Governo contro regioniLa secessione sognata dai leghisti padani l’ha fatta il coronavirus

Ciascun sindaco e governatore ha fatto quel che ha voluto come gli pareva, incrociando, neutralizzando e superando la normativa nazionale

Head of the Lega Nord (Northern League) party and former Italy's Interior Minister, Matteo Salvini (R) chats with President of Veneto Region Luca Zaia during a party rally in Conselve, near Padua, on August 30, 2019. - Italy's political crisis was triggered on August 8 when Matteo Salvini withdrew his far-right League party from the governing coalition with M5S and called for a snap elections, looking to capitalise on the party surging in polls. (Photo by Marco BERTORELLO / AFP)

Dopo un weekend di rocambolesche rincorse mediatiche – con Giuseppe Conte che si è presentato poco prima della mezzanotte di sabato su Facebook a “bruciare” le ordinanze dei governatori nordisti di Lombardia e Piemonte, senza nient’altro in mano che un dicorso patriottico-sentimentale – c’è da prendere atto che una delle tante vittime del coronavirus è l’unità politica e giuridica dello Stato italiano. La secessione, tanto agognata dai leghisti pre-nazionalisti, l’ha fatta il Covid-19. Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito alla dissoluzione di ogni gerarchia delle fonti – tutti i provvedimenti restrittivi delle libertà personali sono stati adottati con atto amministrativo: Dpcm e ordinanze nazionali e regionali, pure se relative a materie coperte, in teoria, da riserva di legge – e anche alla implicita disgregazione della sovranità nazionale, con una sorta di coprifuoco differenziato su base territoriale, decretato sulla scorta di valutazioni puramente locali.

Ciascun sindaco e governatore ha fatto quel che ha voluto, come e quando ha voluto, incrociando, neutralizzando e superando la normativa nazionale, secondo una logica che in questo tempo di panico sarebbe irrispettoso considerare oziosa, ma che certo non si può considerare appropriata a una strategia complessiva di contenimento, per il solo fatto di rispondere al “si salvi chi può” di comunità piegate, come quelle lombarde e emiliane, dal peso dei morti o dei contagi, o atterrite, come quelle meridionali, dall’esodo a Sud dei corregionali contagiati.

Per sapere con precisione quel che può fare o non può fare, un qualunque cittadino deve oggi incrociare decreti e ordinanze nazionali, regionali e comunali e affidarsi alle interpretazioni “autentiche” di autorità (forze dell’ordine, polizia amministrativa, prefetti) che hanno un ruolo essenziale e meritorio, ma non adempiono propriamente a una funzione nomofilattica e tenderanno comprensibilmente ad andare per le spicce, giungendo precauzionalmente alla conclusione: «Non si può». Per tutta la giornata di domenica, fino alla serata, nessuno sapeva quale sarebbe stato il contenuto del provvedimento annunciato da Conte quasi ventiquattro ore prima. E nulla, davvero nulla, fa pensare che i dubbi interpretativi siano stati fugati dalla pubblicazione in extremis del testo, anche perché “chiudere tutto”, tranne, come si dice, i servizi essenziali, individuati attraverso i codici di attività economica (Ateco), è quasi impossibile, visto che l’organizzazione della produzione di beni e servizi è diffusa e nessuno di questi è “fabbricato” in un unico luogo o da un’unica filiera, né è preventivamente tipizzabile dal punto di vista normativo.

Dire «bene e servizio essenziale» è facile, ma non significa niente, perché una cosa è il prodotto finale, altra cosa è il processo produttivo. E la stessa idea di «chiudere tutto», derogando in caso di necessità alla chiusura decretata, implica un lavoro di istruttoria che nella migliore delle ipotesi sarà svolto sulla base di dati non verificati, sulla fiducia o sulla sfiducia, in modo del tutto casuale. Prevedere dunque, come fa il nuovo Dpcm, che siano consentite anche le attività funzionali ad assicurare la continuità delle attività autorizzate, sotto la vigilanza del Prefetto, se da una parte è un ripiego realistico, dall’altra riporta la situazione a una condizione di sostanziale incertezza, anche perché il Prefetto dovrà, regione per regione e comune per comune capire come “accrocchiare” il sistema dei divieti nazionali con quello, tendenzialmente più stretto, dei divieti locali.

Il federalismo all’italiana, da un quarto di secolo al centro della conflittualità politica, tra schieramenti e tra territori, è diventato un sistema di “diritto fai da te”, sostanzialmente privo di contrappesi e di garanzie democratiche, vista la riluttanza dei presidenti di Montecitorio e Palazzo Madama a presidiare una funzione non meramente cerimoniale delle Camere, e la preferenza delle forze politiche a usare chiavi di confronto e di polemica in larga misura extra-istituzionali.

D’altra parte, in una situazione di emergenza le tensioni tra Stato e regioni non possono essere risolte attraverso le pronunce della Consulta sugli eventuali conflitti di attribuzione, perché la gestione del contagio ha il passo del giorno per giorno ed è di fatto privo di istanze di controllo o di garanzie esterne a quelle dei principali attori istituzionali.Anche dal punto di vista costituzionale, quella del Coronavirus sembra dunque una tempesta perfetta e il detonatore di una crisi che era da tempo latente.

Il collasso dello Stato pare inoltre specchiarsi in quello del Governo, con un Conte ancora saldo nei consensi dei sondaggi e pure fragilissimo nella gestione del dossier e perennemente a rimorchio delle richieste più “popolari”, che meno di un mese fa erano quelle negazioniste e oggi, con i medesimi testimonial, sono quelle diametralmente opposte, con l’impressione che in un caso e nell’altro a guidare le scelte siano ragioni di consenso e non valutazioni di efficacia.

Inoltre, se l’Italia è il primo Paese al mondo, dopo la Cina, a decretare un lockdown totale non solo della vita sociale, ma anche di quella economica, ciò non lo si deve alla scelta di rispondere tempestivamente all’emergenza, ma alle conseguenze spaventosamente negative della pandemia in Italia, che la retorica dell’emergenza finisce paradossalmente per occultare, mentre le comunicazioni burocratiche della Protezione Civile e dell’Istituto Superiore della Sanità provano a normalizzare il “coronavirus italiano”, che invece palesa fragilità strutturali non dipendenti solo dalla virulenza dell’infezione: la letalità assoluta, l’altissima percentuale di contagiati in ospedale e in strutture sanitarie, a partire dai medici, il ritardo nella fornitura di dispositivi elementari – non i respiratori, ma le mascherine! – al personale sanitario, i tassi di ospedalizzazione radicalmente diversi tra regione e regione. Il lockdown totale è anche il prodotto di questo fallimento, non certo delle infrazioni dei “furbetti” che hanno aggirato le prescrizioni e che nella settimana successiva al Dpcm del 9 marzo non superavano il 4% dei soggetti controllati.

Peraltro, anche se la Commissione Ue ha sospeso il Patto di stabilità e la BCE ha ripreso a pompare liquidità in un sistema arrestatosi di fronte alla pandemia, tutte le scelte che si stanno compiendo e si compiranno non sono affatto gratis. Con un lockdown totale, ad esempio, il decreto “cura Italia” andrà ampiamento riscritto e l’ulteriore incremento del deficit sarà certamente consentito e probabilmente supportato dall’Ue, ma non per questo più facile da gestire nel medio e lungo periodo.

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