Il festival della canzone populistaDa Nilla Pizzi a Junior Cally, ecco perché Sanremo non è Sanremo se non è politico

Prima gli attacchi su Rula Jebreal, poi Rita Pavone nazionalista e Amadeus maschilista, adesso il rapper anti Salvini, anti Renzi e anti donne: sul concorso canoro non si esauriscono mai le discussioni, ma è dagli anni 50 che incarna lo spirito del tempo. E non è un caso che sia andato peggiorando

Foto da Facebook

Da una parte la polemica sulla ospitata di Rula Jebreal: «Che c’entra con Sanremo?». Dall’altra quella su Rita Pavone accusata di sovranismo: «Ma piacevo anche a Togliatti», fa sapere. «Perché a Sanremo vanno solo quelli di sinistra?», tuona Iva Zanicchi: che dopo aver raggiunto a trent’anni due vertici della sua carriera con l’ecologista L’arca di Noè e con la pacifista La riva bianca, la riva nera tra 2008 e 2014 era stata eurodeputata di Forza Italia e Popolo della Libertà, ma nel 2017 alle Primarie del Pd aveva pubblicamente espresso il proprio appoggio a Andrea Orlando. Poi Amadeus accusato di bieco maschilismo. E adesso anche il rapper Junior Cally, che prende di petto sia Matteo Salvini sia Matteo Renzi, e si trova a sua volta preso in contropiede con accuse addiritura di femminicida. «Spero si capisca che odio il razzista/ che pensa al paese ma è meglio il mojito/ e pure il liberista di centro sinistra/ che perde partite e rifonda il partito», è l’incipit da lui anticipato della canzone No grazie. Ma Marcello Foa, Salvini, Cinque Stelle e anche le donne del Pd hanno protestato per una sua canzone e video del 2017 che si intitolano Strega e in cui si racconta in prima persona uno stupro seguito da omicidio. A questo punto viene il dubbio che non sia ancora finita.

Niente di nuovo sotto il sole, però. Da quando in qua Sanremo ha a che fare con la politica? Da sempre. Addirittura da prima di essere inventato, sosteneva uno storico del Festival come Leoncarlo Settimelli. Giornalista e musicista lui stesso scomparso nel 2011, animatore del gruppo di musica folk e politica Canzoniere Internazionale, protagonista nel 1974 di una famosa polemica sull’Unità appunto per difendere la scelta da molti criticata come “consumista” di far partecipare lo stesso Canzoniere Internazionale al Girone Folk dell’ultima edizione di Canzonissima, Settimelli nel 1991 aveva scritto per le edizioni Gremese un Tuttosanremo che fu la più approfondita storia del Festival uscita nell’era pre-Internet e pre-Wikipedia. La sua analisi era che «dopo il 1945, l’Italia era stata inondata da musica straniera, americana, francese, brasiliana. Ritmi esotici e, spesso, anche testi scollacciati. Sanremo, allora, fu inventata dalla Rai come strumento nazional-popolare per rilanciare la canzone italiana tradizionale. Il Radiocorriere lo aveva scritto espressamente: la musica italiana stava perdendo il contatto con le sue radici, la canzone napoletana e la romanza. L’Italia scudocrociata che aveva vinto il 18 aprile 1948 decise che con l’Anno santo era venuto il momento della riscossa contro le rumbe e i boogie-woogie».

Insomma, Sanremo nasce se non proprio a destra, comunque con un accento anticomunista, oltre che sovranista ante litteram. Massimo esempio di questa epoca, il 30 gennaio 1952 Nilla Pizzi vince con Vola colomba che allude in modo esplicito alla rivendicazione di Trieste. «Dio del Ciel se fossi una colomba/ Vorrei volar laggiù dov’è il mio amor,/ che inginocchiato a San Giusto/ prega con l’animo mesto:/ Fa’ che il mio amore torni/ Ma torni presto». Trieste non è espressamente menzionata, ma basta San Giusto a capire che si tratta della città per cui l’Italia ha fatto la Grande Guerra, e che in questo momento è separata nella Zona A del Territorio Libero. «Fummo felici uniti e ci han divisi». A Trieste gli irredentisti si agitano, i loro avversari pure, e l’8 marzo una bomba uccide alcuni partecipanti a un corteo tricolore. Il 31 gennaio del 1953 a Sanremo c’è una particolare concentrazione di canti patriottici. Secondo è Campanaro di Nilla Pizzi e del triestino Teddy Reno, proprio il pigmalione e marito di Rita Pavone: ultima strofa dedicata ai caduti della Grande Guerra. Tra gli autori è peraltro Bixio Cherubini: discendente di garibaldini, volontario nella Prima Guerra Mondiale, però anche partigiano. Irredentismo, insomma. Ma non nostalgico.

Filo-fascista potrebbe semmai suonare Vecchio Scarpone di Latilla e Consolini, evocante atmosfere della Seconda Guerra Mondiale appena conclusa. «Vecchio scarpone,/ come un tempo lontano,/ in mezzo al fango, con la pioggia o col sol,/ forse sapresti, se volesse il destino,/ camminare ancor». Tra gli autori c’è un Calibi che è poi Mariano Rapetti: padre di un altro famoso paroliere di nome Giulio che è più noto con lo pseudonimo di Mogol, e nonno di un altro paroliere di nome Alfredo, che ha portato la dinastia alla terza generazione con lo pseudonimo di Cheope. Nel 1953, a un’epoca in cui agli interpreti era consentito partecipare con più di una canzone, gli stessi Latilla e Consolini arrivarono inoltre noni con un Tamburino del reggimento di sapore risorgimentale. Quasi a voler idealmente completare una chiamata a raccolta dei reduci di un secolo di guerre!

A proposito del rapporto tra Sanremo e politica, il voto del 7 giugno vedrà monarchici e Msi ottenere uno strepitoso successo anche sull’ondata del nazionalismo montante. A agosto il governo Pella manda le truppe al confine. A novembre duri scontri tra manifestanti e truppe anglo-americane provocano a Trieste sei morti. Ma il 30 gennaio del 1954 gli stessi Latilla e Consolini vincono con un Tutte le mamme dal tono distensivo. E in effetti l’accordo del 5 ottobre consentirà il pacifico ritorno di Trieste all’Italia. Di questo periodo va peraltro ricordato anche Papaveri e papere, con cui nel 1952 Nilla Pizzi era arrivata seconda. Oggi è presa come canzone per bambini, ma in realtà, secondo l’autore Mario Panzeri era «un riferimento alla prosopopea di certi personaggi politici». Anacronistica è però l’idea che la “paperina impaperata” dal figlio di un alto papavero fosse la povera Wilma Montesi dello scandalo in cui fu coinvolto Piero Piccioni. La storia di Capocotta è infatti dell’anno successivo.

Comunque l’Italia che ha recuperato Trieste ormai può costruire il suo Boom: nel 1958 Domenico Modugno vince Sanremo descrivendo appunto l’inebriante sensazione di Volare. Il successo economico porta evidentemente una liberazione dei costumi, e al secondo posto infatti Nilla Pizzi annuncia la rivoluzione sessuale della donna che si stringe al suo uomo come L’Edera, mentre al terzo posto assieme a Gino Latilla annuncia addirittura che si può Amare un’altra. Rivoluzione incerta, peraltro. Nel 1961 Adriano Celentano e Little Tony arrivano secondi annunciando la voglia di sommergere l’amata sotto 24.000 baci che in tempi di MeToo sarebbero quasi da denuncia per violenza sessuale. Non ho l’età (Per amarti) avverte nel 1964 la minorenne Gigliola Cinquetti a uno spasimante che evidentemente allunga troppo le mani. E vince. Ma già nel 1966 Caterina Caselli arriva seconda affermando: Nessuno mi può giudicare.

«Sei bello/ e ti tirano le pietre», avvertono Antoine e Gian Pieretti nel 1967. È un chiaro annuncio della contestazione incipiente che avrà un grande successo di vendite, ma arriva però in classifica solo ottavo. Sempre meglio di Ciao amore ciao: canzone sull’emigrazione, per protestare contro la cui eliminazione Luigi Tenco addirittura si suicida. Non pensare a me cantano i vincitori Claudio Villa e Iva Zanicchi: esorcismo dello stesso Tenco o del ’68 che arriva? «C’è una casa bianca che,/ che mai più io scorderò;/ mi rimane dentro il cuore/ con la mia gioventù», è il secondo posto di Ornella Vanoni e Marisa Sannia appunto nel 1968. Una malinconica Casa bianca che registra forse la perdita dell’innocenza di un’epoca. Ovvio che molto dipende dall’occhio con cui si guarda. La Zingara con cui Iva Zanicchi e Bobby Solo vincono nel 1969 allora poteva sembrare “di destra”: disimpegno ideologico da una chiromante. In tempi di ruspe anti-rom salviniane sembra addirittura un inno da ong. Ma forse il ’68 vince a Sanremo nel 1970. Dopo l’Autunno Caldo, primi arrivano infatti Adriano Celentano e consorte con un Chi non lavora non fa l’amore su un malcapitato operaio stretto tra i pugni che gli danno i compagni se fa il crumiro e lo sciopero del sesso che gli fa la moglie se non porta soldi a casa, mentre terza è la proto-ecologista Arca di Noè di Sergio Endrigo e Iva Zanicchi.

Anche il Sanremo del 1971 oggi sarebbe definito “anti-sovranista”: tra il secondo posto dell’emigrante di Che sarà di Josè Feliciano e il terzo della ragazza resa madre da un soldato di nazionalità ignota in 4 marzo 1943 di Lucio Dalla. Le due canzoni più vendute, oltre la vincitrice Il cuore è uno zingaro di Nicola Di Bari (che oggi suonerebbe antisalviniana a sua volta). E c’è un bello schieramento pure nel 1972, tra la misticheggiante-apocalittica Jesahel dei Delirium del 21enne Ivano Fossati, l’ecologista Montagne verdi della ventenne Marcella e il clochard cantato da Lucio Dalla in Piazza Grande. Tre hit discografiche però arrivate solo sesta, settima e ottava in classifica: a conferma di un crescente scollamento tra gusti del pubblico e giurie.

Non a caso, negli anni ’70 il Festival arriva a un passo dell’estinzione, come succede a Canzonissima. Salvato su pressione del Comune di Sanremo, secondo Settimelli negli anni ’80 la Rai sarebbe tornata a farne un grosso spettacolo «anche perché nel frattempo erano comparse le reti private, e c’era il timore che Berlusconi si impadronisse del Festival». In effetti in qualche modo Sanremo torma a essere uno specchio dei tempi: basta solo scorrere certi titoli e confrontarli con gli eventi storici. Nel 1983, ad esempio, l’inizio dell’era craxiana dopo il successo del mondiale viene celebrato dall’Italiano di Toto Cotugno. Nel 1987 l’inizio della sbronza di partecipazionismo referendario è annunciato dalla vittoria di Si può dare di più, del trio Morandi-Ruggeri-Tozzi. Nel 1991, mentre dilaga la Lega, la canzone più venduta è l’italo-sarda Spunta la luna dal monte di Bertoli-Tazenda. Nel 1992 ancora Pierangelo Bertoli arriva quarto con una Italia d’oro che allude a Tangentopoli. E nel 1994 il ricordo degli attentati del ’92 porta al secondo posto il Minchia, signor tenente di Giorgio Faletti.

Un tormentone che dura un decennio è quello del conflitto della ex-Jugoslavia. Dei Pitzinnos in sa gherra, “bambini nella guerra”, cantano i Tazenda nel 1992, si testo di Fabrizio De Andrè. Non è un film ricorda Gerardina Trovato nel 1994. Una Primavera a Sarajevo può infine celebrare Enrico Ruggeri nel 2002: che tanto ormai il teatro di guerra si è spostato dai Balcani in Asia. Va ricordato che lungi dal celebrare la sinistra che arriva al governo Sanremo sembra valutarla con un certo scetticismo. L’Italia? Prima o Seconda Repubblica, Berlusconi o Prodi, resteremo comunque La terra dei cachi, avverte il secondo posto di Elio e le storie tese nel 1996. «Parcheggi abusivi/ Applausi abusivi/ Villette abusive/ Abusi sessuali abusivi/ Tanta voglia di ricominciare, abusiva/ Appalti truccati/ Trapianti truccati/ Motorini truccati che scippano donne truccate/ Il visagista delle dive adesso è un altro/ Papaveri e papi/ La donna cannolo/ Una lacrima sul visto/ Italia sì/ Italia no/ Italia sì, Italia no, Italia bum, la strage impunita/ Puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita». Cambiano i governi, ma sono tutti Fiumi di parole, annotano i Jalisse con la vittoria del 1997. «Che bravo che sei/ Ma questo linguaggio da talk show/ Cosa centra con noi?».

In realtà, poi, non è del tutto vero che non cambia niente. Il cieco Andrea Bocelli che nel 1995 arrivò quarto e viene proiettato a una carriera da pop star internazionale grazie a Con te partirò, l’altra cieca Annalisa Minetti che nel 1998 vince con Senza te o con te testimoniano una sempre maggiore sensibilità verso i disabili: anche se già nel 1971 c’era stato il citato secondo posto di Feliciano. E piano piano il Festival diventa addirittura gay friendly. Non esplicitato ma intuibile quali possano essere Gli amori diversi con cui Rossana Casale e Grazia Di Michele nel 1993 arrivano terze, è invece un vero e proprio outing Sulla porta di Federico Salvatore nel 1996, anche se la censura impone di cambiare l’originale «sono un diverso, un omosessuale» in «sono un diverso e questo ti fa male». Ma restava la requisitoria contro una madre incapace di accettare. Arrivò solo tredicesima, e per un po’ il tema tornò tabù. Ma nel 2008 si rifece alla carica Anna Tatangelo con Il mio amico: «Il mio amico cerca un nuovo fidanzato/ Perché l’altro già da un pezzo l’ha tradito/ Dorme spesso accanto a me dentro al mio letto/ E si lascia accarezzare come un gatto». E arrivò seconda. Come a chiamare un dibattito, l’anno dopo Povia rispose con Luca era gay: «Luca era gay e adesso sta con lei/ Luca parla con il cuore in mano/ Luca dice sono un altro uomo». La battaglia si scatenò perfino sul palco, con Bonolis che si disse a favore della libertà di espressione del cantante anche magari non condividendone i contenuti e Benigni che rispose con un pistolotto sugli “omossessuali che non sono fuori dal piano di Dio”. Comunque, arrivò terzo. E pure terzo, più il Premio della Critica, fu nel 2013 Il postino (amami uomo) di Renzo Rubino «Amami uomo con le mani da uomo/ e toccami fiero/ con un soffio leggero/ Bello di mamma».

Dopo Povia, l’idea di un Sanremo che va a destra sembra accreditata nel 2010 dal secondo posto di Emanuele Filiberto di Savoia, che assieme a Pupo e Luca Canonici canta un Italia amore mio che sembra quasi annunciare il rap di Giorgia Meloni. «Io credo nella mia cultura/ e nella mia religione/ per questo io non ho paura/ di esprimere la mia opinione./ Io sento battere più forte/ il cuore di un’Italia sola/ che oggi più serenamente/ si specchia in tutta la sua storia». Ma poi nel 2011 Roberto Vecchioni vince con un Chiamami ancora amore che annuncia la fine del Cav: «e per tutti i ragazzi e le ragazze/ che difendono un libro, un libro vero/ così belli a gridare nelle piazze/ perché stanno uccidendo il pensiero».

In realtà la crisi dei libri più che Berlusconi la stava provocando la rivoluzione tecnologica. Ci riflette nel 2017 Francesco Gabbani con la vincitrice Occidentali’s Karma: una canzone allegra che però – se non altro per mole di citazioni – è non solo la più intellettuale di tutta la storia del Festival, ma forse la più intellettuale di tutta la storia della musica leggera italiana. Se non altro per una mole di citazioni che va da Shakespeare al Desmond Morris richiamato nel titolo, e passando per Hume, Kant, Fromm, Eraclito, Andy Warhol, Buddha, Marilyn Monroe, Marx, ma con un tocco finale di ottimismo. «Comunque vada panta rei/ Quando la vita si distrae cadono gli uomini./ Occidentali’s Karma/ Occidentali’s Karma/ La scimmia si rialza./ Namasté. Alé».

È un ottimismo della volontà che sembra improntare un Sanremo ancora più politico come quello del 2018. Primi Ermal Meta e Fabrizio Moro, che alla minaccia terrorista gridano la sfida Non mi avete fatto niente: risposta che in modo più rozzo danno anche gli italiani che alle successive elezioni fanno secondo partito la Lega di Salvini. Secondo è lo Lo Stato Sociale, che di fronte alla crisi dello stesso reclama Una vita in vacanza: che sembra esattamente la prospettiva in nome della quale diventano primo partito i Cinque Stelle, con il loro reddito di cittadinanza.

I risultati, ahimè, non sembrano essere stati troppo all’altezza delle aspettative. «Pensavi solo ai soldi soldi/ Come se avessi avuto soldi, soldi” sembra rimproverare l’italo-egiziano Mahmood agli elettori nell’edizione del 2018. E vince pure. «Ti sembrava amore ma era altro/ Beve champagne sotto Ramadan/ Alla TV danno Jackie Chan/ Fuma narghilè mi chiede come va». Non c’è “e balla l’Inno di Mameli al Papeete” in realtà: ma come verso ci si adatterebbe benissimo.

Vedremo come andrà ora nel 2020. Anche se Achille Lauro già anticipa un Me ne frego

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