appella all’articolo 39, interim measures, del Regolamento di procedura della Corte Europea, dispone il tempestivo trasferimento dei cinque minori nel rispetto dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che sancisce il divieto di tortura e di trattamenti degradanti. Si tratta di un precedente legale importante: è la prima volta che vengono garantite queste misure temporanee, finora adottate solo in caso di incarcerazione, per minori non accompagnati in un hotspot delle isole greche. Ma nel Centro di Ricezione e Identificazione di Samos, che può ospitare fino a 648 persone, vivono ancora 7.497 richiedenti asilo, di cui ben 400 minori non accompagnati. E bambini e adolescenti continuano ad essere esposti a situazioni di disagio, violenza e marginalità sociale.

Secondo Eurostat, nel 2018 in tutta Europa erano 19.700 i richiedenti asilo considerati minori stranieri non accompagnati (MSNA), con l’Italia al secondo posto dopo la Germania per numero di pratiche avviate da questa categoria di migranti. Il nostro Paese, che al 30 novembre 2019 ospitava 6.369 MSNA, è stato il primo in UE a dotarsi di una normativa che prevede misure di protezione specifiche: la legge Zampa del 2017 ha infatti introdotto il divieto assoluto di respingimento per i minori non accompagnati e ha predisposto per loro due particolari forme di tutela, cioè l’affido in famiglia e il tutore volontario. Eppure, il Parlamento ci ha messo tre anni ad approvare la proposta in via definitiva, e ad oggi mancano ancora alcuni decreti attuativi che ne permetterebbero la piena applicazione. A ciò si aggiungano criticità tra le altre cose legate, per gli addetti ai lavori, alla lentezza dei Tribunali, alla carenza di famiglie affidatarie, all’assenza di un sistema strutturato e alla distribuzione disomogenea dei minori sul territorio nazionale. Nonostante ciò, è innegabile che, con la legge del 2017, l’Italia abbia fatto un passo importante nella giusta direzione.

In Grecia, invece, la situazione dei minori non accompagnati è ancora drammatica. Non a caso, a fine agosto l’UNICEF ha lanciato un appello per i minorenni rinchiusi «nei pericolosi e sovraffollati centri di accoglienza e di identificazione delle isole greche e nelle strutture di detenzione in tutto il Paese», esortando l’Europa a dare il proprio contributo. «Sono a Samos da due anni e mezzo, e la situazione è costantemente peggiorata», racconta Giulia. Così, lo scorso inverno, con “Still I Rise” si affida a un avvocato greco per portare le testimonianze dei ragazzi sul tavolo della Procura locale. L’associazione avvia una causa penale contro Maria-Dimitra Nioutsikou, manager dell’hotspot, e contro il suo superiore all’interno del Ministero dell’Immigrazione greco per crimini contro l’umanità e violazione dei diritti dei bambini. La stessa denuncia viene depositata alla Procura di Roma. «Nel frattempo, abbiamo cercato altre opzioni», spiega. Sono gli avvocati di ASGI, l’italiana “Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione”, a metterli in contatto con l’ONG greca “Greek Council for Refugees”. «Abbiamo portato alcuni dei casi raccolti dinnanzi alla Corte Europea. Si tratta di minorenni senza famiglia, che non sono stati minimamente tutelati sotto alcun punto di vista. Non esiste un sistema di protezione, un diritto all’educazione o alla salute: c’è solo un medico in tutto il campo», chiarisce. «Idealmente, avremmo voluto fare lo stesso per tutti i minori presenti. Ma abbiamo dovuto scegliere cinque di loro per portare avanti questa causa».

Per la sentenza vera e propria della Corte si dovrà attendere ancora, forse anni, ma questa decisione accende i riflettori su una situazione rimasta ignorata troppo a lungo. «Molti dei minori non accompagnati nel campo», spiega Giulia, «vivono nella ‘giungla’», l’area nei dintorni della struttura che ospita accampamenti di fortuna, in assenza di elettricità e servizi. «Se non fosse stato per Medici Senza Frontiere, non avrebbero neppure l’acqua». Quattro dei cinque minorenni coinvolti nella procedura alloggiavano invece al livello 2 dell’hotspot, adibito ad ospitare i minori non accompagnati. Il provvedimento della Corte, però, ha riconosciuto anche questa soluzione come non idonea: «Parliamo di container senza acqua corrente, sovraffollati, dove i ragazzi sono costretti a dormire a turno o in coppia in un letto, quando sono fortunati». In tutta la sezione, solo un bagno dispone di acqua calda, il cibo scarseggia, non vengono forniti articoli per l’igiene personale e l’abbigliamento a disposizione è insufficiente per l’inverno. I ragazzi hanno inoltre segnalato la presenza di topi, serpenti e insetti. In due casi, l’anno di nascita dei minori è stato riportato erroneamente, e per uno di loro ciò ha comportato inizialmente la catalogazione come adulto. Altro punto debole, la sicurezza: gli adulti hanno facile accesso all’area. E a ottobre, scontri tra profughi sono degenerati in un incendio: in quell’occasione, la polizia non è intervenuta per proteggere i minori, che si sono ritrovati imprigionati nel secondo livello a causa di una porta chiusa a chiave. I ragazzi sono fuggiti sgattaiolando attraverso i passaggi di fortuna nel recinto circostante o scavalcando il cancello. Si sono salvati, ma per loro sarebbe potuta finire diversamente.

Samos, un tempo oasi turistica dove tutti si conoscevano e lasciavano aperte le porte delle proprie case, assomiglia oggi, agli occhi di Giulia, a «un crudele esperimento sociale progettato per testare i limiti dell’umanità». La crisi alimenta sacche di marginalità sociale ed episodi di criminalità. Sulle cinque isolette greche, “sacrificate” dall’Europa per relegare l’emergenza ai suoi confini, sono bloccati 2000 minori non accompagnati. In tutta la Grecia, sono 5000. La speranza è che l’UE si mobiliti: «Il Governo greco non ha la capacità o la volontà di gestire tutto ciò. Ma se ogni Paese si facesse carico di 200 minori, la crisi si potrebbe risolvere».

Eppure, a vedere i precedenti, non è semplice restare ottimisti. Giulia è giunta a Samos, per la prima volta, nel 2015, nel pieno della crisi migratoria, ancora fiduciosa che l’Europa sarebbe intervenuta per fermare le morti in mare e dare dignità ai disperati in arrivo. Col passare dei mesi, però, quella crisi è divenuta emergenza permanente. Così, nel 2017, quella che all’inizio doveva essere un’esperienza di due mesi, si è tradotta per lei in una scelta di vita. Con Nicolò Govoni, ha fondato “Still I Rise”, per garantire educazione e istruzione ai ragazzi dai 12 ai 17 anni. Oggi, grazie a loro, 130 minori possono studiare, ma oltre 200 sono in lista d’attesa. Perciò, anche dopo l’incoraggiante decisione della CEDU, la battaglia proseguirà «per dare dignità a persone che scappano da veri e propri orrori». In primis, i bambini, che, sottolinea Giulia, «sono bambini ovunque, indipendentemente dai loro passaporti. Questi, poi, si trovano in Europa: devono poter essere trattati come bambini europei, perché un giorno divengano cittadini in grado di portare valore ai nostri Paesi».

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