A porte aperteIn Bielorussia il campionato e la persecuzione contro gli Lgbti continuano come se il virus non esistesse

Il Vyšėjšaja Liha è iniziato il 19 marzo. Il capo incontrastato del paese dal 1994, Aljaksandr Lukašėnko, è stato ribattezzato l’ultimo dittatore d’Europa

Sergei GAPON / AFP

È iniziato il 19 marzo, come se niente fosse, il Vyšėjšaja Liha, il campionato di calcio bielorusso. Unico caso in Europa in cui si continui a giocare, e per giunta col pubblico, nonostante gli stop ovunque imposti per contenere la diffusione pandemica del coronavirus. D’altra parte il presidente Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnko, capo incontrastato del Paese dell’Est dal 1994 – è solitamente ribattezzato l’ultimo dittatore d’Europa –, aveva già tranquillizzato gli animi con una ricetta (si fa per dire) risolutiva: «Cari giocatori, fate molta sauna, bevete tanta vodka e lavorate tanto per uccidere il virus nei vostri organismi». Ma, mentre continuano a disputarsi le partite della 2° giornata di campionato, non decresce anche in Bielorussia il numero dei casi di persone positive al Covid-19, che, secondo gli ultimi dati ufficiali forniti dal ministero della Salute (25 marzo), sono saliti a 86.

La paura, al di là dei rassicuranti consigli del capo di Stato, resta alta. Il 22 marzo, il metropolita Pavel Ponomarjow, esarca patriarcale di tutta la Bielorussia, ha sorvolato in elicottero la capitale Minsk con croce, reliquie di santi, icona mariana e ha benedetto simbolicamente l’intera nazione con acqua santa.

Eppure, in piena crisi sanitaria mondiale, l’urgenza per Tadeusz Kondrusiewicz, massima autorità cattolica bielorussa, sembra essere altra: l’adozione, cioè, di una legge penale che vieti «la propaganda dell’omosessualità e di altre perversioni sessuali». Una normativa mutuata da quella tristemente vigente nella vicina Russia, dove dal 30 giugno 2013 (data della promulgazione) essa viene di fatto utilizzata per conculcare i diritti delle persone Lgbti, vietare manifestazioni esterne come i Pride, perseguire penalmente attiviste e attivisti.

Una situazione quella russa che monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, arcivescovo di Minsk-Mahilëŭ e presidente della Conferenza episcopale bielorussa, conosce molto bene. Nato da una famiglia di etnia polacca a Hrodna, questo presule di stretta fedeltà wojtyłiana è stato dal 1991 al 2002 amministratore apostolico per tutta la Russia europea, presidente della Conferenza episcopale russa dal 1999 al 2005, arcivescovo metropolita della Madre di Dio a Mosca dal 2002 al 2007, quando Benedetto XVI lo ha nominato a capo della principale sede bielorussa. Un incarico delicato e di prestigio se si tiene in conto che nel Paese di Lukašėnko i cattolici costituiscono una minoranza rispetto alla maggioranza ortodossa facente riferimento all’Esarcato autocefalo.

Il 9 marzo Kondrusiewicz ha preso parte alla conferenza stampa di presentazione della campagna che, lanciata dalla Fondazione Открытые сердца (Cuori aperti, ndr), è finalizzata all’ottenimento della legge contro «la propaganda dell’omosessualità e di altre perversioni sessuali». Nell’appello rivolto al presidente Lukašėnko, che in quella data aveva già superato le 52.000 firme, viene fra l’altro affermato: «L’ adozione di una tale normativa da parte del Codice penale è necessaria per la conservazione dei valori tradizionali, per il futuro del nostro Paese, per l’esistenza della Bielorussia come nazione sovrana».

Alla conferenza stampa del 9 erano presenti anche il presidente della fondazione, Vladislav Volokovič, e l’arciprete ortodosso Andrej Lemešnok, padre spirituale del monastero di Sant’Elisabetta a Minsk. Ma è proprio da un esponente autorevole dell’Esarcato bielorusso che è arrivato un primo altolà a una tale campagna. Per l’arciprete Pavel Serdyuk, presidente della Commissione sinodale per la Famiglia, Benessere materno e Infanzia e infantile, “la proposta di criminalizzare la propaganda Lgbti è discriminatoria. Né io né mia moglie abbiamo firmato questo appello allo stesso modo dei miei parrocchiani. Quando mi è stato chiesto di farlo, ho espresso la mia posizione pastorale. Si può dire quanto si vuole che non siamo coinvolti in politica. Ma la conferenza stampa del 9 marzo e la raccolta firme per l’appello sono una mossa politica della Chiesa».

Viva preoccupazione per una tale iniziativa è stata espressa dalla Makeout, associazione Lgbti con sede a Minsk, che ha inviato a Papa Francesco una lettera, in cui si afferma che la raccolta firme «è contraria ai valori cristiani e alla posizione del Vaticano». Si punta inoltre il dito contro l’arcivescovo Kondrusiewicz, accusato di usare la sua autorità spirituale «per nutrire tra i fedeli pregiudizi e odio in particolare nei confronti delle persone Lgbti».

Durissimo verso il presule cattolico anche Yuri Guaiana, presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti e segretario di Lgbti Liberals of Europe, che ha dichiarato a Linkiesta: «Kondrusiewicz, ha deciso di trascinare la Chiesa Cattolica in Bielorussia nell’agone politico facendo un uso politico dell’omofobia. Non è certo la prima volta che le religioni, tutte, tentano di imporre attraverso la politica le proprie credenze a tutte e tutti, ma la posizione dell’arcivescovo di Minsk è addirittura eccentrica rispetto a quella del Vaticano.  Che il capo della minoranza religiosa cattolica chieda di limitare la libertà d’espressione di tutte e tutti è veramente assurdo. Come Lgbti Liberals of Europe e Associazione Radicale Certi Diritti ribadiamo la nostra posizione, per cui la religione non può mai essere il pretesto per la messa in questione di altri diritti fondamentali».

«Di ossessioni che descrivono perfettamente il confine tra il grottesco e la tragedia» parla invece Paolo Patanè, già presidente di Arcigay nazionale dal 2010 al 2012 e, attualmente, direttore generale del Coordinamento dei Comuni Unesco Sicilia. «Decine di migliaia di morti e due miliardi di individui in lockdown, nell’infuriare della peggiore emergenza mondiale dalla fine del secondo dopoguerra, e la Chiesa bielorussa cosa fa? Ignora disperazioni e turbamenti da Covid-19, invocando l’inasprimento delle norme contro le persone Lgbti! Ci sarebbe solo da ridere e annientare la folle ignoranza con la risata temuta da Jorge da Burgos ne Il nome della rosa, se non fosse che questo plumbeo e ottuso sradicamento dalla realtà rischia di diventare realmente crudele e drammatico per la vita vera di quella comunità Lgbti. Le religioni purtroppo, quando inseguono il periodo ipotetico dell’irrealtà, abbandonano la bellezza del sorriso per diventare assassine. Esiste un’Europa che soffre la crescente povertà di diritti costruita su parametri normativi inaccettabili e condizionati da fanatismi politici e religiosi. Nel mondo del coronavirus conviene non dimenticarsi che paura e pandemia fanno e faranno il gioco cinico di questi nani culturali bisognosi della sofferenza altrui».