Una proposta concretaNon siamo in guerra. E sull’emergenza virus dobbiamo correggere gli errori

Non dobbiamo stringerci a coorte, esporre il tricolore e cantare l’Inno di Mameli dai terrazzi. Dobbiamo evitare le morti dei medici e affiancare la Protezione Civile, che era chiaramente impreparata a un’epidemia. In maniera aperta e democratica

Bergamo morti
Piero CRUCIATTI / AFP

Non siamo in guerra.

Non siamo in guerra. Non dobbiamo stringerci a coorte ed esporre il tricolore alle finestre o cantare l’Inno di Mameli da una terrazza all’altra. Non dobbiamo unirci come un sol uomo intorno al governo che combatte i nemici che calpestano il suolo della patria.

Siamo in mezzo a una emergenza sanitaria gravissima. E dobbiamo accettare i quotidiani bollettini della Protezione Civile non come un dispaccio dal fronte ma come uno strumento necessario per comprendere se le soluzioni adottate sono efficaci, se le misure organizzative siano sufficienti. Soprattutto se altri paesi facciano meglio di noi e perché, ma questo non ci viene comunicato.

I medici non sono generali e gli infermieri non sono truppa. In guerra i generali sono gli ultimi a morire. Negli ospedali o negli ambulatori sono i primi. È inaccettabile, ripeto, inaccettabile, che migliaia di operatori sanitari siano stati infettati dal virus e oltre cinquanta medici siano morti.

È inaccettabile che in alcune zone d’Italia, come Bergamo e Brescia la curva del contagio sia salita con una costanza e velocità che in altre zone, anche limitrofe, dove il virus si era manifestato con simile funesta violenza, si è riusciti ad arginare.

A livello politico, centrale e regionale, regna la confusione, da due mesi a questa parte. La Protezione Civile, cui è stato affidato un compito per il quale non era con tutta evidenza preparata, continua a navigare a vista, inseguendo il virus invece di prevenirlo, per mancanza di mezzi ma soprattutto di strategia.

Non siamo in guerra e a nessuno è imposta l’alternativa tra il conformarsi alle decisioni del Comando Supremo e il silenzio. Occorre un confronto politico aperto, come aperto è quello all’interno della comunità scientifica. L’atteggiamento del né aderire né sabotare è il più infausto. Preclude la nostra capacità di correggere gli errori, di ridurre i costi umani ed economici dell’epidemia, di salvare i medici coi loro pazienti.

La Protezione Civile non è stata pensata per un’epidemia, è chiaro. Se non vogliamo sprofondare nel caos sanitario e sociale, occorre affiancarle una struttura specifica. E dopo due mesi sappiamo chi può guidarla con efficacia. Il Governo affidi questo compito a chi ha deciso le linee guida del Veneto, il professor Andrea Crisanti. Se fossimo in guerra sarebbe già stato condannato per insubordinazione verso governo centrale e Oms. Ma non c’è nessuno da degradare, moltissimo da modificare.

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