Guilty PleasureNel trash dipinto di share, Diodato ha vinto il Sanremo perfetto

Vince il cantante romano di adozione, segue Gabbani, terzi i Pinguini Tattici Nucleari. A parte una donna sul podio, al festival dei fiori non manca nulla: ascolti clamorosi, polemiche, spoiler del vincitore (di ben 50 minuti), la durata da “Storia infinita”, addirittura una squalifica

Boys Boys Boys. Podio tutto al maschile per la settantesima edizione del Festival di Sanremo che si chiude incoronando vincitore Diodato, l’ex fidanzato di Levante – anche lei in gara ma dispersa a metà classifica – con Fai Rumore, ballad sull’amore che è come quando non ti porti dietro l’ombrello e piove. Trionfo meritato, nonostante gli afflussi di latte alle rotule e il 39 per cento dei televotanti che Viceversa avrebbe voluto Francesco Gabbani sul gradino più alto del podio ma no, il carrarino conclude la gara elegantemente secondo mentre resta incontabile il numero di creature viventi in ovulazione ad ogni suo beffardo sorrisetto. Terzi i meme-strofici Pinguini Tattici Nucleari al grido di Ringo Starr: in un mondo di John e di Paul, oggi sono loro il Nutella Stage dell’indie italiano.

Vuolsi così colà dove si vota, come annunciato con ben 50 minuti di anticipo rispetto alla fine del Festivàl dal Tg di Sky, che rivela il vincitore con buona pace dell’embargo stampa, mentre sul palco dell’Ariston succede di tutto: Fiorello canta Fra Martino Campanaro in salsa autotune per poi ballare un lento con Amadeus, Christian De Sica Cugino di Campagna in promozione del nuovo film, un tenore brutalizza i Queen, Diletta Leotta rappa in siciliano Ciuri Ciuri come fosse in 8 Mile, performance che darà linfa vitale ai nostri incubi da qui all’eternità ma che almeno lascia in pace sua nonna e la (im)meritocrazia della bellezza. Di più, sempre in quei 50 ferali minuti conclusivi della kermesse, viene assegnato ogni Premio collaterale possibile, dal Mia Martini per l’asso pigliatutto Diodato al Bigazzi per Tosca e al Bardotti per Rancore. Rancore, non il rapper, manifesto anche da parte del pubblico del teatro Ariston che, sforate le due di notte, fischia animosamente Amadeus e Fiorello affinché concludano il cerimoniale oppure stabiliscano una cifra per il riscatto. Saltano così le assegnazioni del Trofeo Birra Morretti e Coppa del Nonno.

Gli highlights della gara vedono un Piero Pelù in odore di plagio, sarà quinto nella classifica finale con la sua Gigante, scippare la borsetta in mondovisione a una sciura della platea per poi giocherellarci sul palco come un saltimbanco al semaforo di Cascina Gobba. Menzione d’onore per i mutandoni contenitivi di Elettra Lamborghini, gloriosamente terzultima e dichiaratamente col ciclo, che emergono prepotenti mentre twerka dalle trasparenze della sua attillatissima tutina bluette. Tutto questo mentre Achille Lauro porta sul palco lo stesso brano così così ma stavolta è travestito da Elisabetta I Tudor e bacia sulla bocca il compare Boss Doms provocando sconcerto tra quelli che ben pensano e un botto di ricerche su Wikipedia. Picco di una performance iconica, un gesto d’avanguardia: così si sdilinquiscono i social, anche se la serata precedente aveva visto accadere il limone tra Fiorello e Ferro, senza suscitare nemmeno un plissé.

In compenso, è proprio Tiziano Ferro a ingranare la marcia riscattandosi dalle deludenti scorse serate: mentre durante le pause pubblicitarie lo spot del documentario Prime Video sulla sua carriera dà battaglia al trailer de L’Amica Geniale, il cantante di Latina inforca un glorioso medley delle sue hit più strappalacrime introdotto da un bel monologo (finalmente!) sull’avere – quasi – 40 anni e l’essere omosessuale dichiarato che lo proietta, in uno dei tanti futuri possibili, se non protagonista, almeno comprimario nel prossimo film di Ferzan Ozpetek. Tiziano conclude baciando il pavimento dell’Ariston e, supponiamo, promettendo a se stesso di non farvi mai più ritorno.

Le polemiche, il possibile plagio, il tradizionale spoiler sul vincitore, la durata da Storia Infinita, il podio che accontenta tutti e addirittura una squalifica, quella di Bugo e Morgan, così pirotecnica da entrare di diritto nella storia della kermesse. C’è tutto. E il merito va interamente ad Amadeus che non ha avuto paura di ideare e realizzare, super ospite per super ospite, concorrente per concorrente, un Sanremo che ha avuto come fil rouge delle cinque serate i più reconditi guilty pleasure nazional-popolari da Al Bano e Romina ai Ricchi e Poveri passando per Sabrina Salerno. Un azzardo che è valso alla kermesse ascolti record e un per ora ipotetico biglietto di ritorno in riviera per Amadeus (e Fiorello?) l’anno prossimo venturo. Bissare il successo di questa edizione sarebbe sulla carta impresa quasi impossibile, ma in giro a piede libero ci sono ancora abbastanza vecchie glorie degli anni Ottanta e artisti quasi da classifica alla disperata ricerca della consacrazione definitiva. L’amico di tutti Amadeus avrebbe davvero le carte in regola (e i recapiti telefonici) per acciuffarli tutti e ricreare un gustoso mappazzone di karaoke spinto, tifo sfegatato e competizione fratricida sul palco. Non ci resta che sognare e tornare, da oggi, alla nostra quotidianità col pensiero che forse un Sanremo così non tornerà mai più insieme alla certezza di aver assistito, nel bene e nel male, a uno dei migliori Festivàl di sempre. Nel trash dipinto di share.

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