Capire l’avversario

La meravigliosa storia del camerata umanitario sulla Sea Watch ci ricorda qual è l’essenza della democrazia

Un ex consigliere comunale di Fratelli d’Italia lascia il partito per salvare vite con Carola Rackete, dimostrando che anche ai tempi della politica dell’odio le cose sono sempre più complicate di come appaiono 

Foto da Twitter

Chissà cosa sarà passato per la testa di Massimiliano Rugo tra maggio e giugno dell’anno scorso, quando era ancora un dirigente locale di Fratelli d’Italia, nonché candidato sindaco a Bibbona (potenza evocativa della toponomastica), provincia di Livorno, nell’ascoltare le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla Sea Watch. Fabio Celenza ne fece anche un video per Propaganda Live, musicando le parole di un’unica interminabile frase: «O l’Olanda sta avviando un atto ostile nei miei confronti perché mette una nave battente bandiera olandese a fare il trasbordo di immigrati clandestini a casa mia, oppure l’Olanda mi dice che non riconosce la Sea Watch, il che significa che la Sea Watch è una nave pirata, e quindi queste persone si fanno sbarcare, l’equipaggio si arresta e la nave si affonda».

Mi piace pensare sia quello il preciso momento in cui Massimiliano Rugo, dentro di sé, ha maturato la sua decisione (mi piacerebbe anche poter scrivere: «il camerata Rugo», ma forse sto eccedendo con la fantasia, e nel caso me ne scuso). Decisione di sicuro non scontata: lasciare Fratelli d’Italia e chiedere alla Sea Watch di partecipare da volontario alle missioni di salvataggio. Perché, come ha detto ieri al Corriere della Sera l’aspirante volontario, «salvare uomini, donne e bambini non significa essere né di destra né di sinistra». Ed è la prima volta che mi capita di leggere su un giornale una frase che finisce con le parole «non è di destra né di sinistra» e non sia una scemenza. Anzi, si può dire che la sua affermazione sia esattamente l’opposto di quelle, solo apparentemente simili, cui siamo abituati. È infatti con la delegittimazione della politica, dei suoi criteri e delle sue categorie, in nome di un malinteso superamento delle ideologie, che siamo sprofondati nel grottesco bipolarismo etico di oggi: i buoni contro i cattivi, gli onesti contro i corrotti, gli umani contro i disumani.

Non è un problema solo italiano, anche se in questo campo possiamo vantare un non invidiabile primato. È il problema centrale del dibattito pubblico, del mondo dell’informazione e della cultura, in tutti i paesi investiti dal fenomeno populista. Negli Stati Uniti, all’indomani dell’elezione di Donald Trump, in molti si sono chiesti se una certa idea di imparzialità dei mezzi di informazione non abbia finito per spianare il terreno alla disinformazione (e non solo quella autoprodotta). Ma pure l’eccesso opposto ha i suoi inconvenienti. Anche su questo noi italiani, considerati gli esiti della ventennale disfida tra berlusconiani e antiberlusconiani, dovremmo saperne qualcosa, specialmente a sinistra, dove il dibattito interno ha ruotato per anni proprio intorno a questo tema: se e quanto fosse utile, o invece controproducente, la «demonizzazione» dell’avversario.

Siccome non mi piace vincere facile, tralascerò il fatto che il principale argomento del fronte pro-demonizzazione era che il fenomeno berlusconiano fosse possibile solo in Italia, e che negli Stati Uniti, ad esempio, grazie alle loro ferree regole sui conflitti d’interesse, mai sarebbe potuto accadere niente di simile. Ma è difficile non ripensare a quelle discussioni leggendo la stroncatura che Sebastian Mallaby, sull’ultimo numero dell’Atlantic, dedica al libro di Paul Krugman («Arguing with zombies: economics, politics, and the fight for a better future»), cui rimprovera anzitutto il fatto che «demonizing adversaries» è il genere di cose che fa Trump. Il punto centrale della critica è che per Krugman, sin dall’ascesa del Tea Party – dunque già da molto prima dell’arrivo del palazzinaro in chief – mantenere un atteggiamento equidistante, o perlomeno aperto alle ragioni degli altri, sembra essere diventato non solo impossibile, ma persino moralmente discutibile. Nelle parole del celebre economista: «Se stai avendo una vera discussione in buona fede, mettere in dubbio le motivazioni dell’altro è una cosa sbagliata. Se stai discutendo con avversari in malafede, denunciare le loro reali motivazioni significa semplicemente essere onesti su ciò che sta succedendo».

È un problema meno banale di quanto possa apparire, specialmente se pensiamo a certi dibattiti sulla medicina o sulla scienza, o anche a certe dichiarazioni politiche basate su dati economici completamente falsi. E tuttavia ha ragione Mallaby quando invita a non mettere tutti gli avversari – in questo caso, i repubblicani – nello stesso mazzo. Perché «la maggior parte delle persone non può essere catalogata come puramente buona o puramente cattiva», e «le loro motivazioni sono spesso eterogenee, confuse e mutevoli». Come sembrano esserlo quelle dell’ex consigliere comunale di Fratelli d’Italia e aspirante volontario sulla Sea Watch, che al Corriere dichiara al tempo stesso di voler rifondare il Msi di Giorgio Almirante e di sognare una destra sociale che segua «alla lettera» i principi della Costituzione.

Ma che importanza hanno le sue motivazioni? Forse non ha importanza nemmeno se alla fine farà davvero quello che ha detto di voler fare. Perché quello che conta davvero è che lo abbiamo creduto possibile. Quello che conta è che continuiamo nonostante tutto a crederlo possibile, e a ricordarci che anche l’avversario politico più radicale resta sempre un essere umano, cioè una persona unica e irripetibile, con tutto quel gran casino di convinzioni e contraddizioni che ciascuno di noi si porta nella testa. Faticosa ma indispensabile condizione per qualsiasi dialogo, e per qualunque forma di democrazia.

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