Decreto ferma ItaliaDomande serie e pacate al governo che non risponde

L’esecutivo non può aspettarsi che l’emergenza gli consegni una delega in bianco: deve rendere conto degli errori e spiegare meglio perché sta prendendo alcune decisioni. Che sono discutibili

Screenshot dal canale Youtube di Palazzo Chigi
Screenshot dal canale Youtube di Palazzo Chigi
È un momento complicato e alimentare polemiche è poco utile, anche se il governo sembra piuttosto insensibile alla necessità di evitare strafalcioni – non dico errori, perché su quelli siamo tutti abbastanza indulgenti – come la sceneggiata con la mascherina fasulla del ministro Boccia.
Ciò non vuol dire che porsi delle domande sull’efficacia delle misure annunciate dal presidente del Consiglio, sulla loro effettività e soprattutto sul modo in cui vengono comunicate, sia irresponsabile. Il ruolo dei media resta quello di informare i cittadini. Ma in questa fase comprende, più di altre volte, interrogare chi governa e pretendere che spieghi le proprie scelte. Le domande, poste con pacatezza e pertinenza (per quanto possiamo), servono a tutti.
Se qualcuno è in difficoltà, e il governo evidentemente lo è (chi non lo sarebbe?), urlargli contro serve soltanto a mandarlo nel pallone. Non sempre è facile, e bisogna stare molto attenti a evitare di oltrepassare il limite e contribuire così alla distruzione della fiducia tra cittadini e istituzioni. Tuttavia non stiamo parlando di un padre che inveisce contro un bambino che non riesce ad andare in bici senza rotelle. Chi si trova in difficoltà è al governo, e ha anche delle responsabilità che ha assunto volontariamente, non può quindi sottrarsi alla necessità di spiegare e motivare le proprie decisioni.
-Cominciamo dalla forma. È necessario annunciare al Paese un discorso via Facebook, ripreso a reti televisive quasi unificate, a serata inoltrata con pochi minuti di anticipo, e poi presentarsi in ritardo tenendo tutti in sospeso? Aiuta a costruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini? Per quello che sappiamo comunica soltanto poco rispetto per gli altri; se invece è successo altro che giustifica il ritardo, sarebbe giusto spiegarlo. Se non si spiega nulla, è lecito avere dubbi sulla statura di chi guida il paese.
-Perché Giuseppe Conte annuncia misure che ancora non esistono e sono in via di definizione? Come mai la lista delle attività produttive che resteranno aperte non è pubblica, così come non è pubblico il decreto? Non era pubblico sabato sera, né per tutta la giornata di domenica. L’incertezza ha creato un ulteriore clima di sfiducia negli imprenditori. Era davvero inevitabile questo modo di procedere?
-Come mai il presidente del Consiglio non ha ritenuto giusto spiegare perché si prendono determinate misure, come sono state decise, cosa si aspetta l’esecutivo dalla loro implementazione, come mai vengono prese prima della scadenza di due settimane dal lockdown precedente? Non funziona? Si aspettavano dei dati che non sono arrivati? C’è un piano straordinario per sostenere le aziende?
-Perché la decisione di chiudere tutte le attività produttive del paese arriva a poche ore da un provvedimento molto simile varato dalla Lombardia e dal Piemonte? Il governo ha “inseguito” un potere locale? Erano misure concordate? Come mai ogni regione continua a fare ciò che vuole?
-Per quanto tempo il governo deciderà da solo, senza controllo del Parlamento, che ormai è esautorato e informato di tutto a mezzo Facebook (nemmeno a mezzo stampa, visto che appunto le comunicazioni avvengono via social)? Si rendono conto, a Palazzo Chigi, che questo modo di procedere non può essere eterno? Se l’emergenza durerà mesi entriamo in una nuova normalità che normale non è. Bisogna essere cauti.
-Vedo che consulenti del governo dicono ai giornali che “siamo pronti” a seguire il modello sudcoreano: molti tamponi e tracciamento digitale dei contagiati. Vogliamo forse farlo senza un dibattito appropriato? Abbiamo le capacità di fare test a tappeto? Abbiamo un’infrastruttura tecnologica in grado di fare questo monitoraggio su larga scala? Molti di noi parlano con medici in Lombardia e altre regioni colpite e hanno gli stessi riscontri: il tampone non viene fatto nemmeno a chi ha sintomi. Come pensano di copiare il modello sudcoreano se le cose stanno così?
Non sono polemiche, sono questioni che riguardano tutti. Sono domande che è importante porre a un governo che ha deciso di comprimere le nostre libertà come mai accaduto prima, e ha bisogno del nostro consenso per far sì che le misure funzionino. Così, a breve, rischia di non averlo più.