AntisocialL’odio vince perché gli algoritmi non distinguono il bene o il male, ma il grado di engagement

Andrew Marantz, giornalista del New Yorker, ha trascorso tre anni negli angoli remoti della Rete frequentando nazisti, suprematisti bianchi, neo-monarchici, maschilisti di periferia, troll nichilisti

BITA HONARVAR / AFP

Sembra una domanda sciocca, eppure: com’è possibile che un articolo su Aretha Franklin generi solo 78 condivisioni mentre un meme maschilista o un post razzista siano in grado di riceverne 5000 e, in più, riescano perfino a provocare oltre 15mila like su Facebook? È partito da qui Andrew Marantz, giornalista del New Yorker, per capire che cosa succede negli angoli più luridi di Internet dove germina la brutalità, qualcuno vorrebbe togliere il voto alle donne e molti anelano al ritorno alla segregazione razziale. Quindi ha trascorso tre anni embedded nel dark side del web frequentando nazisti, suprematisti bianchi, neo-monarchici, maschilisti di periferia, troll nichilisti. E alla fine ha pubblicato il libro definitivo sulla destra estrema americana, “Antisocial”, sottotitolo “Online Extremists, Techno-Utopians, And The Hijacking Of The American Conversation” (Viking). Un saggio che si legge anche come un romanzo che molti hanno definito “distopico”, ma che in realtà è scritto assai brillantemente da un ragazzo ebreo di Brooklyn che i professionisti dell’antisemitismo non riconoscevano come tale: «Credimi, me ne intendo di sporchi ebrei. Tu non lo sembri affatto, continuavano a dirmi. Ragazzi, lo sono ecchecaspita», ha raccontato nel suo intervento al Ted 2019.

Non è che l’alt-right a stelle e strisce, e cioè la destra alternativa a quella Repubblicana, sia nata con i social media. È che i più cattivi online hanno imparato a sfruttare Twitter e Facebook per creare massa critica lasciando che non siano i fatti ma le emozioni a creare traffico; visto che gli algoritmi non distinguono il bene dal male, ma misurano solo il grado di engagement, l’odio ha vinto su (quasi) tutto. E così Marantz ha vissuto accanto agli “unicorni” del fascismo tecnologico che studiano la viralità dei social media per monetizzare e amplificare l’odio e la disinformazione. Il suo viaggio è iniziato nel 2016, l’anno in cui Donald Trump è stato eletto presidente degli Stati Uniti attingendo anche a pozze di energia oscura dell’elettorato americano che prima di allora pochi ritenevano numericamente interessanti. Lo sappiamo, i suprematisti bianchi non li ha inventati lui.

Il punto è che queste correnti sotterranee di alt-right sono sempre esistite. Solo che in passato c’erano i guardiani del sistema, cioè i giornali, il vecchio circo mediatico che, con il controllo editoriale, i pregiudizi politici e altri difetti sbarravano i cancelli all’estremismo. Poi sono arrivati Internet e i social media e una sofisticata cultura online di teorici della cospirazione, razzisti e altri disadattati ha invaso il cyberspazio. Ma è rimasto al di sotto del radar fino a quando Trump non ha vinto la nomination repubblicana. La sua candidatura e la sua campagna hanno avuto l’effetto di “integrare” ciò che in precedenza era stato nascosto. A quel punto tutti hanno iniziato a sperimentare quello che Marantz ha osservato da vicino, vale a dire le capacità degli estremisti di armare YouTube, Twitter e Facebook a scopi distruttivi.

Trump è stato capace di dettare l’agenda delle notizie grazie a una notevole padronanza di Twitter e il suo uso delle fake news è stato magistrale: ha pure rispolverato il termine tedesco Lügenpresse per i giornalisti perché obbedendo alla tiritera di Joseph Goebbels la stampa è sempre lying, cioè dice e scrive menzogne. Di tutt’altra pasta invece sono gli eroi della destra americana dipinta dal giornalista del New Yorker. C’è la storia di Samantha, una giovane supporter di Obama che diventa neo-nazista per amore e neanche se ne accorge. E poi c’è l’assurda storia di Mike Cernovich, macho dell’alt-light, cioè della destra un po’ più leggera, quella che crea solo… incredulità/scompiglio.

Cresciuto in una «piccola città dove si allevano maiali nel centro dell’Illinois», questo ragazzo timido, perseguitato da un’accusa di stupro, successivamente rigettata, dice a Marantz: «Respingo il femminismo come la filosofia di schiavitù che è». Piccolo dettaglio. L’ex moglie di Cernovich era una dirigente di Facebook e lo portava a cena a casa della signora Lean In, la famosa Sheryl Sandberg. Mentre lei lavorava e lo manteneva lui scriveva il suo blog maschilista. Con i 2,6 milioni di dollari del divorzio ottenuti dalla ricca moglie, Mike diffonde ancora oggi notizie false e meme fasulli. Mike Enoch, invece, era un duro antisemita famoso per aver aperto The right stuff, il sito neonazi dell’alt-right. Aveva anche un podcast molto seguito (100mila ascoltatori, pare) “The Daily Shoah”: ha dovuto rinunciare alle donazioni su Paypal dopo che i fan hanno scoperto che è sposato con… una donna ebrea.

Ci sarebbe da ridere se non venisse da piangere pensando che oggi la tecnologia è controllata e distribuita da un piccolo numero di società non regolamentate che traggono i loro profitti dalla monetizzazione dal nostro engagement. Zuckerberg s’è inventato una piattaforma per avvicinare le persone, ma in realtà le sta allontanando lasciando la disinformazione nelle mani di chi è un antagonista della libertà. L’Asocial del titolo, “asociale”, potrebbe essere la conseguenza. È questa la teoria di Marantz che in America è passato per un nemico del primo emendamento, del free speech, per uno che invoca la censura contro le parole d’odio. Invece, pone solo un’altra domanda: la tecnologia digitale è una seria minaccia alla democrazia liberale? E se la risposta è sì: che cosa facciamo prima che sia troppo tardi? Forse, conclude, aveva ragione Churchill quando diceva che la democrazia è la peggior forma di governo. Eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.

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