Mamma schiavonaCos’è la "juta" dei femminielli napoletani, la marcia che mescola devozione e transgenderismo

Secondo un’antica tradizione, ogni 2 febbraio gli uomini “che vivono e sentono come donne” vanno in pellegrinaggio al santuario della Madonna di Montevergine: un’abitudine fatta propria dalle moderne associazioni Lgbti

Ciro Cascina, in una immagine scattata durante una Juta

Quella alla Madonna di Montevergine è una delle devozioni più sentite in Campania. E anche quest’anno, il 2 febbraio, giorno della Candelora e della prima delle quattro grandi festività mariane – secondo una classificazione che risale al VII secolo ai tempi di Sergio I – si è aperto il pellegrinaggio tradizionale al santuario sul Partenio.

In tale occasione cade anche la cosiddetta juta (andata, ndr) dei femminielli: realtà collettiva propria del milieu partenopeo e delle zone limitrofe, essi possono definirsi quali uomini “che vivono e sentono come donne”. Realtà, questa, quanto mai antica e in via d’estinzione (ne viene solitamente ricordata come esponente di spicco la 84enne Tarantina), che, secondo categorie attuali, può essere accostata all’universo del transgenderismo.

Ma perché i femminielli superstiti e, con loro, le persone Lgbti si recano ogni 2 febbraio a venerare l’icona medievale della Vergine in trono, chiamata popolarmente Mamma Schiavona per la carnagione olivastra del viso e delle mano con cui è effigiata?

La motivazione è da ricercarsi in una narrazione orale – in realtà molto tardiva perché risalente al secolo scorso – secondo la quale nel 1256 la Madonna di Montevergine avrebbe miracolosamente liberato due amanti omosessuali, legati a un albero tra lastre di ghiaccio. Il giorno dell’intervento prodigioso sarebbe stato appunto il 2 febbraio.

Al di là della veridicità o meno dell’accaduto, che conserva però la bellezza ingenua dei fioretti agiografici, le antiche cronache sono concordi nell’attestare la juta a Montevergine in relazione a quel fenomeno che oggi sarebbe qualificato come crossdressing. L’atto, ossia, di indossare abiti che sono comunemente associati al ruolo di genere opposto al proprio.

L’abate Gian Giacomo Giordano, ad esempio, nelle sue Croniche di Montevergine (1642) narra dell’incendio avvenuto, nel 1611, dell’ospizio annesso al santuario e riservato all’accoglienza dei pellegrini. «Alla notte nella quale successe l’incendio – così scrive l’autore che, divenuto in seguito vescovo di Lacedonia, considera quanto avvenuto come un castigo divino – mentre al miglior modo possibile si seppellivano quei tanti cadaveri, nel lavarli le vesti di prezzo che portavano, per restituirli alli loro parenti, furono ritrovati alcuni corpi di huomini morti vestiti da donne, e alcune donne morte vestite da huomini».

Un riferimento più antico al fenomeno verginiano del crossdressing si può forse ravvisare anche nella Vita Sancti Vitaliani, falso agiografico del XII secolo, in cui si narra che Vitaliano, vescovo di Capua, avrebbe eretto proprio sul monte Partenio un oratorio in onore della Madonna, presso il quale sarebbe morto nell’ultimo anno del VII secolo.

Priva invece di fondamento documentale e archeologico, benché affascinante, la prosecuzione del culto della dea Cibele sul Partenio in quello della Madonna di Montevergine.

A restare intatto è l’attaccamento dei femminielli e delle persone Lgbti campane a Mamma Schiavona. Anche quest’anno si sono confuse agli altri pellegrini e hanno caratterizzato la giornata di Candelora coi loro abbigliamenti, i loro atti di pietà popolare e gli struggenti canti in napoletano.

Tra i presenti anche l’attore Ciro Cascina, presidente dell’Afan (Associazione femminelle antiche napoletane), e un’ampia delegazione di Atn (Associazione transessuale Napoli) con la presidente Loredana Rossi. Non poteva poi mancare l’attore e cantante folk Marcello Colasurdo che ha guidato con la sua voce inconfondibile l’ingresso in santuario.

Assente, invece, quest’anno Vladimir Luxuria, habitué della juta del 2 febbraio, che si è però recata nei giorni scorso al santuario, donando alla Madonna di Montevergine un monile, quasi a compensare, così, il furto degli antichi ori votivi avvenuto il 16 dicembre scorso.

Dopo l’omaggio all’icona mariana tutti indistintamente si sono riversati sul sagrato antistante al santuario, per partecipare alle danze tradizionali al suono di tammorre e castagnette infiocchettate secondo una ritualità collettiva catartica e liberatoria.